I tre giorni più tragici dell’inchiesta Mani Pulite

Il 20 luglio 1993 si uccise in carcere il presidente dell'Eni, Gabriele Cagliari, e tre giorni dopo si suicidò Raul Gardini, che stava per essere arrestato

Raul Gardini sulla sua barca, il Moro di Venezia (LaPresse)
Raul Gardini sulla sua barca, il Moro di Venezia (LaPresse)
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Tra le 8 e le 8:45 del 23 luglio 1993 Raul Gardini si uccise sparandosi con la sua pistola Walther PPK 7.65. Si suicidò nella propria abitazione in piazza Belgioioso a Milano. Gardini era uno degli imprenditori italiani più famosi, era stato artefice della fusione tra i due grandi gruppi chimici del paese: Montedison, da lui guidata, società privata del gruppo Ferruzzi, ed Enichem, del gruppo Eni, società pubblica. Su quella fusione, sulle tangenti pagate poi da Gardini dopo il fallimento dell’unione tra le due aziende, stavano indagando i magistrati milanesi del pool di Mani Pulite. L’inchiesta Enimont rappresentò il filone più importante di tutta l’inchiesta denominata Tangentopoli. Quella dell’affare Enimont venne poi chiamata sui giornali «la madre di tutte le tangenti».

La mattina in cui si uccise, Gardini doveva recarsi al Palazzo di giustizia per essere interrogato dal pubblico ministero Antonio Di Pietro. Prima però avrebbe dovuto partecipare al funerale di Gabriele Cagliari, presidente di Eni, che si era ucciso in una cella di San Vittore tre giorni prima, il 20 luglio. Disse Di Pietro anni dopo parlando con il Corriere della Sera: «Io Gardini lo potevo salvare. La sera del 22, poco prima di mezzanotte, i carabinieri mi chiamarono a casa a Curno per avvertirmi che Gardini era arrivato nella sua casa di piazza Belgioioso a Milano e mi dissero: “Dottore che facciamo, lo prendiamo?”. Ma io avevo dato la mia parola agli avvocati che lui sarebbe arrivato in procura con le sue gambe, il mattino dopo. E dissi di lasciar perdere. Se l’avessi fatto arrestare subito, sarebbe ancora qui con noi».

Di Pietro aggiunse anche che Gardini quel giorno avrebbe dovuto rivelargli molte cose: «A chi aveva consegnato il miliardo di lire che aveva portato a Botteghe Oscure, sede del PCI; chi erano i giornalisti economici corrotti; e chi erano i beneficiari del grosso della tangente Enimont, messo al sicuro nello Ior», l’Istituto per le opere di religione, una delle istituzioni finanziarie del Vaticano.

I giorni dal 20 al 23 luglio 1993 sono ricordati come i giorni tragici di Mani Pulite.

Per capire come si arrivò a quegli eventi bisogna prima spiegare chi erano Raul Gardini e Gabriele Cagliari e che cosa rappresentò, per l’Italia, la fusione tra Enichem e Montedison.

Quando si uccise, Gardini aveva 60 anni. Era nato a Ravenna ed era cresciuto professionalmente nel gruppo industriale guidato da Serafino Ferruzzi di cui nel 1957 aveva sposato la figlia Idina. Il gruppo era allora specializzato nella compravendita di materie agricole, in particolare cereali. Dopo la morte del fondatore, Gardini aveva preso la guida delle aziende della famiglia: il gruppo crebbe e comprò tra l’altro la maggiore azienda italiana produttrice di zucchero, Eridania. Nel 1987 la Ferruzzi acquisì Montedison, il principale polo chimico privato italiano. L’investimento complessivo fu di 2400 miliardi di lire, oggi sarebbero 3,3 miliardi di euro. Montedison aveva 200 stabilimenti in tutto il mondo e oltre 50mila dipendenti.

Alla fine degli anni Ottanta venne conclusa un’altra ambiziosa operazione, voluta dallo stesso Gardini: la fusione tra i due poli chimici italiani, Montedison ed Enichem. Nacque Enimont: il 40 per cento delle azioni era del gruppo Ferruzzi, un altro 40 per cento era di Eni mentre il restante 20 per cento era sul mercato azionario.

Gabriele Cagliari (ANSA)

Poco dopo Gardini ruppe le relazioni con Mediobanca, l’istituto di credito che lo aveva precedentemente sostenuto; i rapporti con il presidente di Eni, Gabriele Cagliari, che si era opposto alla fusione ma poi aveva ceduto a pressioni politiche, erano pessimi. Infine Gardini venne estromesso dalla famiglia e la guida del gruppo venne affidata a Carlo Sama, marito di un’altra delle figlie di Serafino Ferruzzi, Alessandra.

L’inchiesta che lo coinvolse fu condotta dalla procura di Milano e in particolare dal pool di Mani Pulite. Quello che venne accertato dal processo che seguì l’inchiesta fu che Gardini aveva pagato tangenti pari a 150 miliardi di lire (210 milioni di euro di oggi) a molti politici attraverso l’intermediazione di Sergio Cusani, dirigente del gruppo Ferruzzi.

Le tangenti dovevano servire a permettere all’imprenditore di uscire da Enimont con una supervalutazione delle sue azioni. Gardini, che era spesso in contrasto con la dirigenza di Eni, aveva tentato con un gruppo di imprenditori di acquisire l’ulteriore 20 per cento della società: al tentativo si era opposta Eni e si era soprattutto opposto tutto il potere politico.

Fallito il tentativo e ormai in aperto contrasto sia con la propria famiglia sia con i dirigenti di Eni, Gardini decise di abbandonare il gruppo cercando però di ottenere una valutazione gonfiata delle proprie azioni prima di venderle. Alla fine, dalla vendita a Eni del 40 per cento di proprietà di Montedison, ottenne 2.800 miliardi di lire, quasi 4 miliardi di euro. A questo, secondo i giudici di Milano, sarebbero servite le tangenti. Al termine del processo furono poi condannati diversi politici tra cui Arnaldo Forlani, segretario della Democrazia Cristiana, Umberto Bossi, fondatore della Lega Nord, Giorgio La Malfa, segretario del Partito Repubblicano Italiano. Le tangenti erano state pagate sotto forma di titoli di stato detenuti su conti dello IOR.

Raul Gardini doveva essere interrogato da Antonio Di Pietro proprio in merito a quelle tangenti. Da giorni sui giornali comparivano indiscrezioni su un suo imminente arresto e più volte lui stesso aveva chiesto, tramite i suoi avvocati, di essere ascoltato in procura. Uno degli avvocati, Giovanni Maria Flick, disse che Gardini era stato molto scosso da quello che era avvenuto tre giorni prima: il suicidio di Gabriele Cagliari.

Quest’ultimo, presidente di Eni, come detto si era opposto alla fusione con Montedison ma si era poi piegato alle pressioni politiche. Il 13 febbraio 1993 fu interrogato dalla procura di Roma in merito al ruolo svolto nella valutazione di Enimont preparata, su suo incarico, da due banche straniere e poi approvata da esperti del ministero delle Partecipazioni statali. Venne arrestato il 9 marzo però con un’altra accusa: aver pagato tangenti per far aggiudicare alla società Enel una commessa dell’azienda Nuovo Pignone. In carcere gli furono notificate altre due ordinanze di custodia cautelare: la prima per falso in bilancio; la seconda, su richiesta del sostituto procuratore Fabio De Pasquale, per una tangente che gli sarebbe stata pagata dall’imprenditore Salvatore Ligresti perché andasse a buon fine un accordo tra il gruppo assicurativo Sai, di Ligresti, ed Eni.

Il 9 giugno Cagliari ricevette l’ordine di scarcerazione relativa alla prima ordinanza di custodia cautelare; cinque giorni dopo la seconda ordinanza fu tramutata in arresti domiciliari. Il 13 luglio Cagliari chiese di essere interrogato in merito alla terza accusa. Durante l’interrogatorio disse:

Mi riesce psicologicamente ed eticamente difficile assumere atteggiamenti processuali che seppure possono tornarmi utili finiscono per coinvolgere altre persone, magari miei collaboratori o persone che conosco da anni. So dalla stampa che Ligresti ha probabilmente chiarito in buona parte la vicenda Eni-Sai. Mi sembra ingiustificato tutelare un segreto che non è più tale.

Nei giorni che seguirono i legali di Cagliari pensavano che il loro assistito sarebbe stato scarcerato, ma poi sui giornali comparvero indiscrezioni secondo cui Fabio De Pasquale aveva dato parere negativo alla scarcerazione. L’avvocato di Cagliari, Vittorio D’Aiello, emise un comunicato in cui disse che De Pasquale aveva promesso a Cagliari la scarcerazione. Il legale denunciò il rischio che avrebbe comportato la decisione di negare la scarcerazione.

La mattina del 20 luglio Gabriele Cagliari bloccò con un pezzo di legno la porta del bagno della cella del carcere di San Vittore, la 102, quindi infilò la testa in un sacchetto di plastica che chiuse con un laccio da scarpe. Era in carcere da 133 giorni.

Il 3 luglio aveva fatto recapitare alla moglie e ai figli una lettera in una busta chiusa su cui era scritto «Da aprire solo al mio ritorno».

La criminalizzazione di comportamenti che sono stati di tutti, degli stessi magistrati, anche a Milano, ha messo fuori gioco soltanto alcuni di noi, abbandonandoci alla gogna e al rancore dell’opinione pubblica. La mano pesante, squilibrata e ingiusta dei giudici ha fatto il resto.
Ci trattano veramente come non-persone, come cani ricacciati ogni volta al canile.
Sono qui da oltre quattro mesi, illegittimamente trattenuto. Tutto quanto mi viene contestato non corre alcun pericolo di essere rifatto, né le prove relative a questi fatti possono essere inquinate in quanto non ho più alcun potere di fare né di decidere, né ho alcun documento che possa essere alterato. Neppure potrei fuggire senza passaporto, senza carta d’identità e comunque assiduamente controllato come costoro usano fare.
Per di più ho sessantasette anni e la legge richiede che sussistano oggettive circostanze di eccezionale gravità e pericolosità per trattenermi in condizioni tanto degradanti…

…Come dicevo, siamo cani in un canile dal quale ogni procuratore può prelevarci per fare la propria esercitazione e dimostrare che è più bravo o più severo di quello che aveva fatto un’analoga esercitazione alcuni giorni prima o alcune ore prima.
Anche tra loro c’è la stessa competizione o sopraffazione che vige nel mercato, con differenza che, in questo caso, il gioco è fatto sulla pelle della gente. Non è dunque possibile accettare il loro giudizio, qualunque esso sia.
Stanno distruggendo le basi di fondo e la stessa cultura del diritto, stanno percorrendo irrevocabilmente la strada che porta al loro Stato autoritario, al loro regime della totale asocialità. Io non ci voglio essere.

Il funerale si svolse nella chiesa di San Babila il 23 luglio. In un libro scritto anni dopo da Stefano, figlio di Gabriele Cagliari, si legge che fu un problema anche trovare chi officiasse le esequie: «Il parroco di San Babila non c’era, il vice si rifiutò e così pure il vicario di Carlo Maria Martini all’Arcivescovado. Allora il cardinale, che è in Francia, chiama il cappellano di San Vittore, don Luigi Melesi, e lo prega di celebrare la funzione al posto suo».

In chiesa arrivò la notizia del suicidio di Raul Gardini. Si conclusero così i tre giorni più cupi di Mani Pulite. Le due inchieste accertarono che si era trattato di due suicidi anche se alcune teorie successive ipotizzarono che Raul Gardini potesse essere stato assassinato. Sul tavolo della stanza dove venne ritrovato il suo corpo c’erano i giornali di quel giorno in cui si dava per certo che il suo arresto sarebbe avvenuto al termine dell’interrogatorio di quella mattina.

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Dove chiedere aiuto
Se sei in una situazione di emergenza, chiama il numero 112. Se tu o qualcuno che conosci ha dei pensieri suicidi, puoi chiamare il Telefono Amico al 199 284 284 oppure via Internet da qui, tutti i giorni dalle 10 alle 24.

Puoi anche chiamare i Samaritans al numero verde gratuito 800 86 00 22 da telefono fisso o 06 77208977 da cellulare, tutti i giorni dalle 13 alle 22.