Perché Meloni non poteva licenziare Santanchè

Non è tra i suoi poteri: per questo le aveva suggerito caldamente, pubblicamente, molto irritualmente (!) di fare da sola

La ministra del Turismo Daniela Santanchè (Mauro Scrobogna/ LaPresse)
La ministra del Turismo Daniela Santanchè (Mauro Scrobogna/ LaPresse)
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Daniela Santanchè si è dimessa dal suo incarico di ministra del Turismo, dopo che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni le aveva suggerito di farlo. Era stata una richiesta piuttosto inusuale, perché fatta attraverso una nota pubblica e in modo plateale, non molto in linea con il garbo istituzionale che ci si aspetterebbe in occasioni di questo tipo.

Meloni del resto non aveva alternative, visto che la presidente del Consiglio non può licenziare direttamente i suoi ministri. L’unico altro modo per revocare il suo incarico sarebbe stato passare dal parlamento, con una procedura di solito inefficace, ma che in questo caso avrebbe potuto funzionare.

Meloni aveva detto di «auspicare» le dimissioni di Santanchè martedì sera, diffondendo una nota nella quale aveva commentato le dimissioni del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e della capa di gabinetto del ministero della Giustizia Giusi Bartolozzi.

La presidente aveva preso questa decisione dopo aver parlato privatamente con la ministra senza ottenere il risultato sperato. Repubblica ha scritto che Meloni si sarebbe messa in contatto con Santanchè prima con alcuni intermediari, poi facendola chiamare da Ignazio La Russa, presidente del Senato e caro amico della ministra, e infine chiamandola personalmente. Nella nota con cui ha comunicato le sue dimissioni, Santanchè ha fatto capire di aver ricevuto la richiesta di dimissioni martedì direttamente da Meloni, e ha scritto di essersi dichiarata «forse bruscamente» non disponibile ad accettarla.

Voci sulle possibili dimissioni della ministra, infatti, avevano già iniziato a circolare sulle agenzie di stampa e sui giornali, ma erano state smentite da una nota nella quale fonti del ministero assicuravano che Santanchè avrebbe continuato a lavorare regolarmente e che i suoi impegni in agenda non sarebbero stati cancellati. Pochi minuti dopo Meloni ha diffuso la sua nota.

Daniela Santanchè e il presidente del Senato Ignazio La Russa (Marco Ottico/Lapresse)

Tecnicamente il presidente del Consiglio non ha il potere di nominare direttamente i propri ministri né quello di revocare il loro incarico. La Costituzione dice che i ministri devono essere nominati con un decreto del presidente della Repubblica, su proposta del presidente del Consiglio (ma non dice come può avvenire la revoca del loro incarico). Il centrodestra ha tentato diverse volte di cambiare questo meccanismo, cercando di rafforzare il potere del capo del governo.

Ci provò per esempio con la riforma costituzionale del 2006, con la quale il secondo governo di Silvio Berlusconi propose di assegnare al presidente del Consiglio il compito di nominare e revocare in prima persona i ministri. La riforma, però, non fu approvata nel referendum confermativo a cui fu sottoposta.

Anche la riforma costituzionale sul cosiddetto “premierato”, promossa negli ultimi anni da Meloni, prevederebbe che il presidente del Consiglio possa proporre al presidente della Repubblica non solo la nomina ma anche la revoca dei ministri. La riforma ha ottenuto la prima approvazione in Senato, ma è il primo passaggio del lungo percorso parlamentare delle leggi che integrano o modificano la Costituzione (ed è comunque molto improbabile, se non impossibile, che si arrivi a qualcosa di concreto da qui alla fine della legislatura nel 2027).

Meloni insomma non avrebbe potuto licenziare Santanchè: da qui la formula piuttosto vaga con cui aveva detto di «auspicare» le sue dimissioni. Nella prassi, infatti, il presidente del Consiglio può solo chiedere a un ministro di dimettersi, oppure indurlo a farlo in diversi modi, per esempio isolandolo politicamente o, come in questo caso, facendogli pressione pubblicamente.

Se anche a quel punto il ministro non dà volontariamente le dimissioni, rimane la possibilità che i parlamentari presentino una mozione di sfiducia contro di lui: non è una procedura contenuta nella costituzione (che formalmente prevede solo la sfiducia all’intero governo), ma attorno agli anni Ottanta diventò una prassi consolidata e poi fu introdotta nel regolamento della Camera. Negli anni Novanta la corte costituzionale sancì che potesse essere usata anche dal Senato.

La mozione va presentata con la firma di almeno un decimo dei componenti di una delle due camere. Deve poi essere discussa (non prima di tre giorni dopo la presentazione) e votata con un appello nominale, cioè palese, in modo tale che si sappia chi ha votato cosa. Se la maggioranza dei presenti vota a favore, la mozione è approvata e il ministro si deve dimettere. Mercoledì le opposizioni avevano presentato due mozioni di sfiducia contro Santanchè, una alla Camera e una al Senato, che però dopo le dimissioni della ministra non verranno discusse.

La Corte costituzionale ha stabilito che se una camera approva una mozione di sfiducia contro un ministro, questo deve presentare le dimissioni “per atto dovuto”, cioè obbligatoriamente. Se non lo fa, il presidente della Repubblica può rimuoverlo dal suo incarico su richiesta del presidente del Consiglio.

– Leggi anche: Le vicende giudiziarie di Daniela Santanchè, in fila

Durante il governo di Giorgia Meloni il parlamento ha già discusso altre tre mozioni di sfiducia nei confronti di Santanchè, presentate dalle opposizioni: una nel luglio del 2023, dopo la pubblicazione di un servizio del programma televisivo Report sulla sua società Visibilia, poi una nell’aprile del 2024 e un’altra nel febbraio del 2025, dopo che lei fu rimandata a giudizio per falso in bilancio della stessa società. Nessuna mozione passò con la maggioranza: questa volta però avrebbe avuto contro la presidente del Consiglio, e quindi verosimilmente anche un pezzo di maggioranza avrebbe potuto votare per sfiduciarla.

Filippo Mancuso dopo la seduta del Senato sulla mozione di sfiducia nei suoi confronti, il 20 ottobre 1995 (ANSA)

Nel corso della storia repubblicana sono state presentate una trentina di mozioni di sfiducia, ma una sola è stata approvata: quella presentata nel 1995 contro il magistrato Filippo Mancuso, ministro di Grazia e Giustizia del governo di Lamberto Dini (un governo tecnico sostenuto dal Partito Democratico della Sinistra, Lega e Partito Popolare). La firmarono senatori della maggioranza per contestare una serie di ispezioni giudiziarie avviate da Mancuso nei confronti del pool di Mani Pulite e di altri magistrati.