Il Regno Unito stava per restituire le isole Chagos a Mauritius, poi è arrivato Trump
C’entra la base militare strategica che si trova lì, ma anche la politica britannica

Donald Trump si è messo a contestare un accordo internazionale che sembrava chiuso. È quello con cui il Regno Unito si è impegnato a cedere a Mauritius le isole Chagos, spesso definite la sua ultima colonia nell’oceano Indiano. L’accordo era stato firmato a maggio, ma non ancora ratificato dal parlamento britannico. La settimana scorsa l’ultimo passaggio è stato rinviato anche a causa delle pressioni di Trump, e il primo ministro britannico Keir Starmer ha dovuto ricominciare a discuterne con lui.
È una vicenda intricata, piena di risvolti politici. Cominciamo chiarendo cosa c’entrano gli Stati Uniti.
Sull’atollo più grande della sessantina delle Chagos, che si chiama Diego Garcia, c’è una importante base aeronavale, gestita insieme da Regno Unito e Stati Uniti. È strategica per la sua posizione nell’oceano Indiano: da lì sono partite operazioni e attacchi aerei statunitensi contro l’Afghanistan e l’Iraq, e in tempi più recenti contro il gruppo degli Houthi in Yemen.
La base è anche abbastanza vicina all’Iran, che Trump sta minacciando e accerchiando militarmente. I suoi bombardieri B-2 Spirit possono colpire e poi tornare indietro senza bisogno di rifornimenti (sono gli stessi usati negli attacchi ai siti del programma nucleare dell’estate scorsa, anche se in quel caso la base fu usata solo come depistaggio).
L’accordo prevede che il Regno Unito mantenga il controllo su Diego Garcia per 99 anni, prorogabile per altri 40, in cambio di un pagamento annuale a Mauritius di 101 milioni di sterline (120 milioni di euro).
Trump lo ha raccontato come una rinuncia alla base, «un atto di grandissima stupidità», e ha citato le Chagos per giustificare le mire sulla Groenlandia. La narrazione è: non possiamo fidarci delle rassicurazioni degli alleati europei se poi danno via i loro territori (la Groenlandia fa parte del Regno di Danimarca).

Un bombardiere B-2 Spirit degli Stati Uniti al ritorno da una missione a Diego Garcia, lo scorso maggio (Staff Sgt. Joshua Hastings/U.S. Air Force via AP)
In questi giorni il governo britannico ha fatto notare a Trump che non si era opposto all’accordo quando gli era stata data l’occasione per farlo. Starmer ha spiegato che la firma era stata rinviata di tre mesi proprio per consentire all’amministrazione Trump appena insediata di valutare il testo.
Non ci furono pareri contrari da parte delle agenzie d’intelligence statunitensi, e non ne risultano tuttora nonostante le dichiarazioni di Trump. Tra l’altro all’epoca il presidente si era detto favorevole all’accordo e la sua amministrazione lo aveva commentato con enfasi: il segretario di Stato, Marco Rubio, lo aveva definito «storico», e quello della Difesa, Pete Hegseth, «molto importante».

Una foto satellitare dell’isola di Diego Garcia, fatta nel 2024: a sinistra si nota la pista della base (maps4media via Getty Images)
Le stesse condizioni che oggi vengono raccontate dagli Stati Uniti come un affronto alla sicurezza nazionale, meno di un anno fa erano interpretate come garanzie solide. Cos’è cambiato nel frattempo?
Starmer se l’è spiegata dicendo che le dichiarazioni di Trump sono un modo per fargliela pagare sulla Groenlandia. Il Regno Unito è stato tra gli otto paesi che si sono opposti ai piani di Trump prima che attenuasse le minacce di prendersi l’isola con la forza e di imporre nuovi dazi.

Una protesta contro la cessione delle Chagos fuori dal parlamento, a Londra, lo scorso giugno. Una loro delegazione si è offerta di intitolare a Trump un’isola disabitata dell’arcipelago se fermerà la cessione (Vuk Valcic/ZUMA Press Wire)
In tutta questa storia c’è anche da considerare una questione politica interna al Regno Unito. L’intervento di Trump è avvenuto al culmine di una campagna anti-governativa da parte dei suoi alleati politici britannici, i Conservatori e Reform UK (il partito sovranista di Nigel Farage), che hanno accusato Starmer di essersi arreso su un territorio che secondo loro doveva restare britannico. In realtà, i negoziati con Mauritius erano iniziati nel 2022, quando al governo c’erano proprio i Conservatori.
L’accordo che Trump ha bloccato doveva chiudere una decennale disputa territoriale con Mauritius, a cui avevano dato ragione sia la Corte internazionale di giustizia sia l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Il Regno Unito infatti aveva scorporato le Chagos da Mauritius nel 1965, tre anni prima di concedere l’indipendenza alla colonia, e le aveva sottoposte a uno sfollamento forzato (oggi sono abitate quasi esclusivamente da militari e funzionari).
– Leggi anche: Fine dell’ultima colonia britannica
La destra britannica è incline al revisionismo sul passato imperiale e anche per questo ha caricato la cessione di significati simbolici. I giornali hanno ricostruito che Farage e la leader dei Conservatori, Kemi Badenoch, hanno sfruttato i contatti nell’entourage di Trump per chiedergli di bloccarla.
È del tutto irrituale che i politici chiedano al leader di un altro paese di intervenire contro una decisione del loro governo. Così, di fatto, hanno delegittimato la posizione di Starmer. Sono stati i membri Conservatori della Camera dei Lord a votare per rinviare la ratifica, che non è ancora stata rifissata in parlamento. Il governo è stato costretto a fermarsi per verificare se gli Stati Uniti abbiano il potere di fare saltare l’accordo. Nel frattempo, la cessione delle Chagos è rimasta appesa.
Il governo di Mauritius ha assistito piuttosto incredulo a questi sviluppi. Il procuratore generale, Gavin Glover, ha detto che la sovranità sull’arcipelago «non dovrebbe più essere soggetta a dibattito».



