Il calcio italiano è in crisi?
Dipende da cosa guardiamo; ma, ecco, proprio bene-bene non sta

Per la terza volta consecutiva l’Italia non andrà ai Mondiali. La sconfitta decisiva contro la Bosnia Erzegovina è arrivata ai rigori e dopo un’espulsione: è stata decisa, come si dice nel calcio, dagli episodi. Ma non possono essere solo casuali o episodiche tre eliminazioni di fila. Forse sono segno di una difficoltà, specifica della Nazionale, magari per la troppa pressione o l’eccessiva ansia. O forse sono anche – o soprattutto – il segno più grande, evidente e ripetuto di un declino tecnico, economico e culturale del calcio italiano. Quindi di una sua “crisi”, parola spesso usata in questi giorni. Di certo si può parlare di crisi della gestione del calcio italiano per le dimissioni del presidente della Federcalcio, la federazione che regola e gestisce il calcio italiano, e la risoluzione consensuale del contratto tra la Federcalcio e l’allenatore Gennaro Gattuso.
Una crisi, però, che va contestualizzata. Perché rispetto alla gran parte delle 48 nazionali che parteciperanno ai Mondiali, l’Italia ha un campionato di maggiore livello, calciatori migliori e un “sistema calcio” molto più ricco, seppur parecchio indebitato.
E al di fuori della Nazionale maschile per il calcio italiano le cose non sono andate poi così male in questo decennio. La situazione economica di alcune tra le migliori squadre italiane è migliorata, i loro risultati in Europa pure: in tre anni l’Inter è andata due volte in finale di Champions League, il torneo europeo più importante di tutti. La Serie A è il secondo campionato di calcio al mondo per soldi spesi e incassati nei trasferimenti, le Nazionali giovanili vanno bene e di recente la Nazionale femminile sta crescendo per seguito e risultati.
L’Italia va però peggio nel confronto con i campionati e le nazionali di altri paesi, come Francia, Germania, Spagna e Inghilterra. E sia la Serie A che la Nazionale stanno peggio rispetto agli anni Ottanta e Novanta. Da questo punto di vista il declino del calcio italiano è più evidente. Ne è un chiaro effetto il fatto che, al di là dei portieri, i calciatori italiani sono meno forti di quelli di vent’anni fa, e non ce n’è uno che per qualità tecniche e carisma possa essere considerato tra i migliori al mondo nel proprio ruolo.
Renzo Ulivieri, il presidente dell’Associazione Italiana Allenatori, ha detto che il calcio italiano è in crisi dal 2006. Era l’anno in cui la Nazionale vinse per l’ultima volta i Mondiali, ma anche quello di “calciopoli“, il più grande scandalo del calcio italiano e un bruttissimo colpo per la Serie A in termini economici, sportivi e d’immagine.
Uno dei problemi più grossi del calcio italiano è sicuramente quello economico. Lo mostrano i ricavi della Serie A rispetto agli altri quattro maggiori campionati europei:
E dire che dopo la pandemia e grazie ad alcune nuove proprietà statunitensi negli ultimi anni i ricavi sono comunque in crescita, in Serie A.
Il fatto è che sono aumentati anche i debiti, e coprirli è sempre più complicato. Quelli delle squadre di Serie A, B e C (le tre leghe professionistiche maschili in Italia) sono passati dai 2,4 miliardi di euro totali della stagione 2007-2008 ai 5,5 miliardi di euro della stagione 2023-2024, l’ultima per cui ci sono dati disponibili e affidabili. Secondo il Sole 24 Ore, «nella stagione 2007-2008 i ricavi erano in grado di coprire il 97% dell’indebitamento, nel 2023-2024 questa percentuale è scesa all’83%».
Con l’eccezione della Bundesliga tedesca, l’indebitamento è un problema per tutto il calcio europeo. Gli stipendi dei calciatori (e le commissioni ai loro agenti) aumentano e c’è ormai l’idea diffusa che senza debiti non si possa vincere; e che, al contrario, i club che puntano a pareggiare i bilanci non potranno mai essere davvero competitivi.
A differenza della Liga spagnola, che pure è molto indebitata, l’Italia non ha squadre con lo stesso livello di ricchezza e possibilità di investimento del Barcellona o Real Madrid, che riescono quasi da sole – e pur tra tanti problemi economici – a fare da traino per il campionato. Inoltre, i diritti televisivi in Italia stanno perdendo valore e gli stadi sono sempre più vecchi: l’età media di uno stadio di Serie A è di 69 anni, il doppio rispetto a Germania e Inghilterra. Stadi vecchi solitamente generano meno ricavi e questo vale ancora di più in Italia, dove pochi club ne sono effettivamente proprietari.
Eppure in Italia si spende parecchio. Come dicevamo, la Serie A è il secondo campionato al mondo per soldi spesi e incassati nei trasferimenti. Ma sono spesso trasferimenti poco lungimiranti e molto conservativi, che non portano quasi mai all’arrivo di calciatori di altissimo livello. Spesso i grandi calciatori ormai arrivano in Italia a fine carriera, o ci passano prima di andare altrove. Per capirci, uno degli acquisti di maggiore impatto di questa stagione di Serie A è stato il 40enne croato Luka Modric.
Il livello di gioco della Serie A è un fattore importante da prendere in considerazione, dato che la quasi totalità dei giocatori della Nazionale maschile arriva da lì. Perlomeno quelli della Nazionale maschile che non si è qualificata per i Mondiali di quest’anno:
C’è poi una questione tattica, quasi ideologica. Buona parte della discussione sulla crisi del “sistema calcio” italiano di questi giorni sta ruotando intorno al 3-5-2. È il modulo usato dalle migliori squadre del campionato italiano e, di conseguenza, anche dalla Nazionale, mentre non è quasi più usato nel resto dei principali campionati europei.
Nel 3-5-2 si gioca teoricamente (perché poi i moduli sono fluidi e mutevoli) con tre difensori, cinque centrocampisti e due attaccanti. Di fatto, però, i difensori sono più spesso cinque, perché i due giocatori sulle fasce (i cosiddetti “quinti di centrocampo“) tendono ad abbassarsi e difendere insieme ai tre dietro. In Italia il 3-5-2 piace perché è un modulo ordinato, con cui si difende molto bene e che fa rischiare generalmente poco. E perché negli ultimi 15 anni è sembrato parecchio vincente, grazie all’uso che ne hanno fatto allenatori molto vincenti come Antonio Conte e Simone Inzaghi.
Ma nemmeno può essere solo questione di modulo. È vero, i moduli creano premesse e formano abitudini, ma c’è da dire che possono essere interpretati in modo diverso. E proprio questi fattori rappresentano due grandi problemi della Nazionale italiana.
Negli ultimi tre anni, la Nazionale maschile ha cambiato tre allenatori. Cambi così frequenti possono compromettere la continuità delle prestazioni di una squadra che già si allena insieme solo poche volte l’anno. Alcune scelte, poi, non sono sembrate particolarmente ponderate: quella di Gennaro Gattuso, per esempio, è stata una decisione di ripiego e rivolta più alla personalità dell’allenatore che non alle sue idee.
A questo si aggiunge però una questione ben più ampia e rilevante: la bassa qualità dei calciatori italiani, almeno rispetto al passato. Spesso se ne parla in relazione alle poche possibilità che vengono date loro in Serie A, soprattutto a quelli più giovani; ma anche alle pochissime possibilità che trovano all’estero.
Secondo i dati del CIES (un centro internazionale di studi sportivi), tra i cinque maggiori campionati europei le due squadre che hanno usato meno giocatori con meno di 21 anni sono state Inter e Napoli, le ultime due squadre a vincere la Serie A.
Da qualche anno le squadre di Serie A hanno anche delle seconde squadre che giocano in Serie C o in Serie D. Sono una sorta di loro versione giovanile, e in qualche caso funzionano: il 21enne Marco Palestra, una delle più grandi rivelazioni di questa stagione di Serie A, viene dall’Atalanta Under 23.
Per i giovani c’è insomma più spazio nelle leghe inferiori, forse pure troppo. Nella sua newsletter Fubolitix, Giovanni Armanini ha scritto che il «sistema delle quote (giovani di determinate annate obbligatoriamente in campo) applicato tra i dilettanti, ma anche gli incentivi economici a far giocare i giovani in C» hanno reso i tornei «più “giovanili” […] e meno formativi».
La Serie C non è nemmeno un campionato stabile in cui giocare, e molte squadre spesso rischiano di fallire. È una lega con pochi ricavi e costi comunque altissimi, e chi vuole salire di categoria (e quindi sperare in introiti maggiori) deve spendere parecchio, e se non ce la fa perde un sacco di soldi.
Un’altra delle critiche più frequenti rivolte al calcio italiano è che da anni privilegi giocatori forti fisicamente e meno tecnicamente. È spesso così, ma va detto che è spesso così anche nella Premier League inglese, perché questa sembra essere almeno in parte la direzione generale verso cui va il calcio mondiale.
Per provare a rimediare la FIGC ha varato pochi giorni fa un “Progetto tecnico del calcio giovanile italiano” volto a centralizzare e coordinare meglio la formazione calcistica dei bambini dai 5 ai 12 anni. L’idea è dare a tutte le squadre e a tutti gli allenatori delle linee guida da seguire, mettendo «l’accento sull’aspetto tecnico, perché stiamo notando che, in Italia, si sta forse un po’ esagerando con la tattica e con la ricerca del risultato». Ma i risultati di questi progetti, quando arrivano, arrivano dopo almeno un decennio.

Un bambino gioca per strada a Genova nel 2001 (Donald Miralle/ALLSPORT)
Paradossalmente, però, le nazionali maschili giovanili dell’Italia vanno più che bene. L’Italia è il paese europeo che tra il 2013 e il 2024 ha ottenuto più qualificazioni alle fasi finali dei Campionati Europei e Mondiali nelle varie categorie giovanili (Under 21, 20, 19 e 17). Nel 2024 ha pure vinto gli Europei Under 17 per la prima volta nella sua storia.
Eppure la Nazionale maggiore e la Serie A non ne hanno tratto grandi benefici, almeno non fino a ora. Dopo la vittoria agli Europei Under 17 Paolo Tomaselli scrisse sul Corriere della Sera: «Si può anche pensare che le nostre Under 17, 19 e 20 vincano perché a quell’età negli altri campionati i giovani giocano già coi grandi e quindi il livello di certe nazionali può essere inferiore». I ventenni inglesi, spagnoli o tedeschi più forti, in altre parole, giocano già con le nazionali maggiori; non con le squadre Under.

L’attaccante italiano Francesco Camarda agli Europei Under 17 del 2024. L’anno prima era diventato il più giovane esordiente della storia della Serie A, a 15 anni; oggi gioca, poco, nel Lecce. (Giuseppe Bellini/Getty Images)
Non sembra un problema, almeno non se paragonato con altri paesi, quello dei “tanti” stranieri in Serie A. Sono la maggioranza, poco meno del 70 per cento, ma nel campionato inglese la percentuale è addirittura più alta. La differenza sta nella qualità dei calciatori, tanto che i tre migliori giocatori della nazionale (Calafiori, Donnarumma e Tonali) giocano in Inghilterra. Allo stesso modo, si può sostenere che – in effetti – nonostante il livello delle sue squadre, l’Inghilterra non abbia una nazionale vincente.

Tonali durante una partita con la sua squadra inglese, il Newcastle, nel 2024 (Joe Prior/Visionhaus via Getty Images)
Si parla spesso di quanto il calcio sia più costoso e meno accessibile di prima, anche per i bambini e anche ai più bassi livelli, e di quanto senta molto di più la competizione con gli altri sport. Nel 2025 in effetti la FITP (la Federazione italiana tennis e padel) ha superato la FIGC nei ricavi complessivi; e mentre crescono i contributi pubblici di molte altre federazioni sportive, quelli allocati per la FIGC rimangono più o meno gli stessi.
Eppure, il calcio resta lo sport più praticato in Italia. I tesserati della FIGC sono leggermente aumentati nel 2025 e sono quasi un milione e mezzo, pari a circa il 30 per cento di tutti i tesserati attivi nelle 50 federazioni sportive italiane.
Di certo la Nazionale è in crisi, e ancor più lo è la Federcalcio, che si trova proprio in una “crisi di governo” del calcio. Il calcio italiano, nei suoi livelli più alti, è gravemente indebitato, e i suoi giocatori mediamente peggiori rispetto al passato. Eppure ci sono delle nazionali italiane che vincono, e squadre italiane che ancora se la giocano in Europa, a volte meglio a volte peggio. Il problema è che non è facile capire come uscirne. I modelli di qualche anno fa (della mitica Serie A degli anni Novanta) si sono rivelati economicamente problematici, e le proposte (“meno stranieri in campionato”) sono spesso generiche, inattuabili o infondate.



