• Mondo
  • Sabato 25 giugno 2022

Cosa succede ora negli Stati Uniti con l’aborto

Nove stati hanno già introdotto apposite leggi che lo vietano quasi del tutto e si prevede che altri lo facciano a breve

(AP Photo/ Jae C. Hong)
(AP Photo/ Jae C. Hong)
Caricamento player

Con il ribaltamento della sentenza che dal 1973 garantiva l’accesso all’aborto a livello federale, conosciuta come “Roe v. Wade”, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha di fatto demandato a ciascuno stato la competenza di decidere su come regolamentare l’interruzione di gravidanza. Molti stati governati dai Repubblicani avevano preparato apposite leggi che erano state pensate proprio per entrare in vigore subito dopo la decisione dei giudici, chiamate “trigger laws”, e così è stato: già da venerdì nove stati hanno vietato l’aborto nella gran parte dei casi e si prevede che nei prossimi giorni o nelle prossime settimane molti altri faranno lo stesso. Con queste decisioni per milioni di donne accedere all’interruzione di gravidanza sarà estremamente complicato.

Dopo la pubblicazione della sentenza, sono entrate in vigore leggi statali che hanno vietato fin da subito l’aborto nella gran parte dei casi in Alabama, Arkansas, Kentucky, Louisiana, Missouri, South Dakota, Utah, Wisconsin e Oklahoma, dove già a maggio era stata approvata una legge che lo vietava quasi del tutto. Lo Utah per esempio consente l’interruzione di gravidanza solo in caso di stupro, incesto e grave pericolo per la vita della donna incinta; l’Arkansas invece non prevede eccezioni in caso di stupro e incesto. Anche il Missouri, che venerdì è stato il primo stato ad aver passato una “trigger law”, adesso permette l’aborto solo in caso di grave rischio per la salute della donna e punisce chiunque lo provochi negli altri casi con provvedimenti fino a 15 anni di carcere.

Secondo una prima ricostruzione del New York Times, queste restrizioni riguarderanno più di 7 milioni di donne in età riproduttiva, ma è molto probabile che con il ribaltamento della sentenza “Roe v. Wade” l’aborto verrà proibito o comunque fortemente limitato anche in altri dodici stati. Alcuni di questi avevano a loro volta pronta una “trigger law” che dovrebbe entrare in vigore a giorni – come nel caso del Mississippi, lo stato da cui era partita la causa esaminata dalla Corte Suprema – o al massimo entro un mese dalla decisione, come nel caso dell’Idaho, del North Dakota e del Texas, che già l’anno scorso aveva introdotto una legge estremamente restrittiva.

Ci sono poi altri nove stati che stanno ancora discutendo della possibilità di vietare o comunque limitare il diritto all’interruzione di gravidanza, tra cui Pennsylvania, Kansas e Indiana. Se anche questi dovessero restringere ulteriormente l’accesso all’aborto, sarebbero più di 37 milioni le donne in età riproduttiva a rischiare di non poterlo ottenere nello stato in cui vivono.

– Leggi anche: Le motivazioni dei giudici della Corte Suprema americana sulla sentenza sull’aborto

Le nuove restrizioni comporteranno enormi disparità nell’accesso all’interruzione di gravidanza tra chi vive negli stati a maggioranza Repubblicana e quelli governati da Democratici. Era infatti da tempo che i Repubblicani stavano portando avanti una campagna a livello nazionale per limitare fortemente il diritto all’aborto, introducendo leggi sempre più stringenti e contando proprio su una decisione della Corte Suprema, che grazie alla nomina di tre giudici conservatori da parte dell’ex presidente statunitense Donald Trump aveva spostato gli equilibri del tribunale molto a destra.

Secondo il Guttmacher Institute, un’organizzazione che si occupa di salute riproduttiva, negli ultimi trent’anni il numero delle interruzioni di gravidanza praticate sul territorio nazionale è calato significativamente. Basandosi sui dati forniti da tutti gli ospedali e le cliniche del paese in cui era stato possibile sottoporsi all’aborto dagli anni Settanta fino a oggi, nel 1990 l’istituto aveva contato circa 1,6 milioni di aborti; nel 2020, l’anno più recente con dati a disposizione, ne aveva contati 930mila. Il ricorso all’interruzione di gravidanza negli Stati Uniti è molto più frequente che in Italia: nel 2020 il tasso di abortività era di 14,4 ogni 1000 donne, contro 5,4 del nostro paese.

Con le nuove leggi milioni di donne saranno costrette a viaggiare anche centinaia di chilometri per poter abortire negli stati in cui il diritto di farlo è ancora tutelato. Come ha osservato anche il presidente degli Stati Uniti Joe Biden in un discorso molto critico nei confronti della decisione, le nuove leggi saranno particolarmente inique nei confronti delle donne delle fasce più povere della popolazione, che difficilmente potranno permettersi di intraprendere lunghi viaggi per abortire.

Per il momento l’interruzione di gravidanza continua a essere permessa in circa la metà degli stati americani, come Nevada, Illinois, New Mexico, Alaska e Colorado; alcuni – come California, Oregon, New York e New Jersey – hanno anzi detto di voler rafforzare il diritto all’aborto, offrendosi di dare assistenza alle donne provenienti dagli altri stati che lo richiedono. Nel frattempo, alcune note aziende private hanno annunciato di volersi impegnare per sostenere economicamente le proprie dipendenti che vogliono abortire ma potranno farlo soltanto al di fuori del proprio stato. Tra queste ci sono per esempio Netflix, Amazon, Disney, Condé Nast, Sony e Warner Bros.

– Leggi anche: Come funziona la Corte Suprema, in breve