Chi guadagna e chi perde con i nuovi dazi di Trump

In modo un po' paradossale favoriscono i paesi che avevano fatto resistenza e puniscono quelli accomodanti, almeno per ora

Un container viene caricato su una nave in New Jersey, il 15 ottobre 2025 (AP Photo/Matt Slocum)
Un container viene caricato su una nave in New Jersey, il 15 ottobre 2025 (AP Photo/Matt Slocum)
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I nuovi dazi al 10 per cento entrati in vigore martedì sono i primi con cui il presidente statunitense Donald Trump sta provando a ricostruire il sistema che aveva creato negli scorsi mesi, e che è stato dichiarato illegittimo dalla Corte Suprema. C’è ancora grande incertezza: il nuovo impianto è provvisorio, e tutto potrebbe cambiare rapidamente. Quello che è certo è che i nuovi dazi sono in media meno punitivi dei vecchi, ed è un vantaggio per alcuni paesi e uno svantaggio per altri.

Ci guadagnano i paesi che si erano mostrati meno accondiscendenti verso le richieste di Trump, come la Cina, il Brasile e l’India. Ci perdono invece quelli che avevano tentato di garantirsi un trattamento più favorevole tramite accordi, come il Regno Unito e l’Unione Europea, e che spesso avevano fatto concessioni pur di ridurre i dazi.

Questa disparità si crea perché fino a pochi giorni fa i dazi colpivano i vari paesi in modo diverso, mentre dopo la sentenza Trump ha imposto un dazio temporaneo uguale per tutti, del 10 per cento. Semplificando molto, i paesi che avevano un dazio superiore al 10 per cento ci guadagnano, quelli che l’avevano inferiore ci perdono (le cose sono in realtà più complicate, come vedremo: questo è utile per avere un’idea generale).

Trump ha già detto che intende aumentare i dazi per tutti al 15 per cento, ossia il limite previsto dalla legge che ha usato per imporli senza passare dal Congresso. Potranno restare in vigore per un massimo di 150 giorni, quindi fino al 24 luglio, a meno che il Congresso non li estenda. Trump ha detto che in ogni caso il governo sta lavorando per alzarli ancora di più e renderli permanenti, anche se non è chiaro come possa fare senza passare dal Congresso: la sentenza della Corte Suprema dice espressamente che i dazi sono un’imposta, e come tale devono ricevere l’approvazione parlamentare.

Il vecchio impianto, quello smantellato dalla Corte Suprema, prevedeva invece una base per tutti del 10 per cento a cui si aggiungevano i dazi definiti da Trump “reciproci”, che variavano da paese a paese. Molti governi hanno poi negoziato e fatto accordi per abbassare i dazi “reciproci”.

Il primo a concludere un accordo era stato il Regno Unito. Inizialmente Trump aveva imposto sul paese un dazio complessivo del 20 per cento (il 10 per cento di base più un 10 ad hoc), ma con l’accordo era stato ridotto al 10 per cento in totale. Era poi arrivata anche l’Unione Europea, che per non farsi imporre un dazio del 30 per cento (10+20) a luglio aveva accettato un accordo molto sfavorevole, che però ha fatto scendere il dazio per tutti i paesi membri al 15 per cento in tutto.

– Ascolta Wilson: Sui dazi ci siamo consegnati con le mani in alto

Con i nuovi dazi le cose cambierebbero così: se restano al 10 per cento al Regno Unito non cambia niente, mentre per l’Unione c’è un miglioramento. Se salgono al 15 per cento il Regno Unito ci rimette, mentre per l’Unione non cambia niente.

Ora però non si sa cosa succederà agli accordi fatti in questi mesi: tra gli esperti legali c’è il sospetto che la sentenza della Corte Suprema, annullando i dazi “reciproci” che si volevano evitare con gli accordi, invalidi anche gli accordi stessi. Sia l’Unione Europea che il Regno Unito hanno manifestato la volontà di mantenerli, soprattutto per il timore che i nuovi dazi siano solo i primi di molti altri.

Al di là delle percentuali sulla carta, il dato che davvero mostra se un paese ci guadagna o ci rimette è quello del dazio medio ponderato, un valore che tiene conto di quali merci e di quali volumi due paesi si scambiano e che quindi mostra in modo più realistico quanto pesano i dazi. Un esempio estremo: se un paese esporta negli Stati Uniti solo prodotti esenti dai dazi, come quelli farmaceutici o alcune categorie di elettronica, il dazio medio ponderato che subisce è vicino allo zero, a prescindere da cosa Trump gli impone sulla carta.

Secondo le elaborazioni di Global Trade Alert, un’organizzazione indipendente che monitora i cambiamenti nei commerci e nelle politiche che impattano su di essi, per come sono ora le cose – cioè con i dazi al 10 per cento – i 20 maggiori partner commerciali degli Stati Uniti ci guadagnano tutti, a eccezione di Regno Unito e Singapore, per cui le cose non cambierebbero dato che già subiscono dazi del 10 per cento.

Se invece arriveranno al 15 per cento, come ha promesso Trump e come effettivamente può fare, il Regno Unito sarebbe il paese più penalizzato tra i primi 20 partner commerciali degli Stati Uniti. L’Italia sarebbe il secondo e l’Unione Europea il quinto.

La classifica è notevole se si guarda l’estremo opposto, cioè chi otterrebbe una riduzione dei dazi anche col regime più svantaggioso: il Brasile, la Cina e l’India su tutti. Come detto, questi paesi erano quelli verso cui erano stati applicati i dazi più alti e punitivi nel vecchio impianto, soprattutto per ragioni politiche. Il Brasile e la Cina in particolare però non hanno ceduto alle richieste di Trump, e ora ne stanno traendo conseguenze positive. Questo mostra anche come la strategia di Trump, fatta di minacce a vuoto, “bluff” malcelati e retromarce continue, non abbia sempre funzionato.

Lo scorso luglio Trump aveva imposto sul Brasile dazi del 50 per cento, quindi altissimi, per motivi che non avevano nulla a che fare con i commerci: il suo intento era far archiviare il processo contro Jair Bolsonaro, ex presidente del Brasile e suo alleato, accusato di aver pianificato un colpo di stato. I dazi erano quindi un tentativo esplicito di condizionare la magistratura di un altro stato, ma non è riuscito: il processo a Bolsonaro è andato avanti e lui è stato condannato a 27 anni di carcere. Al contrario i dazi si sono ritorti contro gli Stati Uniti, dato che hanno fatto aumentare il prezzo di alcuni prodotti brasiliani molto diffusi lì come il caffè e la carne.

Dopo l’evidente fallimento della sua strategia, Trump ha ammorbidito l’approccio verso il Brasile, per esempio creando delle esenzioni per i dazi.

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Anche la Cina ha seguito un approccio simile a quello del Brasile e non si è piegata alle minacce di Trump. Inizialmente era stato il paese di gran lunga più colpito dai dazi, ma anche quello che aveva risposto con più fermezza: a suon di rilanci i due paesi erano arrivati a imporsi dazi superiori al 100 per cento, un livello che di fatto rendeva il commercio non più conveniente. La Cina aveva anche risposto limitando l’esportazione di materie prime essenziali per le produzioni tecnologiche, le cosiddette terre rare, e mettendo in estrema difficoltà l’industria statunitense.

Trump voleva convincere il presidente Xi Jinping a negoziare e cedere alle sue richieste, peraltro confuse e mai davvero chiarite. Non ce l’ha fatta, aveva ritrattato varie volte e i dazi erano stati riportati al 30 per cento.

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