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  • Martedì 11 novembre 2025

I Democratici non sono per niente contenti di come sta finendo lo shutdown

Lo stavano sfruttando per indebolire Trump e i Repubblicani, e stava funzionando: poi otto senatori hanno ceduto alle pressioni

Una manifestazione davanti al Congresso a Washington contro i tagli ai sussidi voluti dall'amministrazione Trump, giugno 2025
Una manifestazione davanti al Congresso a Washington contro i tagli ai sussidi voluti dall'amministrazione Trump, giugno 2025 (AP Photo/Julia Demaree Nikhinson)
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L’accordo al Senato degli Stati Uniti che con ogni probabilità porrà fine allo shutdown del governo statunitense ha creato una nuova lotta interna al Partito Democratico. Lunedì sera otto senatori Democratici moderati hanno disobbedito alle indicazioni del partito e votato assieme ai Repubblicani per approvare una misura che finanzierà il governo fino a fine gennaio, e che a meno di sorprese dovrebbe essere confermata dalla Camera mercoledì. Le reazioni del resto del partito sono state molto dure.

«Patetico», ha detto il governatore Democratico della California Gavin Newsom. «Una resa incondizionata», ha detto il deputato Ritchie Torres. «Un completo tradimento del popolo americano», per la vicegovernatrice dell’Illinois, Juliana Stratton. Molti Democratici si sono rivoltati contro il loro capogruppo al Senato, Chuck Schumer, accusandolo di esercitare una leadership debole e incapace di tenere la disciplina tra i propri ranghi. «Il senatore Schumer non è più efficace e dovrebbe essere sostituito», ha scritto su X il deputato Democratico Ro Khanna, in uno dei molti commenti del genere.

Lo scontro tra i Democratici riguarda anzitutto i termini dell’accordo per la fine dello shutdown che, come ha detto l’ex segretario ai Trasporti Pete Buttigieg, uno dei maggiori esponenti del partito, è «un cattivo accordo». I Democratici avevano cominciato lo shutdown per impedire il taglio dei sussidi alle assicurazioni sanitarie, che avrebbe provocato un forte aumento dei costi della sanità per milioni di cittadini statunitensi. Di solito durante uno shutdown le due parti negoziano per raggiungere un compromesso, ma questa volta i Repubblicani e l’amministrazione del presidente Donald Trump si sono rifiutati e hanno scommesso che i Democratici avrebbero ceduto prima.

Il capogruppo democratico al Senato Chuck Schumer, 4 novembre 2025

Il capogruppo democratico al Senato Chuck Schumer, 4 novembre 2025 (AP Photo/Mark Schiefelbein)

È di fatto quello che è successo: dopo 41 giorni di shutdown, il più lungo della storia degli Stati Uniti, gli otto senatori Democratici (e di fatto tutto il partito con loro), hanno accettato di porre fine alla protesta senza ottenere niente in cambio sulle assicurazioni sanitarie. L’accordo prevede che ci sarà un voto sul tema nei prossimi mesi, ma sarà facile per i Repubblicani ignorarlo.

Una delle ragioni per cui gli otto Democratici hanno ceduto è che gli effetti dello shutdown stavano diventando troppo pesanti da sostenere. Usando come scusa il blocco dei finanziamenti al governo, e per fare pressione sugli avversari, l’amministrazione Trump nelle scorse settimane ha licenziato migliaia di dipendenti federali e limitato fortemente l’erogazione dei sussidi alimentari, che riceve una persona su otto negli Stati Uniti. C’erano anche altri gravi disagi, tra cui la cancellazione di centinaia di voli in molti aeroporti del paese.

I Democratici moderati a favore dell’accordo con i Repubblicani hanno deciso dunque che non valeva la pena proseguire la battaglia politica se migliaia di persone rischiavano di trovarsi senza lavoro, e milioni senza cibo (l’accordo prevede la reintegrazione dei dipendenti federali licenziati).

Donald Trump, 5 noembre 2025

Donald Trump, 5 novembre 2025 (AP Photo/Evan Vucci)

Le divisioni interne ai Democratici vanno però oltre le assicurazioni sanitarie e i sussidi alimentari. Per una parte consistente del partito lo shutdown non era soltanto un modo per ottenere alcuni risultati specifici, ma uno strumento per reagire alle tendenze sempre più autoritarie di Trump, e mostrare al proprio elettorato che il partito stava facendo un’opposizione decisa con mezzi drastici. L’idea dello shutdown era di mostrare che i Democratici non sono completamente inermi e che Trump può essere indebolito e fermato.

Agli occhi di molti Democratici – ma anche di molti opinionisti – la strategia stava funzionando. I sondaggi sostenevano che gli elettori dessero la colpa dello shutdown e dei disagi che ne derivavano ai Repubblicani, e la popolarità di Trump stava scendendo notevolmente: durante lo shutdown è andata per la prima volta sotto al 40 per cento, secondo una rilevazione di CNN. Trump, tra le altre cose, ha incolpato lo shutdown per la grossa sconfitta che i Repubblicani hanno subìto la settimana scorsa alle elezioni locali.

Se l’obiettivo era indebolire Trump, lo shutdown stava funzionando, e per questo l’accordo per porvi fine ha creato frustrazione e rabbia dentro al partito. Al tempo stesso la leadership dei Democratici non aveva davvero un piano su come sarebbe potuta andare a finire se lo scontro fosse andato avanti a oltranza, e i Repubblicani avessero continuato a rifiutarsi di negoziare.

Così, senza una soluzione praticabile e pressati dall’amministrazione Trump, i Democratici hanno ceduto per primi. Da un lato hanno preso la decisione responsabile, e posto fine a uno shutdown che stava provocando disagi, incertezze e sofferenze a milioni di cittadini. Dall’altro hanno confermato a Trump che, applicando il giusto grado di pressione, alla fine può ottenere quello che vuole.