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  • Domenica 26 gennaio 2025

Come nacque la “Beat generation”

Sempre che la si voglia chiamare così: lo ha raccontato Marco Cassini nell'introduzione alle prime poesie di Lawrence Ferlinghetti, pubblicate per la prima volta in italiano

Le vetrine della libreria City Lights di San Francisco
La libreria City Lights di San Francisco (Getty Images/Joerg Haeske)

Sono appena state pubblicate per la prima volta in italiano le prime poesie di Lawrence Ferlinghetti, il poeta, libraio ed editore statunitense morto nel 2021 a 101 anni, che fu uno dei principali esponenti del movimento letterario chiamato “Beat generation”. Le poesie di Fotografie del mondo perduto sono state tradotte e pubblicate da Marco Cassini, l’editore di Sur, che nell’introduzione alla raccolta (e in una puntata del podcast di Sur) racconta come Ferlinghetti divenne un editore e come di fatto nacque la “Beat generation”. Pubblichiamo l’introduzione.

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«There’s no Beat generation».

Come tutte le etichette attribuite a un gruppo di persone – specialmente se con una connotazione generazionale – anche «Beat generation», popolarissima per tutta la seconda metà del Ventesimo secolo e oggi un po’ in disuso, ha avuto entusiasti e detrattori (questi ultimi, come succede quasi sempre, in primis fra coloro ai quali l’etichetta fu apposta).

Con questa espressione si indicava, dal punto di vista sociale (così il vocabolario Treccani)

quella che altrove è stata detta «gioventù bruciata», costituita di individui ostentatamente ribelli, asociali, anticonformisti, oscillanti fra l’esistenzialismo e lo zenismo; il movimento, analogo a quello inglese degli angry young men o «arrabbiati», ha avuto anche riflessi nell’arte e nella letteratura. Come sostantivo [beat], chi fa parte di tale movimento; e per estensione, giovane che assume atteggiamenti di protesta contro la società tradizionale e il suo reale o preteso conformismo.

E, dal punto di vista letterario, una generazione di scrittori nati tra la metà degli anni Dieci e la fine degli anni Venti del Novecento tra cui i più noti sono stati Allen Ginsberg, Gregory Corso, Jack Kerouac, William Burroughs, Lawrence Ferlinghetti: tutti venuti alla ribalta intorno alla metà degli anni Cinquanta. Ferlinghetti, oltre a esserne parte con le sue opere letterarie, ne è spesso considerato l’artefice e il «direttore d’orchestra», dal momento che la sua libreria-casa editrice a San Francisco divenne l’epicentro del fenomeno culturale. Ma presto o tardi, tutte queste figure della Beat generation hanno preso le distanze dalla definizione.

Una frase emblematica in questo senso, che fa parte della storia orale del movimento, e che volta a volta viene attribuita a Kerouac o a Ginsberg, è: «There’s no Beat generation. It’s just a bunch of guys trying to get published». Non esiste nessuna Beat generation. Siamo solo un gruppo di tizi che cercano di pubblicare. Ma ne esiste una variante più volgare, più anticonformista e di conseguenza più «Beat» secondo cui quei tizi in realtà stavano «trying to get laid», cercando di farsi una scopata. Un modo comunque di rigettare la definizione «Beat generation».

E così già trent’anni fa, quando ebbi l’occasione di incontrare la prima volta Lawrence Ferlinghetti per fargli un’intervista per il manifesto, e gli chiesi ingenuamente cosa significasse allora – a distanza di quarant’anni dal suo esordio che aveva segnato la nascita di quella generazione letteraria – essere «Beat», lui se la cavò con una risposta surrealista, forse per non dover sottolineare la desolante mancanza di originalità della mia domanda.

A quell’epoca, ero uno studente universitario con la passione della letteratura e lui era già un eroe che per tanti – di certo per me – rappresentava una figura mitica. Un settantacinquenne in ottima salute a cui la sorte avrebbe dato in dono una vita così longeva da fargli superare i cent’anni.

In quel 1994 a me sembrava già incredibile essere al cospetto di una persona che, mezzo secolo prima, ossia quando aveva la mia età di allora, aveva partecipato al D-Day in Normandia come capitano di un cacciasommergibili della Marina Militare degli Stati Uniti. Senza contare tutto quello che aveva fatto dopo, che era la ragione della sua mitizzazione da parte mia.

Dopo la guerra e una laurea alla Columbia University, Ferlinghetti prende un dottorato in letterature comparate alla Sorbona di Parigi. Siamo al giro di boa del secolo, iniziano gli anni Cinquanta e Lawrence sceglie di mettere radici a San Francisco, il posto che lo accoglierà e dove diventerà un’istituzione, al punto che dal giorno in cui ha compiuto cento anni, il 24 marzo 2019, la sua data di nascita è diventata, per volere della giunta comunale, il Lawrence Ferlinghetti Day. Con la sua abituale ironia, in un’intervista del 1992 per la Televisione svizzera, aveva raccontato a Matteo Bellinelli:

A Parigi avevo cominciato ad apprezzare il vino rosso, che bevevo in sana abbondanza. Sempre a Parigi conobbi un californiano che mi disse: Perché non vai a vivere a San Francisco? Da quelle parti si produce il solo autentico vino americano: provalo, ti piacerà. Per anni ho inventato un sacco di motivi letterari per giustificare la scelta di vivere qui, ma in realtà penso che venni a San Francisco solo per essere più vicino al vino.

Nel dicembre del 1951 l’editore Lippincott rifiuta la pubblicazione del suo romanzo Uncertain Spring: non è il primo no che riceve da un editore, e Ferlinghetti decide di concentrarsi sulla traduzione delle poesie di Jacques Prévert. Pochi mesi dopo, nell’estate del ’52, gli viene offerto un lavoro come insegnante alla San Francisco University. Così, in una dichiarazione riportata nella biografia di Barry Silesky, Ferlinghetti. The Artist in His Time (1990), riassumerà quell’esperienza:

All’epoca avevo letto un libro appena uscito su un’interpretazione omosessuale dei sonetti di Shakespeare, così lo portai in classe; lo stavo leggendo, quando entrò il capo del dipartimento. Era un prete. Lo vidi prendere posto in fondo alla classe. Mi fece una specie di cenno con la mano, e quella fu la fine della mia carriera accademica. Era durata solo tre mesi.

La conclusione improvvisa della sua fulminea carriera di docente universitario e il rifiuto del manoscritto sembrano un’abile manovra del destino per reindirizzare
il percorso di Lawrence lì dove gli compete. Pochi giorni dopo, a settembre, la rivista letteraria californiana Inferno accetta di pubblicare la sua traduzione di otto poesie di Prévert. Nell’arco di pochi mesi altre due riviste, Contact e California Quarterly, pubblicheranno ulteriori traduzioni.

Siamo arrivati al fatidico 1953. A sottolineare ancora il ruolo del caso, un racconto fatto cinquant’anni dopo spiega l’accidentale percorso che mise Lawrence sulla strada
giusta:

Peter Martin aveva qui a San Francisco una piccola pubblicazione chiamata City Lights, che era una delle prime riviste di cultura pop, durò appena quattro o cinque numeri. L’idea di Pete era di aprire una libreria di tascabili per pagare l’affitto per la sede della rivista, che si trovava al piano superiore. Fu un’idea geniale perché gli editori avevano appena iniziato a pubblicare libri tascabili di qualità. Fino ad allora i tascabili erano solo gialli e fantascienza, libri da 25 e 35 centesimi malamente incollati. Un giorno, tornavo a casa dallo studio dove dipingevo. Vivevo a Chestnut Street, ma invece di passare per l’Embarcadero, presi Columbus Avenue, e vidi questo tizio che appendeva un cartello che aveva a che fare con una libreria. Per qualche motivo parcheggiai dall’altra parte della strada e dissi a Peter chi ero. E lui mi fece: «Ah, sì, mi hai mandato delle traduzioni di Jacques Prévert». Gli chiesi: «Che c’è scritto sul cartello?» E lui: «Sto aprendo una libreria di tascabili, ma ho solo 500 dollari». Allora io dissi: «Be’, io ne ho altri 500». Cominciò tutto così, senza nessun contratto scritto, solo con una stretta di mano.

La libreria apre dunque nel quartiere italiano di North Beach: è la prima di tutti gli Stati Uniti a vendere solo libri tascabili ed economici: un progetto con solide fondamenta culturali (concedere a chi non può permettersi grandi spese di acquistare libri a bassissimo prezzo; diffondere piccole riviste letterarie underground; ospitare serate di musica e poesia; lasciare libera la clientela di passare ore a sfogliare, senza obbligo di acquisto1) su cui Ferlinghetti e Martin non tardano a costruire anche un efficace e durevole risultato economico. Del resto, dopo decenni in cui i tascabili erano sinonimo di letteratura commerciale e di consumo, di scarsa qualità sia tipografica che letteraria, «gli editori di New York stavano iniziando finalmente a pubblicare tascabili di buona qualità. Ma non c’era una sola libreria dove li si potesse acquistare».

È ancora un piccolo negozio di una sola stanza. Al piano seminterrato c’è un elettricista cinese, che presta i suoi locali agli organizzatori del Capodanno di China Town per conservare tutto l’anno il famoso carro col drago per la parata della estesa comunità asiatica, nel quartiere che si contende i confini con Litte Italy. In più di qualche occasione Ferlinghetti ha ricordato come solo parecchi anni dopo il negozio si sarebbe allargato anche a quel seminterrato, diventando finalmente una vera e propria «libreria
underground».

In ogni caso, di lì a qualche mese Martin deciderà di andare a vivere a New York e Ferlinghetti comprerà la sua quota per il doppio di quanto aveva investito poco prima, mille dollari, diventandone unico proprietario.

Lawrence Ferlinghetti nel 1977

Lawrence Ferlinghetti all’interno della City Lights a San Francisco, nel settembre del 1977 (Janet Fries/Getty Images)

L’articolato disegno del giovane letterato-imprenditore prevede un passaggio ulteriore: accompagnare il progetto di ampia diffusione della poesia, già avviato grazie alla libreria-centro culturale, a quello di una casa editrice che pubblichi (anch’essi nel formato più accessibile per tutte le tasche) quegli stessi poeti che difficilmente trovano una collocazione nei cataloghi delle case editrici tradizionali, poco interessate a un genere considerato di scarsa appetibilità commerciale. Detta in una maniera che fa sembrare tutto semplice, ecco come Ferlinghetti (nell’intervista concessa a Robert Dana e inclusa nel volume Against the American Grain: Interviews with Maverick American Publishers, del 1986) riassume quel momento: «Io so solo che negli anni Cinquanta c’è stato un breve periodo in cui nessuno era interessato a pubblicare questo entusiasmante gruppo di scrittori. Era più o meno il 1953. E così ci siamo affrettati a riempire quel vuoto».

Tra i poeti che non riescono a venir presi in considerazione dalle «major» editoriali c’è dunque in quegli anni lo stesso Lawrence. Tra il 1948 e il 1954 Margaret Christie gli ha fatto da agente, ottenendo per diversi suoi manoscritti solo lettere di rifiuto con giudizi tiepidamente incoraggianti da diversi editori medio-grandi. Così, nell’agosto del 1955, Ferlinghetti rompe gli indugi, abbandona una volta per tutte il desiderio di vedersi pubblicato da un editore di grandi dimensioni, e decide di fare da sé, realizzando uno storico doppio esordio contestuale: con la pubblicazione del primo volume della collana tascabile di poesia Pocket Poets Series, esordisce come editore; ma in più quel «numero uno» è proprio la raccolta di ventisette suoi testi che diventano Pictures of the Gone World, la prima raccolta di poesie di Ferlinghetti, la cui prima traduzione italiana è il libro che avete ora fra le mani.

L’esordio si può considerare triplice se ai primi due elementi se ne aggiunge un terzo, altrettanto decisivo: è questa la prima pubblicazione in cui si firma con il nome che gli conosciamo. Fino a tutto questo periodo, «Lawrence Ferlinghetti» non esiste ancora: a lungo ignaro delle sue origini italiane, ha sempre utilizzato il cognome «americanizzato» con cui il padre Carlo, emigrante bresciano, era stato registrato al suo arrivo negli Stati Uniti: Ferling. E come nome proprio aveva usato la forma diminutiva Larry. Con la pubblicazione di Pictures of the Gone World, dunque, esordiscono non solo un editore nuovo e un nuovo poeta; ma, potremmo dire, perfino un uomo nuovo: Larry Ferling lascia il posto a Lawrence Ferlinghetti.

Le poesie di questa raccolta erano state scritte «nell’arco di un brevissimo periodo a San Francisco, subito dopo aver trascorso quattro anni in Francia come veterano della seconda guerra mondiale», e la raccolta viene pubblicata in un’edizione di cinquecento esemplari fatta di fogli stampati, con caratteri mobili, in una tipografia tradizionale e spillati al centro, un formato davvero tascabile di 15,5 per 12,5 centimetri circa.

Ma per chi pensasse che la nascita della casa editrice sia solo un atto di self publishing, arriva in soccorso la quarta di copertina di quell’opuscolo, in cui si dimostra che Ferlinghetti aveva già allora ben chiare le idee sul progetto: «Pictures of the Gone World è il primo volume», annuncia il paratesto redazionale, «della Pocket Poets Series, il cui intento è rendere disponibili, in formato economico, tanto l’opera di poeti conosciuti come e.e. cummings, Kenneth Patchen, Kenneth Rexroth a William Carlos Williams, quanto la produzione di giovani, poco noti scrittori che stanno portando avanti un percorso significativo nella lingua moderna, dentro e fuori le vene dell’America» (il riferimento è al titolo di un libro dello stesso Williams, In The American Grain).

A quale tipo di poesia intende dar voce la nuova casa editrice? Ecco come lo ha riassunto Ferlinghetti in una nota scritta per un numero monografico della Chicago Review del 1958, dedicato ai poeti di San Francisco:

Il genere di poesia che ha fatto più rumore da queste parti è molto diverso dalla «poesia sulla poesia», la poesia della tecnica, la poesia per poeti e professori, che domina le riviste letterarie e le antologie in questo paese da un po’ di tempo, e che naturalmente si scrive anche a San Francisco. La poesia che ultimamente ha trovato un suo pubblico qui è quella che dovrebbe essere chiamata «poesia di strada». Perché fa uscire il poeta dal santuario estetico interiore dove si è rinchiuso per troppo tempo a contemplare il suo complicato ombelico. Tutto sta a far tornare la poesia per le strade, dove un tempo stava, fuori dalle aule, fuori dai dipartimenti universitari e – per dirla tutta – anche fuori dalla pagina stampata.

L’analisi dell’evoluzione delle quarte di copertina di Pictures of the Gone World attraverso il tempo e le edizioni successive ci permette di ricostruire gli avvenimenti editoriali del triennio trascorso tra la prima, del 1955, e la terza, datata 1958. Ferlinghetti, nel frattempo, ha firmato un contratto per una sua seconda raccolta: può interrompere la breve stagione dell’autopubblicazione, inaugurando un sodalizio con la casa editrice New Directions di New York, diretta anch’essa da un poeta, James Laughlin (uno dei principali modelli cui Lawrence si è ispirato nel fondare la propria casa editrice) che durerà per tutti i sei decenni della sua carriera letteraria. E così, con l’orgoglio dello scrittore riconosciuto (e al contempo dell’editore che ha pubblicato l’opera di un esordiente il cui valore è stato considerato degno di attenzione da un’altra casa editrice prestigiosa, attiva da oltre vent’anni) la quarta di copertina può ora annunciare – accanto al nuovo prezzo di vendita che è passato da 65 centesimi di dollaro a 75 – che «Pictures of the Gone World, originariamente pubblicato nel 1955 e ora alla sua terza edizione, è il primo libro di Lawrence Ferlinghetti. Una sua nuova raccolta sarà presto pubblicata da New Directions» (si tratta di A Coney Island of the Mind). Lo strillo in quarta di copertina prosegue con l’elenco delle pubblicazioni dei primi tre anni della collana Pocket Poets Series: tre degli autori noti annunciati sin nel primo testo programmatico (Rexroth, Patchen, Williams: sebbene annunciato, e.e. cummings non uscirà mai per City Lights) e, oltre Ferlinghetti, altri quattro di quei nomi meno conosciuti ma che «stanno portando avanti un percorso significativo nella lingua moderna»: Allen Ginsberg, Marie Ponsot, Denise Levertov e Gregory Corso.

Il motivo che forse più di altri contribuirà a dare enorme visibilità al lavoro editoriale e letterario di Ferlinghetti sarà il caso legale e mediatico che segue la pubblicazione, nel 1956, di Howl and Other Poems di Allen Ginsberg, il quarto volume della collana. Secondo una narrazione che di frequente assume, forse non del tutto a sproposito, toni da leggenda, Ferlinghetti aveva chiesto a Ginsberg di poter pubblicare il suo testo dopo averglielo sentito leggere durante il famoso reading dell’ottobre del 1955 «Six Poets at the Six Gallery» (serata che si svolge poche settimane dopo la pubblicazione di Pictures, e alla quale tradizionalmente si attribuisce il merito di aver dato inizio al fenomeno Beat), mandandogli un telegramma che – parafrasando l’analogo messaggio inviato cento anni prima da Ralph Waldo Emerson a Walt Whitman per chiedergli di leggere Leaves of Grass – dice: «Ti saluto all’inizio di una grande carriera. Quando mi mandi il manoscritto?»

Durante un’intervista televisiva del 2007 per Democracy Now!, rammentando questo episodio, e la tempestività con cui, al termine del reading, «invece di andare a far baldoria coi poeti» che avevano appena letto alla Six Gallery («allora conducevo una rispettabile vita da uomo sposato, in un rispettabile quartiere residenziale», si giustifica), era tornato a casa e aveva mandato il telegramma a Ginsberg, chiude l’aneddoto con un commento: «I was a born publisher», ero un editore nato.

Ricevuto il manoscritto, che Allen gli consegna di persona, qualche giorno dopo, in libreria, Ferlinghetti porterà a compimento il suo lavoro di editor-talent scout commissionando altri testi a Ginsberg, giacché la sola «Howl» è troppo breve perfino per riempire uno di quegli opuscoletti della collana. Infine lo confeziona, lo pubblica e lo vende. E finirà col doverlo perfino difendere in tribunale, in un processo che ha contribuito a dare forma alla storia culturale e sociale americana: l’accusa di oscenità abbattutasi sul libro, il suo autore e il suo editore-libraio, cadrà quando una giuria e una serie di testimonianze anche illustri, decretandone l’elevato valore artistico, renderanno l’opera inattaccabile dai criteri della «moralità», creando un precedente tuttora considerato un punto di riferimento giuridico negli Stati Uniti.

Il successo di alcuni dei titoli e dei nomi pubblicati dalla nuova casa editrice rende Ferlinghetti una figura di primo piano, ma non è questa la notorietà che a lui interessa, sebbene gli venga attribuita la capacità di orchestrare scelte editoriali, modalità di promozione dei libri pubblicati, capacità gestionali della libreria e della casa editrice. Tutto questo potrebbe rischiare di mettere in secondo piano la sua matrice più autentica, quella di poeta; ma paradossalmente è proprio l’improvvisa notorietà dovuta al caso giudiziario in cui è coinvolto a rendere appetibile la pubblicazione di un suo nuovo libro per New Directions.

In una lettera del 23 settembre 1957 al poeta Kenneth Rexroth, il direttore editoriale James Laughlin infatti scrive: «A proposito di Ferlinghetti, l’altro giorno gli ho scritto che vogliamo assolutamente procedere con una raccolta tascabile delle sue poesie, per cercare di capitalizzare la sua visibilità di questo periodo» (si riferisce appunto al processo per oscenità, che è stato seguito da tutte le testate giornalistiche e radiofoniche del paese); aggiungendo: «Mi piace molto quello che scrive».

La coincidenza dei due elementi, qualità letteraria dei testi e notorietà del suo autore, farà sì che la raccolta veda la luce in tempi molto brevi: A Coney Island of the Mind uscirà già nel 1958, lanciando definitivamente la sua carriera letteraria. Il libro raggiunge nell’immediato una grandissima diffusione, fino a diventare col tempo uno dei maggiori long seller di poesia del mondo, con oltre un milione di copie vendute.

Nel volgere di appena cinque anni, dunque, dal giorno in cui Lawrence, sbagliando strada, scorse Peter Martin affiggere un cartello (passando per l’apertura della libreria e della casa editrice, per la pubblicazione di Howl e il relativo processo per oscenità), nel 1958 Lawrence Ferlinghetti è diventato uno dei nomi socialmente più rilevanti del panorama culturale, o meglio contro-culturale, americano.

Si può dunque dire che Pictures of the Gone World certifichi la nascita di un intero movimento, che per diversi decenni si è poi diffuso in buona parte del mondo; ma, limitandoci a prenderla in considerazione singolarmente, segna l’esordio di una voce letteraria unica e inconfondibile, e presenta già temi, stili, allusioni che Ferlinghetti continuerà poi a riproporre per tutta la sua duratura carriera.

Si potrebbe spiegare come i versi e le singole parole di queste poesie si posino irregolari sulla pagina alla maniera di una pennellata sulla tela. O citare i numerosi riferimenti a Picasso, Rilke, Cocteau, Char, Pound, Brâncuși, Dante, Sorolla, Yeats, Hölderlin, Rimbaud (in un componimento convivono addirittura la Bibbia e Il Mago di Oz…) Si potrebbe ricordare che secondo l’autore «Una poesia è una finestra attraverso cui ogni cosa che passa può essere osservata sotto una nuova luce» (da What Is Poetry?) e quindi le «fotografie» che osserviamo, a partire dalla prima scena della donna che stende il bucato su un tetto di San Francisco, che siano o meno viste letteralmente attraverso una finestra, rappresentano altrettante istantanee che ci permettono di reinterpretare davvero un universo familiare sotto una luce finalmente del tutto diversa. E soffermarsi sul fatto che alcune di queste poesie sono state inserite in raccolte successive (alcune già in A Coney Island of the Mind) e in una infinità di antologie personali e collettive, girando il mondo in decine di traduzioni, diventando quindi dei piccoli classici; ma che curiosamente a settanta anni dalla sua uscita questo libro non era mai stato tradotto in italiano. O ancora spiegare la passione di Ferlinghetti per i neologismi al punto che ne troviamo uno al primo verso della prima poesia della sua prima raccolta, quel meraviglioso harborful che ancora ci ammalia. Si potrebbero commentare i toni ora ironici ora nostalgici, a volte elegiaci altre decisamente comici (del resto l’autore si è definito, con altro neologismo, uno stand up tragedian).

Ma Ferlinghetti nel suo diario degli anni Cinquanta aveva appuntato questa nota: «The explanation is the poem. The poem is the explanation». E nel suo antimanuale poetico Poetry as Insurgent Art ammonisce: «Like a field of sunflowers, a poem should not have to be explained»: come se fosse un campo di girasoli, una poesia non andrebbe mai spiegata. E più avanti: «Se una poesia deve essere spiegata, è un errore di comunicazione».
E chi siamo noi per contraddire il poeta?

Per chi volesse sapere come andò a finire quell’intervista del 1994, ecco la risposta di Ferlinghetti:

Considero le interviste una forma di surrealismo, una forma di fiction: non si deve necessariamente dire la verità. Se mi domandi, per esempio, «cosa vuol dire “Beat” oggi?», potrei dare una risposta accademica. La mia risposta, invece, è surrealista: «l’uccellino mangia il gatto».

E anche questa non necessita, è evidente, di alcuna spiegazione.

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1 «A kind of library where books are sold», una specie di biblioteca dove i libri si vendono, recita ancor oggi un cartello scritto a mano con l’inconfondibile grafia di Ferlinghetti, in una delle vetrine del negozio che danno su Columbus Avenue.

La copertina dell'edizione italiana di "Fotografie del mondo perduto"