Iran e Stati Uniti minacciano di tornare a fare la guerra
Dopo un attacco contro una centrale nucleare negli Emirati Arabi Uniti, e settimane di negoziati bloccati

Stati Uniti e Iran sono tornati a scambiarsi minacce di ricominciare la guerra. Domenica un attacco con un drone ha colpito il generatore esterno di un’importante centrale nucleare negli Emirati Arabi Uniti, causando un incendio. L’attacco non è stato rivendicato, ma il ministero della Difesa emiratino ha detto che il drone era entrato dal confine occidentale, quello con l’Arabia Saudita. La centrale nucleare si trova sulla costa nord-occidentale degli Emirati.
Dall’inizio della guerra in Medio Oriente l’Iran e le milizie sciite filoiraniane, principalmente dall’Iraq e in misura minore dallo Yemen, hanno lanciato attacchi con droni verso i paesi del Golfo, come ritorsione per i bombardamenti di Stati Uniti e Israele sull’Iran. La scorsa settimana il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi aveva minacciato ripercussioni contro gli Emirati dopo la notizia di un incontro tra il presidente emiratino Mohammed bin Zayed e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.
L’attacco alla centrale di Barakah non ne ha interrotto il funzionamento e non ci sono stati feriti o sversamenti tossici, ma un importante diplomatico emiratino, Anwar Gargash, consulente del presidente bin Zayed, l’ha definito una «escalation pericolosa».
La centrale di Barakah produce un quarto dell’energia elettrica necessaria agli Emirati ed è quindi fondamentale per il sostentamento energetico del paese. Gli attacchi alle infrastrutture energetiche civili sono contrari al diritto internazionale. Il drone che ha colpito la centrale era uno di tre: gli altri due sono stati intercettati dai sistemi di difesa degli Emirati, ha detto il ministero.

La centrale nucleare di Barakah, negli Emirati Arabi Uniti, nel 2024 (EPA/Korea Electric Power Corp. via ANSA)
Dopo il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran dello scorso 8 aprile l’Iran aveva già condotto attacchi a bassa intensità contro i paesi del Golfo e c’erano stati scontri nello stretto di Hormuz tra le navi iraniane e quelle del blocco statunitense, ma il grosso delle operazioni militari era stato sospeso da entrambe le parti per far spazio alla via diplomatica. Questa però si era di fatto arenata: Stati Uniti e Iran avevano valutato rispettive proposte di pace e le avevano ritenute inaccettabili, e i negoziati erano entrati in una situazione di stallo.
Dopo l’attacco di domenica, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha postato una serie di messaggi molto minacciosi sul suo social Truth. La maggior parte sono immagini generate con l’intelligenza artificiale che mostrano l’esercito statunitense distruggere navi iraniane o il presidente mentre preme un pulsante rosso con immagini di distruzione e un fungo nucleare sullo sfondo.
Nell’unico messaggio scritto, Trump dice: «Per l’Iran, il tempo sta per scadere. Dovrebbero muoversi in fretta o non resterà nulla di loro», paventando una distruzione totale come aveva già fatto in precedenza. Dall’inizio della guerra Trump ha fatto varie minacce, alcune gravissime, che non si sono concretizzate.

Il post di Donald Trump su Truth, dal suo profilo
Abolfazl Shekarchi, un portavoce delle forze di sicurezza iraniane, ha detto che se gli Stati Uniti dovessero ricominciare ad attaccare l’Iran, l’Iran risponderebbe in modo «aggressivo» e «sorprendente». Le forze di sicurezza iraniane sono l’insieme dei corpi militari che include anche i Guardiani della rivoluzione, che sono la forza armata più potente ma anche la fazione politica più influente.
Secondo fonti di intelligence dei principali giornali statunitensi, il regime ha conservato o è riuscito a recuperare buona parte delle proprie capacità missilistiche; sta riuscendo inoltre da mesi a mantenere il controllo sullo stretto di Hormuz, che è chiuso alla stragrande maggioranza delle navi, mentre quelle iraniane sono ostacolate anche dal blocco navale imposto dagli Stati Uniti.
Nel frattempo in Iran ci sono segnali che il regime si sta preparando a intensificare la propria risposta militare a un’eventuale nuova operazione di Israele e Stati Uniti.
Nella capitale Teheran stanno comparendo gazebo dove membri delle forze di sicurezza tengono lezioni ai civili su come utilizzare i fucili. Anche presentatori e presentatrici delle televisioni di stato stanno comparendo in onda imbracciando fucili d’assalto. In un programma trasmesso dal canale Ofogh, il presentatore Hossein Hosseini ha sparato contro una bandiera degli Emirati Arabi Uniti in diretta.
Domenica il presidente del parlamento iraniano e negoziatore Mohammad Ghalibaf ha incontrato il ministro dell’Interno pakistano Mohsin Naqvi (il Pakistan è il principale mediatore nei negoziati), ma non sono emerse novità rilevanti. Giovedì e venerdì Trump ha fatto un’importante visita di stato a Pechino, la prima in quasi un decennio, nel tentativo tra le altre cose di convincere il presidente cinese Xi Jinping a fare pressione sull’Iran, suo alleato, per riaprire lo stretto di Hormuz. Non ci sono notizie di un impegno concreto di Xi in tal senso.

Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, destra, con il ministro dell’Interno pakistano Mohsin Naqvi, 17 maggio 2026 (Iranian Presidency Office via AP)
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