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  • Venerdì 10 ottobre 2025

Come si è arrivati all’accordo su Gaza

Con una tattica di negoziato che arriva più dal settore immobiliare che da quello diplomatico, e dopo settimane di manovre di Trump e paesi arabi

Donald Trump negli Emirati Arabi Uniti, maggio 2025
Donald Trump negli Emirati Arabi Uniti, maggio 2025 (AP Photo/Altaf Qadri)
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L’accordo per la pace nella Striscia di Gaza è stato raggiunto grazie a settimane di manovre studiate per forzare la mano sia al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sia alla leadership di Hamas. Queste manovre hanno avuto al centro il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ma hanno anche avuto molti altri protagonisti, tra cui i governi di alcuni paesi arabi e negoziatori particolarmente influenti.

L’accordo è stato raggiunto grazie a una tattica di negoziazione che, più che dal mondo della diplomazia, arriva da quello del settore immobiliare, di cui sono membri tanto Trump quanto i suoi principali consiglieri. La tattica è: ottieni un sì di massima, poi ai dettagli ci pensiamo dopo. È quello che sta succedendo con questo accordo, che riguarda solo la prima fase di un processo più lungo e in cui tutti gli elementi più complicati sul futuro della Striscia di Gaza devono ancora essere negoziati.

Il momento in cui queste manovre diplomatiche si sono fatte concrete è stato a fine settembre a New York, a margine dell’Assemblea generale dell’ONU, quando Trump e i suoi negoziatori si sono incontrati con i rappresentanti di numerosi paesi arabi e di Turchia, Pakistan e Indonesia, in un evento organizzato dagli Emirati Arabi Uniti. Trump stesso, parlando con i giornalisti quel giorno, disse che quello era «il suo incontro più importante».

La riunione era stata indetta pochi giorni dopo che Israele, senza coordinarsi con gli Stati Uniti, aveva bombardato un edificio in Qatar dove si trovavano alcuni esponenti di Hamas. Il Qatar è un paese neutrale, alleato degli Stati Uniti e il più importante dei negoziatori. L’attacco «è stato il momento in cui Trump ha detto: “È ora di finirla”», ha detto a NBC una fonte israeliana. Anche gli altri paesi che stavano partecipando al negoziato erano ugualmente arrabbiati con Israele.

L'incontro tra Trump e i rappresentanti di vari paesi arabi e musulmani, 23 settembre 2025

L’incontro tra Trump e i rappresentanti di vari paesi arabi e musulmani, 23 settembre 2025 (AP Photo/Evan Vucci)

All’incontro la delegazione statunitense ha cominciato a far circolare il piano in 20 punti che poi sarebbe diventato la base dell’accordo di questi giorni. Il piano di per sé non ha niente di innovativo: i suoi elementi principali (la restituzione degli ostaggi; il ritiro graduale dell’esercito israeliano da Gaza; la fine del governo di Hamas sulla Striscia) sono in discussione da mesi. La differenza è stata nella forza e nel coordinamento con cui i negoziatori lo hanno portato avanti, superando e perfino ignorando le obiezioni del governo israeliano e di Hamas.

Un successo dei paesi arabi e della Turchia è stato fare in modo che Trump si intestasse l’accordo. Come ha raccontato il Guardian, la proposta di creare un “Consiglio di pace” per sovrintendere alla ricostruzione di Gaza e di mettervi Trump a capo ha lusingato il presidente. Più in generale, Trump ha capito che un successo nei negoziati avrebbe potuto essere il suo personale successo, e per questo ha cominciato a sostenerlo con maggiore energia. «Il grande vantaggio di Trump è che una volta che si mette in testa qualcosa è inarrestabile», ha detto una fonte del Guardian.

Un altro protagonista importante è stato Jared Kushner, il genero di Trump (cioè marito di sua figlia Ivanka Trump), che durante il primo mandato del presidente era il suo principale consigliere per il Medio Oriente, ma che negli ultimi anni si era allontanato dall’attività di governo. In queste settimane, invece, Kushner è tornato al centro dei negoziati, e secondo molte ricostruzioni è stato uno dei suoi principali ideatori, capace di tenere insieme tutte le parti.

Assieme a Steve Witkoff, il capo dei negoziatori di Trump che ha partecipato alle trattative, Kushner fa l’imprenditore immobiliare a New York.

I negoziatori hanno adottato due espedienti nel presentare il piano a Israele e Hamas: il primo, appunto, è stato quello di ignorare le obiezioni e sorvolare sui dettagli. «Sia Netanyahu sia Hamas hanno provato a dire “sì, ma”, per bloccare il negoziato, ma Trump ha deciso di sentire solo il “sì”, e li ha messi alle strette», ha detto la fonte di NBC.

L’altro è stato quello di presentare l’accordo come un fatto compiuto. Prima ancora che fosse raggiunto un consenso, sia gli Stati Uniti sia i paesi arabi che la Turchia hanno mostrato un atteggiamento molto ottimista sul negoziato, facendo capire che la pace era possibile e che opporsi all’accordo sarebbe stato un insulto personale a Trump. E soprattutto per Netanyahu, che dipende dal sostegno degli Stati Uniti, al momento è impossibile dire di no a Trump su una questione così importante.

Queste tattiche hanno portato a un consenso di massima e al cessate il fuoco, che dovrebbe essere applicato a breve. I problemi cominceranno quando bisognerà negoziare la “fase due”, cioè tutti i dettagli sul futuro di Gaza, sulla ricostruzione, sul ritiro degli israeliani e sulla smilitarizzazione di Hamas. È nella fase due che Netanyahu e Hamas proveranno a influenzare le trattative, ed è lì che si correrà maggiormente il rischio di un nuovo fallimento.

In un’intervista all’emittente Fox News Trump si è detto fiducioso che il piano reggerà sul lungo periodo: «Vedrete che ci sarà convivenza e Gaza sarà ricostruita». Al contrario Amit Segal, un commentatore politico israeliano molto vicino a Netanyahu, ha detto: «Non c’è nessuna fase due: è chiaro, no? La fase due potrebbe avvenire a un certo punto, ma non c’entra niente con quello che è stato firmato finora».