Le tante cose su cui il governo sta litigando con se stesso
Cinquanta giorni dopo la sconfitta al referendum, i ministri bisticciano tra loro persino nella chat di gruppo su WhatsApp

Sono passati cinquanta giorni dalla sconfitta subita dal governo al referendum costituzionale, e da quel momento le divisioni all’interno della destra si sono rese parecchio evidenti. In questo periodo Giorgia Meloni voleva dare nuovo slancio alla sua coalizione ribadendo l’unità d’intenti. E invece ogni settimana aumentano le materie su cui i partiti della maggioranza bisticciano tra loro: dalle nomine nelle autorità pubbliche alla riforma della legge elettorale; dalla politica internazionale alla questione della Biennale di Venezia; dalla legge sul fine vita ai rapporti con l’Unione Europea nelle faccende economiche.
Da metà gennaio il governo deve indicare il nuovo presidente della Consob, l’autorità pubblica che vigila sulla Borsa. L’unico candidato effettivamente preso in considerazione è sempre stato Federico Freni, sottosegretario all’Economia, esponente della fazione moderata della Lega. La sua nomina sembrava dunque scontata, senonché al momento decisivo Forza Italia si era opposta, con motivazioni mai del tutto chiarite, e Meloni ne aveva approfittato per rimandare tutto. Lo stallo si è prolungato per oltre due mesi.
Il 22 aprile scorso il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, pure lui leghista, aveva rinnovato la sua fiducia in Freni, dicendo che la decisione finale del governo era imminente. Il 4 maggio infatti sarebbe scaduto anche il mandato del presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato (AGCM, spesso chiamata Antitrust) e questo avrebbe dovuto aiutare a sbloccare le trattative (se qualcuno avesse sofferto la nomina di Freni, si sarebbe potuto compensare con quell’altra).
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Non è andata così. Anzi, Meloni dieci giorni fa aveva spiegato che la settimana seguente, cioè quella da poco conclusasi, il governo avrebbe provveduto alle nomine. Ma nella maggioranza non si è trovato un accordo, e tuttora sia sulla Consob sia sull’AGCM è in corso uno scontro tra Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia. I litigi sulle nomine di questo genere, apparentemente marginali, sono sempre significativi: perché poi hanno ripercussioni su altre questioni, e spesso sull’attività parlamentare, proprio perché i partiti si fanno dispetti reciproci come ritorsione. È un po’ quello che sta accadendo.

Il sottosegretario all’Economia Federico Freni, a sinistra, parla col ministro Giancarlo Giorgetti, a destra, nell’aula della Camera, il 30 aprile 2026 (Mauro Scrobogna/LaPresse)
C’è poi una riforma a cui Meloni tiene moltissimo, quella della legge elettorale. Fin dallo scorso ottobre Fratelli d’Italia sta mostrando una certa insofferenza per i dubbi e le irresolutezze degli alleati. Per la presidente del Consiglio la nuova legge elettorale andrebbe approvata quanto prima, anche perché quella attuale rende assai più complicata la vittoria della destra nel 2027. Ma alla Camera l’iter del provvedimento va abbastanza a rilento. Lunedì, al termine di un incontro di maggioranza tribolato, il governo ha deciso di fare un appello alle opposizioni: cercare, cioè, di coinvolgere anche il centrosinistra nella riforma, o quantomeno di farlo intervenire sulla questione.
Finora né Elly Schlein né gli altri leader del centrosinistra, però, hanno mostrato l’intenzione di esporsi, anche perché col passare delle settimane stanno emergendo le divergenze all’interno della destra. Dopo aver depositato un testo su cui dicevano di essere tutti d’accordo, i partiti di maggioranza stanno infatti avanzando ciascuno le proprie obiezioni, le proprie proposte di modifica, e alcune sono anche piuttosto incisive. Se per Fratelli d’Italia è una questione fondamentale da affrontare al più presto, sia la Lega sia Forza Italia dimostrano invece di non considerarla affatto una priorità, anche perché l’impianto attuale della nuova proposta avvantaggerebbe proprio il partito egemone della coalizione, cioè appunto Fratelli d’Italia di Meloni.
Analogamente, ma a ruoli invertiti, Forza Italia sollecita gli alleati e cerca collaborazione anche con l’opposizione sul cosiddetto “fine vita”, come vengono spesso chiamati in politica il periodo che precede la morte e le scelte personali che lo riguardano. C’è un disegno di legge per regolamentare il cosiddetto suicidio assistito, la pratica per cui a certe condizioni ci si può somministrare un farmaco per morire, che colmerebbe un vuoto normativo che dura da circa 8 anni e che è stato più volte stigmatizzato dalla Corte costituzionale. Ma è stato sostanzialmente bloccato per volere del governo, e in particolare del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, cattolico integralista, che è molto influente poiché è tra i più stretti collaboratori di Meloni.
Negli ultimi giorni Forza Italia sta chiedendo di riprendere la discussione del provvedimento e trovare un compromesso che possa essere soddisfacente anche per il centrosinistra, assecondando le raccomandazioni di Marina Berlusconi a rivendicare con più assertività alcune istanze liberali. Sia la Lega sia Fratelli d’Italia hanno reagito con un certo fastidio. Per evitare che queste divergenze si esasperassero, martedì il presidente del Senato Ignazio La Russa (di FdI) ha preso tempo, stabilendo che la discussione del provvedimento nell’aula del Senato dovrà iniziare il prossimo 3 giugno.
La Biennale di Venezia è diventato un altro motivo di conflitto. Anzitutto, per via della polemica inusualmente aspra tra il ministro della Cultura Alessandro Giuli e il direttore della Fondazione che organizza l’esposizione, Pietrangelo Buttafuoco: entrambi di destra, entrambi vicini a Meloni, hanno continuato a battibeccare per mesi, innescando una polemica che ha coinvolto infine l’intero governo. Buttafuoco ha difeso il diritto della Russia a partecipare alla Biennale, mentre Giuli era molto contrario. Nel frattempo, a fine aprile Giuli ha litigato in Consiglio dei ministri anche col leader della Lega Matteo Salvini, su una norma inserita nel decreto-legge sul contrasto alla crisi abitativa (il cosiddetto “Piano Casa”) che riguardava le soprintendenze.
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Ne è nato un contenzioso personale e politico che s’è riversato anche sulla vicenda della Biennale: Salvini ha elogiato la scelta di Buttafuoco di riaprire il padiglione russo, Giuli se ne è risentito, i due si sono scambiati critiche pubbliche per giorni. E dopo l’ennesima dichiarazione ostile da parte di Giuli, Salvini ha condiviso sulla chat WhatsApp dei ministri la notizia dell’attacco del collega, commentando con un laconico «Mah». Poi domenica Giuli ha scelto di rimuovere dal loro incarico, in modo improvviso e burrascoso, due importanti dirigenti del suo gabinetto, entrambi protetti e stimati dai dirigenti di Fratelli d’Italia vicini a Meloni: è stato l’ultimo sviluppo di questo lungo scontro.

Il ministro della Cultura Alessandro Giuli alla cerimonia per la proclamazione della capitale italiana della cultura 2028 (Cecilia Fabiano/LaPresse)
Lunedì Meloni ha ricevuto Giuli a Palazzo Chigi e ne ha dato poi notizia con una nota informale alla stampa nella quale il suo staff faceva sapere che il ministro della Cultura «ha espresso la propria gratitudine nei confronti del presidente del Consiglio, confermando il suo totale sostegno al programma della coalizione di governo». Sono quelle cose che si fanno quando, in realtà, c’è grossa tensione.
Anche sulla politica internazionale ci sono grosse divergenze. I partiti di maggioranza hanno espresso posizioni diverse su come ottenere dalla Commissione Europea concessioni sui vincoli di bilancio, così da finanziare misure per fronteggiare la crisi energetica causata dalla guerra in Medio Oriente. La Lega, coi suoi esponenti più euroscettici, ha vagheggiato una improbabile uscita unilaterale dal Patto di stabilità (cioè l’insieme delle regole europee sui bilanci degli Stati membri): ipotesi di per sé poco o nulla praticabile, ma che dimostrava l’intenzione di aprire un contenzioso con la Commissione. Forza Italia ha invece suggerito di utilizzare le risorse del MES, il Fondo europeo che serve a sostenere i paesi o le grandi banche che dovessero entrare in crisi finanziaria: anche questa è una soluzione poco realistica, specie nel breve periodo.
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Meloni e Giorgetti hanno deciso infine di seguire una terza via: cercare di negoziare con la Commissione modifiche specifiche e puntuali alle regole attualmente in vigore per rendere meno gravose per il bilancio italiano le nuove spese per la crisi energetica, facendo rientrare pure quelle in una sorta di contabilità speciale come avviene per i progetti legati al riarmo.
Anche questo è stato motivo di scontro. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha sostenuto che Giorgetti voglia ridimensionare e ritardare il finanziamento delle spese militari, compromettendo i piani per ammodernare le forze armate. Anche il ministro delle Imprese Adolfo Urso si è risentito, perché Giorgetti ha imposto modifiche sostanziali a un suo decreto che intendeva favorire gli incentivi al settore industriale. Questo screzio ha avuto un esito inconsueto, con Urso che ha chiesto al parlamento di sospendere l’approvazione del provvedimento che lui stesso aveva emanato (ma che era stato un po’ stravolto dalla Ragioneria).
Sulla crisi energetica c’è infine una grossa discussione nel governo intorno all’ipotesi di ridurre le restrizioni all’acquisto del gas russo: l’amministratore delegato di ENI, Claudio Descalzi, durante un evento organizzato dalla Lega aveva suggerito di adottare questa soluzione dal 2027. Salvini si è subito detto entusiasta, Meloni ha invece espresso una netta contrarietà.



