Il dominio europeo degli allenatori spagnoli
Tutti nati tra gli anni '70 e '80 nel nord della Spagna, e cresciuti con le idee di Cruijff; due di loro stasera si affrontano in finale di Champions League

Sabato sera nella finale di Champions League di calcio si affrontano una squadra francese e una inglese, entrambe allenate da spagnoli: il Paris Saint-Germain da Luis Enrique e l’Arsenal da Mikel Arteta. Nei giorni scorsi un altro allenatore spagnolo, Unai Emery, ha vinto l’Europa League con l’Aston Villa, mentre Iñigo Perez ha portato il Rayo Vallecano in finale di Conference League. E sabato scorso nella finale femminile di Champions League si sono affrontati altri due allenatori spagnoli, Pere Romeu del Barcellona e Jonatan Giraldez del Lione. «Gli allenatori spagnoli dominano l’Europa», scriveva un paio di mesi fa l’ex calciatore Philipp Lahm in uno dei suoi editoriali sul Guardian, nel quale raccontava il successo della «scuola spagnola».
Oltre a loro si possono infatti citare Xabi Alonso, futuro allenatore del Chelsea, e poi Cesc Fabregas del Como, Andoni Iraola, Xavi Hernandez e ovviamente Pep Guardiola, il più vincente, famoso e influente tra gli allenatori spagnoli. Sono tutti nati nel nord della Spagna, anche se su coste diverse (alcuni nei Paesi Baschi o nelle Asturie, altri in Catalogna), tra gli anni Settanta e Ottanta. Sono soprattutto, faceva notare un’analisi del documentarista e creator Jack Gilbert, «la prima generazione di allenatori cresciuta nella Spagna post-Cruijff, ossessionata dall’idea che il calcio vada manipolato intellettualmente».
L’olandese Johan Cruijff giocò nel Barcellona tra il 1973 e il 1978, e lo allenò tra il 1988 e il 1996, contribuendo all’affermazione di uno stile di gioco basato sul dominio del pallone e dello spazio, spesso riassunto con il nome di “calcio totale”. A quei principi, aggiornati e rivisti di continuo, si è ispirato poi Guardiola, prima nel Barcellona e poi nel Bayern Monaco e nel Manchester City, rendendo il cosiddetto “gioco di posizione” predominante in Spagna e in Europa.
Oggi questi allenatori fanno giocare le squadre in modi anche molto diversi tra loro, ma hanno in comune l’idea di controllare il gioco e, sempre per citare Gilbert, «una conoscenza assurda del calcio». Un paio di anni fa lo stesso Guardiola spiegava che nel successo degli allenatori spagnoli «il segreto è lavorare sin da giovani sulla tattica, sui metodi di allenamento e sulla comprensione del gioco. In uno sport di squadra bisogna capire perché le cose accadono: ecco, gli allenatori spagnoli lavorano tanto per riuscire a capire il gioco».
Luis Enrique ha giocato assieme a Guardiola nel Barcellona ed era l’allenatore della squadra B quando Guardiola allenava la prima squadra. Arteta, prima di allenare l’Arsenal, era invece stato il vice di Guardiola al Manchester City. Entrambi si sono formati con quelle idee di gioco, ma le hanno poi declinate in modo diverso, cambiandole in parte nel tempo (come del resto ha fatto lo stesso Guardiola).
Il Paris Saint-Germain di Luis Enrique è una squadra molto aggressiva, nella quale tutti i calciatori sono impiegati in un pressing intenso e costante. Una volta recuperato il pallone, tutti partecipano alla costruzione del gioco, e lo fanno in modo veloce e verticale, con l’obiettivo di arrivare il prima possibile vicino alla porta avversaria. È un gioco spettacolare e anche rischioso a volte, nel quale viene lasciata libertà di iniziativa e di movimento ai calciatori più talentuosi e creativi. È un sistema molto organizzato, che permette però alle individualità di esprimersi al meglio.
L’Arsenal di Arteta è diventato sempre più attento al controllo, e questo l’ha reso una squadra meno spettacolare rispetto ai primi anni (Arteta arrivò nel 2019) ma molto solida in difesa e pericolosissima sui calci piazzati. Arteta ha irrigidito i principi del gioco di posizione, rendendo il dominio del pallone e dello spazio più uno strumento difensivo che offensivo, con l’obiettivo di minimizzare i rischi, anche a costo di sacrificare un po’ il talento individuale dei calciatori – che pure c’è in abbondanza.
Per entrambi si può dire abbia funzionato, e non solo perché sono qui a giocarsi la finale di Champions League, il torneo più importante d’Europa, ma perché hanno già ottenuto risultati importanti: Luis Enrique già l’anno scorso ha vinto la Champions League (battendo in finale l’Inter per 5-0), la prima nella storia del PSG, mentre la settimana scorsa Arteta è riuscito infine a riportare l’Arsenal a vincere il campionato inglese, dopo 22 anni e dopo tre secondi posti.

Mikel Arteta e Pep Guardiola durante una partita di Premier League tra Arsenal e Manchester City a Manchester, 19 aprile 2026 (Photo by Catherine Ivill – AMA/Getty Images)
Un paio di anni fa l’opinionista ed ex calciatore Thierry Henry spiegava così il successo delle squadre spagnole, che negli ultimi vent’anni hanno giocato e vinto molte più finali internazionali (per club e per nazionale) delle squadre di qualsiasi altro paese: «In Spagna pensano il calcio, non lo giocano, lo pensano. Non creano individui, ma squadre, e quindi non importa chi ci gioca, ma la filosofia che c’è dietro. Sin dall’inizio prediligono calciatori che capiscono lo spazio e sanno passare la palla, invece che quelli alti 1 metro e 90 o molto veloci sin da giovanissimi».
Oltre a questa filosofia, in Spagna ci sono molte meno barriere di accesso alla professione di allenatore: i corsi per ottenere i vari patentini sono più diffusi sul territorio e meno costosi rispetto all’Italia. Questo agevola la formazione di più allenatori, aumentando le possibilità che tra questi ce ne siano di alto livello e, in generale, favorendo la diffusione della conoscenza e di una certa cultura.
Scriveva ancora Lahm, raccontando l’ambiziosa filosofia di gioco della scuola spagnola, che «tutto il paese lavora in questa maniera. Per gli spagnoli, è una questione identitaria». Non è un caso, secondo diversi commentatori, che quasi tutti i migliori allenatori di questa generazione vengano da due regioni come i Paesi Baschi e la Catalogna, dove l’autonomia e l’identità sono idee molto sentite, e dove quindi anche il calcio diventa uno strumento di affermazione identitaria.
La finale di Champions League si gioca sabato alle 18 a Budapest, e sarà trasmessa da Sky e NOW.



