Appresso ai ministri
Chi sono e cosa fanno i funzionari dei ministeri che compongono il cosiddetto “gabinetto”, come quelli licenziati all'improvviso da Alessandro Giuli

La decisione del ministro della Cultura Alessandro Giuli di revocare senza preavviso gli incarichi del capo della sua segreteria tecnica e della capa della sua segreteria particolare, Emanuele Merlino ed Elena Proietti, non è stata ben accolta dentro Fratelli d’Italia. E tuttavia, Giuli rivendica la propria totale autonomia nella scelta.
In effetti quei due incarichi rientrano tra quelli cosiddetti «di diretta collaborazione», cioè assegnati da un ministro sulla base di sue personali considerazioni. Sono i componenti del cosiddetto gabinetto, parola che origina dal francese cabinet, e che sta a indicare l’ufficio dentro cui avvengono le riunioni e per estensione i partecipanti a quelle riunioni, lo staff. I membri del gabinetto sono legati al ministro da un rapporto di fiducia diretta: è insomma il ministro a decidere del loro mandato.
Quando un ministro viene nominato, la definizione del suo gabinetto è la prima scelta che deve fare, e la più delicata. Ciascuno segue parametri suoi: può affidarsi a funzionari che conoscono bene e da molto tempo il ministero e le sue strutture; può al contrario chiamare una persona di sua fiducia, e del tutto estranea a quell’amministrazione; può farsi consigliare dal partito, e in certi casi può essere indotto o anche costretto dai dirigenti di quel partito a dare incarichi a ex parlamentari non rieletti.
Il più importante di questi incarichi è il capo di gabinetto. È questa la persona che coordina tutto il gabinetto, che verifica in ultima istanza la correttezza delle procedure, che sottopone al ministro le carte da firmare, anche se spesso capita che sia proprio il capo di gabinetto ad avere potere di firma su circolari, direttive o decreti interni, e dunque a dover assumersi la responsabilità di atti amministrativi molto importanti. È insomma, come si dice in gergo, quello che davvero fa «girare la macchina».
I capi di gabinetto sono quasi sempre esperti in diritto – avvocati, magistrati o consiglieri parlamentari – e spesso sono in distacco dall’ente di cui formalmente risultano dipendenti. In certi ministeri, infatti, la scelta deve invece seguire parametri più rigidi: al ministero dell’Interno il capo di gabinetto va individuato tra i prefetti; al ministero della Difesa tra generali e ammiragli; al ministero degli Esteri tra ambasciatori o ministri plenipotenziari, cioè le due più alte categorie gerarchiche della carriera diplomatica.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani col suo capo di gabinetto, Francesco Genuardi, e il segretario generale della Farnesina, Riccardo Guariglia, il 6 dicembre 2024 (ALESSANDRO DI MEO/ANSA)
Per la delicatezza del ruolo, che deve contemplare doti giuridiche, politiche e umane insieme, succede spesso che i capi di gabinetto siano un po’ sempre quelli, che insomma vengano scelti dai ministri tra una lista ristretta di persone con una riconosciuta autorevolezza. Succede anche che, col passare del tempo, un funzionario si qualifichi come vicino a un certo partito, e che dunque siano poi i governi di quell’orientamento a servirsene, mentre altri lo guarderanno con sospetto.
Succede sia per via dell’effettivo credo politico di questo o di quel funzionario, sia per circostanze più fortuite. A volte sono le contingenze a favorire la nascita di un rapporto di fiducia tra un ministro e un funzionario, il quale poi seguirà un po’ la traiettoria di quel politico o del suo partito. Per questo, spesso, si sente dire che quel capo di gabinetto è «fedele», o «vicino», a un determinato politico.
E per quanto queste affiliazioni siano reali, succede anche che chi ha fatto il capo di gabinetto con un ministro di centrosinistra possa ottenere incarichi importanti anche da ministri di centrodestra, e viceversa. D’altronde ciascuno ha i propri interessi. Per un politico è importante avere nei ministeri gente con cui abbia confidenza e consuetudine, anche quando svolge incarichi diversi o sta all’opposizione: serve a ottenere informazioni, a sollecitare certe decisioni, a favorire alcune nomine. Per il capo di gabinetto, salvo quelli ideologicamente schierati, è sempre consigliabile mantenere una certa indipendenza, così da poter essere scelti da governi di diversi orientamenti, e restare dunque sempre sul mercato.
Tutto ciò vale, benché in misura minore, anche per gli incarichi meno rilevanti, a partire dal vice (o dai vice) capo di gabinetto, che aiutano il loro diretto superiore.
È molto importante anche il capo dell’ufficio legislativo, un ufficio la cui composizione varia parecchio da ministero a ministero. È il funzionario che si occupa più specificamente di scrivere le leggi, controllandone la correttezza sul piano giuridico e la compatibilità con le altre norme esistenti e con la Costituzione. È insomma la persona che traduce in articoli di legge le intenzioni del ministro. È anche, in tanti casi, la persona che si confronta più di frequente e in modo più diretto con la Ragioneria generale dello Stato, cioè con l’ufficio del ministero dell’Economia che verifica preventivamente la sostenibilità finanziaria dei provvedimenti elaborati dal governo. Anche il capo dell’ufficio legislativo ha spesso almeno un vice.

Il capo di gabinetto di Giorgia Meloni, Gaetano Caputi, durante la conferenza stampa sul Piano Casa a Palazzo Chigi, il 30 aprile 2026 (ANGELO CARCONI/ANSA)
Ci sono poi i responsabili della segreteria. Qui ci sono prassi e abitudini diverse, nei vari ministeri, e poi ogni ministro si regola come preferisce.
Di base c’è una distinzione tra la segreteria tecnica e la segreteria particolare (o personale), ma non è detto che tutti i ministri si servano di entrambe. Il capo della segreteria tecnica assiste più da vicino il ministro sugli aspetti tecnici, appunto: si confronta coi funzionari dell’ufficio legislativo, cura i rapporti coi portatori d’interesse, raccoglie informazioni ed elabora i documenti che servono per imbastire i dossier, o per far sì che il ministro arrivi pronto alle riunioni di lavoro.
La segreteria particolare (o personale) cura invece l’agenda del ministro, fa da filtro delle richieste di incontro, si occupa spesso delle questioni logistiche, di organizzare i viaggi e le trasferte, e tutto il resto. Talvolta, a coordinare l’attività delle due strutture, c’è poi un capo della segreteria generale, che è di solito quello di cui il ministro si fida di più, e a cui si rivolge più di frequente per tutte le esigenze e le necessità più varie.
C’è ampia discrezionalità anche per quel che riguarda la comunicazione e i rapporti con i media. Di solito tra gli incarichi di diretta collaborazione c’è il capo dell’ufficio stampa, spesso assistito da un vice. Alcuni ministri decidono di dare pieno mandato a questo funzionario, rendendolo di fatto anche il proprio portavoce.
Altre volte, invece, si tende a distinguere le due figure, attribuendo al capo dell’ufficio stampa compiti più istituzionali e formali (composizione delle rassegne stampa mattutine; promozione dei contenuti; la cura della comunicazione del ministero nel suo complesso) e a un portavoce, talvolta tenuto al di fuori dell’organigramma ministeriale, i compiti più operativi, da curare il rapporto diretto coi giornalisti, ad accompagnare dovunque il ministro e gestirne i profili social.
Infine ci sono i consiglieri. Alcuni sono fissi, altri variano da ministero a ministero. I ministri più importanti hanno un consigliere diplomatico, che assiste il ministro in tutte le attività che riguardano questioni o che hanno comunque risvolti internazionali, nel vagliare e definire accordi con altri paesi, nell’organizzare missioni istituzionali all’estero.
In altri casi ci sono i consiglieri responsabili del cerimoniale, cioè della gestione degli eventi pubblici organizzati dal ministero o in cui è comunque prevista la partecipazione del ministro, e i consiglieri per i rapporti col parlamento, che seguono cioè l’attività di Camera e Senato che coinvolge più direttamente il ministero. Questi ultimi si coordinano coi presidenti delle commissioni responsabili quando ce n’è bisogno, anche se spesso in questi casi i contatti più efficaci sono quelli che tiene direttamente il ministro, per le vie brevi.
I ministri che hanno alle proprie dipendenze una o più forze armate hanno poi, nel proprio gabinetto, anche un aiutante di “campo”: è di solito un alto ufficiale che cura i rapporti con la forza armata di riferimento, che si occupa delle questioni logistiche e della sicurezza del ministro, specie in occasioni delle sue trasferte. Il ministro dell’Economia ha un aiutante di campo che è della Guardia di finanza; il ministro della Difesa ha un aiutante di campo e poi tre altri aiutanti competenti ciascuno per una delle forze armate (aiutante di campo dell’Esercito; aiutante di “bandiera” per la Marina; aiutante di “volo” per l’Aeronautica).
A parte alcuni parametri fissi previsti da leggi specifiche, ogni ministro può modificare l’organizzazione interna del suo ministero e del suo gabinetto: nominando nuovi consiglieri, modificando le prerogative di alcuni uffici, ampliando o riducendo il numero dei collaboratori a seconda delle esigenze del momento, o delle priorità che si intende seguire.



