Squid Game
Un fotogramma della serie televisiva sudcoreana del 2021 “Squid Game”

Si è spostata di più la destra a destra, o la sinistra a sinistra?

Una criticata vignetta condivisa da Musk ha fatto discutere sulle tendenze recenti e sulla polarizzazione della politica americana

Squid Game
Un fotogramma della serie televisiva sudcoreana del 2021 “Squid Game”
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La recente notizia dell’acquisizione del social network Twitter da parte dell’imprenditore statunitense Elon Musk ha generato curiosità sulle sue intenzioni e anche preoccupazioni e perplessità da parte di alcuni esponenti della politica americana riguardo alla sua dichiarazione di voler estendere la libertà di espressione degli utenti sulla piattaforma. Pochi giorni dopo che Twitter aveva annunciato di aver accettato l’offerta di acquisizione, Musk ha condiviso sullo stesso social network una vignetta che è poi circolata molto anche su altri media, suscitando sia molte approvazioni che molte contestazioni.

L’immagine condivisa da Musk mostra tre individui stilizzati e posti lungo una linea utilizzata come rappresentazione di un insieme continuo di orientamenti politici, da sinistra a destra. La stessa linea si ripete per tre volte, associata a tre anni diversi: 2008, 2012 e 2021. L’individuo indicato come soggetto e quello indicato come «destra» restano fermi nello stesso punto, in tutti gli anni. L’individuo a sinistra si sposta invece sempre più verso sinistra, estendendo la linea e portando di conseguenza il “centro” a trovarsi nel 2021 un po’ più a sinistra di quanto fosse nel 2012 e nel 2008.

L’autore della vignetta è Colin Wright, un biologo e giornalista americano, collaboratore della rivista australiana online Quillette, che si occupa di scienza, cultura e politica dedicando particolare attenzione ad argomenti molto controversi. Wright creò e condivise la vignetta nell’agosto 2021, come ha raccontato sul Wall Street Journal, per descrivere la sua evoluzione involontaria da «progressista di centrosinistra nel 2008» a potenziale elettore di centrodestra. Evoluzione da lui attribuita non a una sua scelta ma a una presunta trasformazione del contesto politico, sociale e culturale intorno a lui.

L’idea alla base della vignetta di Wright condivisa da Musk è che una certa area della sinistra americana – i «“progressisti” woke», secondo una definizione diffusa negli Stati Uniti in senso prevalentemente dispregiativo – sia responsabile di una presunta radicalizzazione delle posizioni tradizionali della sinistra e, in particolare, di una crescente intolleranza della sinistra nei confronti di qualsiasi forma di dissenso, anche interno. Tendenza che avrebbe portato molti moderati di centrosinistra, un elettorato di cui Musk afferma di aver fatto parte, a trovarsi politicamente a destra del centro nel giro di una decina di anni, loro malgrado. «Ho fortemente sostenuto la presidenza di Obama ma il Partito Democratico di oggi è stato dirottato dagli estremisti», ha scritto poi Musk fornendo altri argomenti per spiegare la vignetta.

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Il punto di vista di Musk coincide con una convinzione largamente diffusa sia nella politica che in una parte dell’opinione pubblica americana, all’interno di un dibattito che riguarda primariamente gli Stati Uniti ma che presenta declinazioni in parte simili anche in diversi paesi e contesti politici europei interessati da una crescente polarizzazione del dibattito e conflittualità tra parti politiche avversarie. Il tweet di Musk con la vignetta è stato condiviso da centinaia di migliaia di altri account e apprezzato per l’efficacia della sintesi da diversi analisti, giornalisti e politici, incluso l’ex presidente del Consiglio italiano e attuale leader di Italia Viva Matteo Renzi.

Prevedibilmente, tantissimi altri osservatori e analisti hanno invece contestato la superficialità della vignetta e la sostanziale falsità della tesi che sostiene, contraddetta da una significativa polarizzazione asimmetrica verso l’estrema destra registrata da analisi e sondaggi sulla politica americana degli ultimi decenni. E confermata anche soltanto intuitivamente dai numerosi ed espliciti collegamenti tra la frangia più estremista del Partito Repubblicano, quella a cui fa riferimento anche l’ex presidente Donald Trump, e l’attacco al Congresso americano del gennaio del 2021. Questa polarizzazione, secondo un citato studio dell’istituto di ricerca indipendente svedese V-Dem, ha avvicinato molto la retorica recente del Partito Repubblicano a quella dei partiti più populisti e illiberali d’Europa, tra i quali il partito del primo ministro ungherese Viktor Orbán (Fidesz) e quello del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan (AKP).

Dall’analisi dei dati raccolti nel 2019 nel Manifesto Project Database (MPD) – un progetto internazionale che si basa sullo studio dei manifesti politici e dei programmi elettorali, ospitato sul sito del Centro di ricerca di scienze sociali di Berlino (Wissenschaftszentrum Berlin für Sozialforschung, WZB) – il Partito Repubblicano risulta essere più a destra della maggior parte dei partiti conservatori dell’Europa occidentale e del Canada. Inclusi l’UKIP, il partito populista e nazionalista inglese, e Rassemblement National, il partito di estrema destra francese di cui Marine Le Pen è presidente.

Anche a un livello meno rigoroso e più intuitivo, molte persone hanno obiettato che la vignetta assume una prospettiva che non sembra tenere minimamente conto dello spostamento a destra dei conservatori tra il 2008 e il 2021. Né sembra tenere in considerazione la parte del Partito Repubblicano disposta negli ultimi anni a sostenere la legittimità di attività politiche – o in alcuni casi eversive, come l’attacco al Congresso americano – difficilmente associabili a posizioni tradizionali della destra. In buona sostanza, in molti sostengono che il raccontato irrigidimento della sinistra riguardo ad alcune posizioni non sia un fenomeno realmente paragonabile alle azioni e ai contenuti da tempo promossi dall’estrema destra. E che questa estrema destra sia molto più radicata e influente tra i partiti conservatori di quanto l’estrema sinistra lo sia in quelli progressisti.

Diversi utenti hanno di conseguenza risposto al tweet di Musk condividendo versioni alternative della vignetta, in cui le figure sono invertite e a rimanere stabile è quella a sinistra. In una delle immagini circolate di più, la stabilità della sinistra viene esemplificata attraverso una foto dell’attuale presidente americano Joe Biden, già nel 2008 influente senatore democratico e candidato alla vicepresidenza scelto dall’ex presidente Barack Obama nelle elezioni presidenziali contro il repubblicano John McCain. La stessa immagine descrive invece la trasformazione del Partito Repubblicano affiancando una fotografia di McCain nel 2008 e una fotografia tratta dall’assalto al Congresso.

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Anche al netto dell’iperbole ricercata per ottenere l’effetto comico, la vignetta condivisa da Musk è «semplicemente sbagliata» nella sua comprensione di come gli Stati Uniti siano cambiati negli ultimi anni, ha scritto il giornalista Philip Bump sul Washington Post. Se si tiene conto di alcuni indicatori che prendono in considerazione gli orientamenti delle persone scelte durante le riunioni dei dirigenti dei partiti (i caucus) e poi elette al Congresso, ha scritto Bump, la realtà è abbastanza chiaramente l’opposto di quanto presentato nella vignetta di Musk. I maggiori cambiamenti hanno interessato il Senato, dove dall’inizio del 2009 sono stati eletti tra i Repubblicani senatori mediamente più conservatori, più di quanto dalla parte opposta fossero progressisti i senatori Democratici.

Bump ha aggiunto che i dati sugli orientamenti politici dichiarati dalla popolazione e raccolti attraverso il General Social Survey (GSS) – un’indagine sociologica condotta fin dal 1972 e finanziata dalla National Science Foundation, un’agenzia governativa che sostiene la ricerca scientifica – indicano posizioni stabilmente più radicali tra gli elettori Repubblicani. E il fatto che in tempi più recenti sia rilevabile uno spostamento più evidente verso posizioni più radicali da parte dell’elettorato dei Democratici, secondo i dati del sondaggio, è perché l’elettorato Repubblicano dichiarava di condividere posizioni più estreme già in partenza, nel 2001.

È anche importante tenere conto di altri dati del sondaggio, a cominciare dal fatto che ad avere assunto posizioni progressivamente più radicali tra i Democratici sono stati nel tempo soprattutto gli elettori bianchi. E di conseguenza, secondo Bump, le persone che traggono informazioni prevalentemente dalle loro interazioni con quel gruppo specifico potrebbero sovrastimare la polarizzazione tra i Democratici in generale e avere una percezione distorta della realtà politica attuale. Trascurando peraltro una delle ragioni del successo di Biden alle primarie democratiche nel 2020: il fatto che fosse ritenuto un candidato più moderato rispetto ai suoi concorrenti, cosa che contribuì a rafforzare il suo sostegno tra i Democratici neri e ispanici.

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La questione della radicalizzazione della destra e della sinistra dipende quindi molto anche dalla prospettiva particolare da cui ci si pone la domanda. La prospettiva di Musk e di altri, ha scritto Bump, potrebbe essere troppo concentrata su un sottoinsieme specifico del Partito Democratico (i “woke”, per esempio) esattamente come quella di molti suoi critici si concentra troppo su un sottoinsieme di destra (i seguaci della teoria del complotto di QAnon, per esempio) per cercare argomenti sulla radicalizzazione dei conservatori.

Il popolare blogger americano e fondatore del sito Wait But Why Tim Urban ha detto di condividere le impressioni di Musk sui cambiamenti all’interno della sinistra americana, al netto dei dati che emergono da votazioni, sondaggi e altre misurazioni degli orientamenti politici. È vero che la destra si è nel complesso spostata maggiormente più a destra di quanto nel complesso la sinistra si sia spostata a sinistra, ha scritto Urban. Ma la parte più estrema e «culturalmente potente» all’interno della sinistra è oggi in grado di esercitare una grande influenza sul resto del gruppo.

In sostanza, la tesi di Urban – peraltro condivisa da diversi analisti e studiosi, tra i quali lo psicologo sociale Jonathan Haidt – è che i più estremisti nella sinistra siano diventati molto influenti nel decidere le politiche del partito principalmente a causa della paura dei più moderati di manifestare qualsiasi forma di dissenso ed esporsi al rischio di ritorsioni, legate anche agli straordinari effetti di amplificazione dei social.

Questa situazione avrebbe ripercussioni significative, secondo Urban, soprattutto nelle istituzioni: dal mondo accademico alla sanità ai media. «È quello che sta succedendo in questi luoghi che ha alienato molte persone che a sinistra si sentivano a casa» e che fa sentire «politicamente senza casa molte persone che votarono con entusiasmo per Obama», ha scritto Urban. È una tesi in realtà piuttosto diffusa: teorizza in sostanza che queste frange minoritarie ma influenti della sinistra abbiano spostato le proprie battaglie politiche dalle questioni sociali ed economiche ad altre maggiormente concentrate sui diritti, aumentando parallelamente l’intransigenza dei toni e l’urgenza delle rivendicazioni. Questo, secondo Urban e molti altri, ha influenzato almeno in parte l’agenda politica del Partito Democratico, in un modo che ha allontanato parte degli elettori e che rischia contemporaneamente di concentrarne l’azione e l’impegno su questioni percepite come secondarie per la maggioranza delle persone.

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Altri osservatori ipotizzano che l’intolleranza riscontrabile in alcune espressioni più estreme dell’attivismo di sinistra sia in verità oggetto di una sovraesposizione mediatica a cui non corrisponderebbe poi un effettivo successo delle politiche sostenute dalla parte più radicale della sinistra. In un articolo pubblicato a febbraio scorso, il Washington Post scriveva di quanto i Democratici stiano faticando a ottenere consensi in merito alle proposte di sinistra che avevano ricevuto molte attenzioni durante l’amministrazione dell’ex presidente Donald Trump e che sono attualmente causa di profondi dissidi interni.

In diversi stati i candidati democratici al Congresso in aree e città considerate di sinistra hanno rinunciato o stanno rinunciando, per esempio, alle proposte legislative di tagliare o ridurre i fondi destinati alla polizia, una riforma invocata da anni tra i movimenti di protesta legati allo slogan defund the police (“tagliare i fondi alla polizia”). L’obiettivo di quelle iniziative era peraltro non azzerare il budget delle forze dell’ordine ma destinare parte di quei fondi ai servizi sociali che si occupano di programmi educativi, di recupero della tossicodipendenza e di cura delle malattie mentali.

A febbraio scorso gli elettori di San Francisco, una delle città americane guidate dai Democratici e considerate tra le più progressiste nel paese, hanno approvato a maggioranza l’espulsione di tre membri del consiglio scolastico della città accusati di aver dedicato eccessive attenzioni alle delibere per cambiare il nome di alcune scuole intitolate a personaggi storici ritenuti controversi per i loro legami con la cultura della schiavitù e del razzismo.

Il consiglio era anche stato duramente criticato per aver proposto di introdurre in una prestigiosa scuola superiore della città, la Lowell High School, criteri di ammissione basati su un sorteggio e non soltanto sul merito. L’obiettivo della parte del consiglio favorevole a questa misura era cercare di estendere la rappresentanza dei residenti neri e ispanici della città riducendo la schiacciante prevalenza di studenti asiatici americani e bianchi nel liceo.

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In termini molto generali, alcuni studiosi sostengono che lo spostamento verso sinistra negli Stati Uniti e nei paesi democratici sia un fenomeno che non riguarda soltanto la sinistra ma tutta la politica. Lane Kenworthy, sociologo della University of California San Diego che si è a lungo occupato delle politiche sociali americane, scrisse in un articolo pubblicato nel 2019 sul Washington Post che ogni cambiamento culturale significativo avvenuto negli ultimi 50 anni – su un vasto insieme di questioni: da quelle razziali ai ruoli di genere alle droghe – può essere collegato a uno spostamento di tutto il paese, inclusi i Repubblicani, in direzione di una maggiore tutela dei diritti e delle libertà individuali.

L’unica eccezione in questo discorso è il tema dell’aborto, un argomento su cui persiste una certa resistenza degli americani a modificare le proprie convinzioni, notò Kenworthy. Ma in questo caso non si è comunque registrato nel corso degli ultimi decenni uno spostamento dell’opinione pubblica verso destra. E il crescente accesso all’aborto farmacologico – utilizzato nel 39 per cento degli aborti nel 2017, mentre nel 2000 rappresentava soltanto l’1 per cento – ha contribuito per lungo tempo a compensare gli effetti delle restrizioni sull’aborto chirurgico negli stati conservatori. Questa tendenza potrebbe tuttavia subire in futuro una pesante inversione qualora venisse confermata l’intenzione della Corte Suprema di limitare il diritto all’aborto, stando alla bozza di un’importante decisione attesa per giugno, recentemente diffusa dal giornale online Politico.

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Riprendendo osservazioni e tesi del politologo tedesco Christian Welzel e del sociologo americano Ronald Inglehart, Kenworthy scrisse che alla crescita del benessere materiale della comunità corrisponde un allontanamento da una visione del mondo incentrata sull’autorità tradizionale, sui precetti religiosi e sulla rigida definizione dei ruoli sociali. E corrisponde una crescita di attenzioni verso i membri di gruppi con minori opportunità e verso il rispetto dei diritti individuali.

L’aumento della ricchezza ha portato in genere, negli Stati Uniti, anche a una progressiva introduzione ed estensione dei programmi pubblici di assistenza sociale, aggiunse Kenworthy: da quelli degli anni Settanta per migliorare le condizioni delle famiglie a basso reddito (Earned Income Tax Credit) ai sussidi di invalidità, cresciuti rispetto ai livelli degli anni Ottanta. Senza considerare i diversi programmi di assistenza sociale intrapresi a livello statale negli ultimi vent’anni non soltanto in contesti progressisti come la California o lo stato di New York, scrisse Kenworthy, ma anche in stati conservatori come Oklahoma, Georgia e Tennessee.

È una spiegazione che vale per gli Stati Uniti ma non per esempio in alcuni paesi europei, dove i sistemi di welfare costruiti a partire dal Dopoguerra e ispirati a principi di uguaglianza e solidarietà sono invece stati progressivamente indeboliti dai governi liberisti, per esempio nel Regno Unito da Margaret Thatcher. E anche e soprattutto negli Stati Uniti, l’evoluzione del sistema capitalistico ha comportato poi che assieme all’aumento della ricchezza complessiva della popolazione, e nonostante l’estensione di alcuni programmi di welfare, la diseguaglianza sociale raggiungesse i massimi storici. Oggi l’1% delle famiglie statunitensi con i redditi più alti detiene più ricchezza della classe media, intesa come il 60 per cento delle famiglie nella fascia centrale di reddito.

Nonostante queste contraddizioni, la politica americana degli ultimi decenni dimostra l’ampio e trasversale sostegno che le politiche sociali tendono a ricevere dalla popolazione, sia di destra che di sinistra, una volta che vengono istituzionalizzate e non determinano significativi effetti collaterali negativi. Kenworthy fa l’esempio delle difficoltà e dell’impopolarità dei tentativi dell’ex presidente Trump di ridurre i fondi del Medicaid, il programma federale di assicurazione sanitaria rivolto alle persone più povere. Fu a lungo criticato da Trump in fase di campagna elettorale, per la cattiva gestione e gli sprechi, ma la riduzione dei fondi fu a un certo punto molto contestata dai Repubblicani stessi.

«L’America non si è spostata a sinistra su tutte le questioni, ma la svolta progressista del paese sulle questioni culturali e sui programmi sociali del governo è reale, di lungo periodo e di ampia portata», concluse Kenworthy.

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Dello spostamento della destra verso sinistra ha scritto recentemente sull’Atlantic – ma con toni più preoccupati – anche lo studioso di scienze politiche Shadi Hamid, ricercatore del centro studi americano Brookings Institution, riferendosi anche al contesto europeo. Secondo Hamid, la crescente condivisione di politiche economiche e sociali tra destra e sinistra ha portato a una situazione in cui ogni altra questione – anche quelle che hanno poco a che fare con la cultura – determina uno «scontro culturale senza fine» e diventa una ragione di polarizzazione estrema tra parti politiche avversarie che non hanno altre opportunità di differenziarsi l’una dall’altra.

«In gran parte dell’Europa i partiti populisti di destra hanno preso una brusca svolta a sinistra, posizionandosi come i veri difensori dello stato sociale e della classe operaia», ha scritto Hamid. La destra americana era rimasta un po’ indietro, affezionata a modelli economici ortodossi, secondo Hamid, ma in tempi recenti il Partito Repubblicano si è progressivamente spostato verso posizioni centriste sulle questioni economiche e sociali, abbandonando i tentativi di privatizzare la previdenza sociale e tagliare i fondi del Medicare, per esempio. E questo accadeva mentre l’attenzione dell’opinione pubblica era concentrata sui consensi che nel frattempo Trump raccoglieva tra populisti e nazionalisti.

L’economia come argomento di precedenti, fondamentali divisioni politiche è quindi stata «neutralizzata», ha scritto Hamid. E se una divisione tra destra e sinistra è ancora oggi significativa, lo è molto di più sulle questioni razziali, dei diritti civili e delle identità di gruppo che non sulla regolamentazione delle imprese, sui mercati e sulla redistribuzione del reddito. E le prime sono questioni che, a differenze di quelle economiche, riguardano fondamentalmente «concezioni divergenti del bene» e si prestano molto meno a diventare materia di compromessi e di dibattito tra tecnici e competenti.

Questo rischia di aumentare la polarizzazione e, in un bipartitismo, portare a uno scontro culturale incessante in cui per distinguersi l’uno dall’altro i partiti devono dare risalto a ciò che li rende diversi piuttosto che a ciò che li rende simili, conclude Hamid. E non possono più farlo sulla base di divergenti interessi economici, come è stato per lungo tempo nella storia delle democrazie occidentali.