Che giri fanno le opere d’arte rubate

Non finiscono solo nel cosiddetto “mercato nero”: possono diventare una merce di scambio preziosa per la criminalità organizzata

(AP Photo/Alessandra Tarantino)
(AP Photo/Alessandra Tarantino)
Caricamento player

Dei tre quadri rubati domenica dal museo della Fondazione Magnani Rocca, in provincia di Parma, non si sa ancora nulla: potrebbe volerci molto tempo prima di ritrovarli, oppure, come successo in altri casi, potrebbero non essere mai ritrovati.

I quadri sono dei pittori francesi Pierre-Auguste Renoir, Paul Cézanne e Henri Matisse: sono stati rubati in soli tre minuti, quattro in meno rispetto a un altro furto clamoroso avvenuto qualche mese fa al Louvre di Parigi, dove sono stati rubati alcuni gioielli della collezione di Napoleone III del valore di circa 88 milioni di euro.

I furti di opere d’arte famose attirano sempre molta attenzione, soprattutto per i modi a volte rocamboleschi in cui avvengono. Dopo il furto, per le opere inizia molto spesso una specie di seconda vita, in cui il cosiddetto “mercato nero” è solo uno dei possibili punti d’arrivo.

Le opere d’arte rubate possono essere usate come merce di scambio dalla criminalità organizzata per traffici di sostanze illegali, essere al centro di lunghe trattative che restano private tra proprietari e ladri senza che le forze dell’ordine vengano interpellate, addirittura essere usate come strumenti di trattativa dai detenuti che chiedono sconti di pena in cambio di informazioni su dove si trovino, ma possono essere anche distrutte, abbandonate o rimanere nascoste per decenni.

I furti di opere d’arte sono la terza fonte di ricavi al mondo per le organizzazioni criminali dopo il traffico di droga e di armi, secondo l’organizzazione Association for Research into Crimes against Art, che fa ricerca proprio su questo argomento.

Soprattutto per alcuni tipi di opere, il furto può essere relativamente semplice e redditizio: musei anche molto importanti, quindi con opere di valore, hanno spesso sistemi di sicurezza con diversi punti deboli (come nel caso del Louvre). Inoltre opere d’arte come i dipinti occupano poco spazio, e una volta tolti dalla cornice possono essere arrotolati e portati via senza dare troppo nell’occhio. I gioielli antichi e fatti di materiali o pietre preziose invece possono essere smontati e rivenduti pezzo per pezzo.

Spesso accade che le opere non vengano mai più ritrovate, come accaduto ai 13 quadri rubati nel più grande furto d’arte della storia, avvenuto nel 1990 al museo Isabella Stewart Gardner di Boston: valgono complessivamente circa 500 milioni di dollari (oltre 430 milioni di euro) e comprendono un Vermeer, tre Rembrandt e cinque disegni di Degas. In quel caso i ladri si vestirono come poliziotti, indossando baffi finti, ed entrarono sostenendo di avere un mandato.

Successe la stessa cosa per un altro celebre furto: quello della Veduta di Auvers-sur-Oise, di Cézanne, rubato oltre 26 anni fa al Ashmolean Museum di Oxford, nel Regno Unito. Fu rubato da un ladro che approfittando dei festeggiamenti di Capodanno si calò con una scala da uno dei lucernari dell’edificio e sfuggì alle telecamere di sicurezza grazie al fumo di un fumogeno che diffuse in tutta la sala con un ventilatore. Anche in quel caso il quadro non fu mai ritrovato.

A volte attorno alla scomparsa dei quadri nascono storie romanzate, come nel caso della Natività di Caravaggio, tagliato dalla cornice e rubato a Palermo nel 1969: la tela venne probabilmente arrotolata e portata via su un’Ape Piaggio. Secondo alcune ricostruzioni il furto fu commesso da due mafiosi di basso livello che mostrarono poi l’opera a Tano Badalamenti, uno dei massimi capi di Cosa Nostra. Salvatore Cangemi, un pentito, disse che spesso il quadro era esposto come simbolo di potenza durante le riunioni dei boss mafiosi. Secondo un’altra versione romanzata il dipinto sarebbe stato usato come scendiletto di Totò Riina.

– Leggi anche: I grandi quadri che non abbiamo più trovato

Le opere rubate scompaiono spesso perché è molto difficile rivenderle: il valore di un’opera d’arte dipende dall’autore o dall’autrice, ma anche dai documenti che ne attestano la provenienza. Senza quei documenti un’opera d’arte è sostanzialmente invendibile, perché è molto improbabile che qualcuno la acquisti: chi compra un’opera d’arte così costosa normalmente si assicura che sia accompagnata da tutti i documenti che ne certificano autenticità e provenienza.

Questo tipo di documenti può essere falsificato, ma è più complicato farlo oggi che esistono vari database digitali ufficiali e accreditati sulle opere rubate, come l’Art Loss Register e lo Stolen Works of Art Database dell’Interpol, l’organizzazione internazionale di coordinamento tra polizie a cui partecipano 196 paesi (tra cui l’Italia).

Quando un’opera rubata viene intercettata, è più probabile che la restituzione avvenga con accordi privati tra il ladro e i proprietari, che preferiscono pagare un riscatto piuttosto che denunciare il furto: dopo una denuncia infatti chi ha rubato un’opera potrebbe essere più incline a venderla al mercato nero, per non essere identificato, piuttosto che continuare a tenerla con sé, rendendo più complicato il suo ritrovamento.

In generale il cosiddetto “mercato nero” è meno interessato a opere molto costose: in questi circuiti è più probabile che vengano vendute opere meno conosciute e di minor valore, con controlli meno rigidi anche da parte degli acquirenti. Per opere di grande valore è inoltre probabile imbattersi in agenti sotto copertura alla ricerca di opere importanti, come quelli del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, che si occupa proprio di ritrovare opere rubate.

– Leggi anche: Il “caveau” dei Carabinieri con reperti e opere d’arte rubate

Proprio perché invendibili, le grandi opere d’arte rubate possono essere usate per scopi molto diversi dal semplice guadagno economico. Un possibile utilizzo è come garanzia o cambiale in uno scambio di sostanze stupefacenti o armi tra organizzazioni criminali, visto che le opere sono più difficilmente tracciabili dei soldi liquidi (e le somme per pagare grossi carichi di sostanze illegali sono molto grandi, e possono quindi destare sospetti). Organizzazioni come la camorra hanno sempre investito soldi in opere d’arte, anche per esibizione di ricchezza o come strumento di riciclaggio: per questo si parla di “archeomafia”, nel caso di opere di interesse archeologico, o di “museo della mafia”.

Le opere rubate possono essere anche un pagamento vero e proprio: Dick Ellis, un detective in pensione della polizia britannica, disse al New York Times che un’opera rubata è come «una banconota di enorme valore», e raccontò di quando il boss della malavita irlandese Martin Cahill, noto come “Il Generale”, rubò 18 dipinti preziosi negli anni Ottanta. Si seppe che uno di questi finì in Turchia come pagamento per un traffico di eroina, mentre altri quattro, di cui uno di Francisco Goya, furono inviati ad Anversa, dove un commerciante di diamanti li accettò come garanzia e anticipò a Cahill una grossa somma di denaro con cui lui cercò di avviare una banca offshore alle Bahamas. I quadri furono recuperati grazie a un’operazione sotto copertura di colleghi di Ellis che si finsero acquirenti statunitensi.

Ci sono infine casi in cui un detenuto a conoscenza del nascondiglio di un’opera d’arte rubata può usare questa informazione per negoziare sconti di pena: un caso noto fu quello di Raffaele Imperiale, narcotrafficante di Castellammare di Stabia che scelse di collaborare con la giustizia e contestualmente riconsegnò due opere di Vincent Van Gogh rubate in un museo di Amsterdam, nei Paesi Bassi.

– Leggi anche: I più grandi furti d’arte della storia