Come i sommozzatori finlandesi hanno trovato i corpi dei sub italiani alle Maldive
Una squadra di specialisti li ha individuati durante un'immersione con attrezzature che permettono di rimanere sott'acqua fino a quattro ore

I corpi dei quattro sommozzatori italiani dispersi giovedì alle Maldive sono stati individuati lunedì mattina all’interno di una grotta sottomarina dove era già stato trovato un quinto sub italiano. A trovarli è stata una squadra di tre sommozzatori finlandesi molto esperti, inviati dal Divers Alert Network Europe (DAN Europe), un’organizzazione internazionale che si occupa di sicurezza subacquea. Il recupero dei corpi, complicato dalla profondità e dalla conformazione della grotta, avverrà nei prossimi giorni: sarà un’operazione molto difficile, che richiede attrezzature e tecniche di immersione molto specifiche.
La squadra è guidata dal subacqueo Sami Paakkarinen e ne fanno parte anche Jenni Westerlund e Patrik Grönqvist. La loro nazionalità non è casuale: la Finlandia ha una solida tradizione di immersioni in grotta, in particolare nelle miniere sommerse e sotto il ghiaccio, per questo i suoi sommozzatori sono considerati tra i più esperti al mondo in immersioni in ambienti estremi, dal mar Baltico alle grotte.

Jenni Westerlund (DAN Europe)
Paakkarinen, Westerlund e Grönqvist sono specializzati nelle immersioni profonde in grotta e hanno già affrontato operazioni piuttosto complesse, durate fino a sette ore e dentro a grotte lunghe chilometri. Nel 2014 i tre furono fra i subacquei che andarono a recuperare in segreto i corpi di due sommozzatori morti durante un’esplorazione di Pluragrotta, un complesso di grotte sommerse in Norvegia. Le autorità norvegesi avevano sospeso il recupero perché lo ritenevano troppo rischioso, e un gruppo di amici delle vittime di cui facevano parte Paakkarinen, Westerlund, e Grönqvist organizzò una spedizione non autorizzata per portare fuori le salme. La vicenda è raccontata nel documentario Diving into the Unknown.
Paakkarinen è considerato uno degli istruttori di immersioni migliori a livello europeo. Ha una grande esperienza nell’esplorazione di relitti risalenti alla Seconda guerra mondiale nel mar Baltico e ha mappato grotte sotterranee in tutto il mondo. Jenni Westerlund, invece, è specializzata nelle operazioni dentro a quelli che in gergo tecnico vengono definiti “ambienti ostruiti” (o overhead environments), cioè ambienti in cui il subacqueo non può emergere verticalmente in qualsiasi momento perché sovrastato da un ostacolo fisico, come rocce o ghiaccio. Ha esperienza soprattutto nell’esplorazione di grotte e miniere allagate.
Patrik Grönqvist è un vigile del fuoco sommozzatore con vent’anni di esperienza nelle esplorazioni di grotte subacquee, miniere e relitti. Appassionato di fotografia, documenta spesso le sue immersioni pubblicando immagini spettacolari sui suoi social network. Alla squadra avrebbe dovuto unirsi anche un sommozzatore italiano, un militare in servizio che però non ha ottenuto l’autorizzazione per partire perché impegnato in altre missioni.
La grotta dove la squadra finlandese ha individuato i corpi dei sommozzatori italiani si trova tra i 55 e i 60 metri di profondità, nel canale Dekunu Kandu, vicino all’isola di Alimathà, nell’atollo (cioè un complesso di isole coralline) di Vaavu, a circa un’ora di distanza dalla capitale delle Maldive, Malé. È lunga tra i 200 e i 250 metri, si sviluppa in tre ambienti larghi decine di metri, collegati da strettoie larghe tra due metri e mezzo e i tre metri.
Cristian Pellegrini, subacqueo e responsabile della comunicazione di DAN Europe, dice che l’ingresso della grotta è spazioso e piuttosto regolare, senza grandi ostacoli. Il primo ambiente è illuminato dalla luce che viene dall’esterno (e per questo viene chiamato “caverna”), mentre dalla seconda cavità in poi è necessaria una torcia (da qui in poi si può parlare di “grotta”).
Durante l’immersione di lunedì mattina, durata tre ore, il gruppo non ha cominciato il recupero: l’autonomia delle bombole è bastata per scendere fino alla grotta, esplorarla e risalire. Immersioni in profondità come questa infatti richiedono molto tempo e sono molto pericolose, come dimostra la morte di Mohamed Mahadi, un sommozzatore delle forze armate maldiviane impegnato nelle ricerche dei sub italiani.
Mahadi è morto durante la fase di decompressione, la lenta risalita durante la quale il sommozzatore deve fare delle soste a quote prestabilite per smaltire lentamente i gas assorbiti nel sangue a causa della forte pressione dell’acqua. Se questo passaggio avviene in modo troppo veloce, il rischio principale è la formazione di bolle di gas nel sangue.
Per fare immersioni più lunghe i sommozzatori finlandesi stanno utilizzando i rebreather, cioè sistemi di respirazione sott’acqua a circuito chiuso. Significa che il gas espirato dal subacqueo non si disperde nell’ambiente, ma viene reimmesso nel sistema rimuovendo l’anidride carbonica attraverso un filtro assorbente, e reintegrando l’ossigeno metabolizzato attraverso una bombola più piccola di ossigeno puro. Questo strumento permette anche di ottimizzare i tempi di decompressione.
I sommozzatori italiani erano scesi nella grotta usando un sistema di respirazione a circuito aperto, nel quale i gas inspirati dalla bombola ed espirati vengono rilasciati direttamente nell’acqua. Un’immersione a profondità normali, tra i 20 e i 30 metri, con un sistema di respirazione a circuito aperto può durare tra i 45 e i 60 minuti. Con un sistema a circuito chiuso, invece, un’immersione fino a 60 o 70 metri può durare fino a 4 ore.
È comunque possibile adattare la configurazione delle proprie bombole per avere più gas e più tempo anche con sistemi a circuito aperto, per esempio prendendo una bombola doppia (tecnicamente si chiamano twinset). Si possono usare anche bombole di fase (anche dette stage), cioè bombole aggiuntive fissate sul fianco del subacqueo che servono per allungare i tempi di immersione, o bombole di decompressione che contengono miscele specifiche da inalare nelle soste di risalita per eliminare più velocemente il gas dal sangue.

Patrik Grönqvist durante l’esplorazione di una caverna con uno scooter subacqueo (DAN Europe)
La squadra di DAN Europe usa anche degli scooter subacquei (o DPV, Diver Propulsion Vehicle), cioè dispositivi motorizzati che funzionano a batteria elettrica e che i sommozzatori possono usare per spostarsi sott’acqua. Sono strumenti fondamentali per poter affrontare i pericoli come le correnti improvvise o per poter nuotare controcorrente senza fatica.
Pellegrini dice che per capire cosa sia successo durante l’immersione dei cinque sub italiani potrebbe essere molto importante recuperare la loro attrezzatura: ogni sub porta con sé un computer subacqueo che durante l’immersione registra profondità e tempi, e calcola in tempo reale le tappe di decompressione. Il recupero dei corpi e dei dispositivi è atteso nei prossimi giorni.



