(Xinhua/Han Yan)

Cosa c’è in ballo alla COP26

Spiegato nel dettaglio per andare oltre la risposta breve, «la salvezza dell'umanità»

(Xinhua/Han Yan)

A Glasgow, in Scozia, inizia domenica la COP26, cioè l’annuale conferenza sul clima organizzata dall’ONU. Come le 25 conferenze che l’hanno preceduta, ha in generale lo scopo di riunire 196 paesi del mondo perché portino avanti delle iniziative condivise per contrastare il cambiamento climatico e scongiurarne gli effetti più dannosi per l’umanità, evitando di creare ulteriori problemi o ingiustizie. Non un compito semplice, insomma.

In pratica però ogni COP – un nome che sta per Conferenza delle Parti, e le Parti sono i paesi che hanno firmato la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, più comunemente indicata con l’acronimo in inglese UNFCCC – ha obiettivi precisi, legati a quanto fatto nelle COP precedenti. La nota COP21 di Parigi del 2015, ad esempio, aveva l’obiettivo di fare approvare un nuovo grande accordo che stabilisse gli impegni tra 2020 e 2030 basati sui punti condivisi emersi nelle COP degli anni precedenti. Le COP successive invece hanno dovuto definire meglio alcuni degli obblighi citati nell’Accordo di Parigi, i meccanismi per verificarne il rispetto e altri aspetti per poterlo mettere in pratica.

La COP26 in particolare cercherà di definire un metodo per assicurarsi che i paesi rispettino gli impegni sulla riduzione delle emissioni di gas serra che hanno accettato di prendersi firmando l’Accordo di Parigi. Il nome tecnico di questi impegni è Nationally Determined Contributions (NDC), in italiano “Contributi determinati su base nazionale”. Sono NDC ad esempio la promessa dell’Unione Europea di ridurre le proprie emissioni del 55 per cento rispetto ai livelli del 1990 entro il 2030, di recente diventata una legge e perciò vincolante, e l’impegno degli Stati Uniti di ridurre le sue del 50-52 per cento rispetto ai livelli del 2005, sempre entro il 2030.

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Entrambi questi impegni, come in generale tutti gli NDC, sono scelti in maniera autonoma e volontaria dai paesi che se li sono presi, sia dal punto di vista quantitativo (di quanto ridurre le emissioni e rispetto a quale anno di riferimento) sia qualitativo (in che modo farlo). Sono i termini dell’Accordo di Parigi a permettere questa autonomia, grazie a cui i paesi hanno potuto impegnarsi tenendo conto dei propri interessi. Il problema è che è molto difficile monitorare che le promesse fatte vengano mantenute e mettere a confronto gli obiettivi dei diversi paesi. Tornando agli esempi precedenti, come giudicare se gli Stati Uniti abbiano deciso di impegnarsi più o meno dell’Unione Europea?

Peraltro gli NDC di alcuni paesi hanno una forma diversa: quello della Cina ad esempio prevede che entro il 2030 il paese arrivi al suo picco di emissioni di gas serra, per poi ridurli gradualmente. Infine, anche un singolo NDC può essere interpretato in modi diversi a seconda di come il paese che l’ha presentato sceglie di portarlo avanti: se riducendo le emissioni piano piano, oppure tutte in un colpo verso la fine della data fissata come orizzonte.

Per valutare se gli NDC presentati dai paesi dell’UNFCCC siano sufficienti per raggiungere l’obiettivo dell’Accordo di Parigi – mantenere l’aumento della temperatura media globale sotto i 2 °C rispetto al livello pre-industriale, e possibilmente sotto 1,5 °C – gli esperti dell’ONU hanno fatto degli studi per stimarne l’effetto complessivo e la conclusione è stata che no, non saranno abbastanza.

Il più aggiornato rapporto dell’UNFCCC sugli NDC, pubblicato il 25 ottobre, dice che considerandoli tutti insieme si stima che nel 2030 le emissioni di gas serra globali saranno aumentate del 16 per cento rispetto ai livelli del 2010. Secondo gli studi dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), l’organismo dell’ONU che studia il cambiamento climatico ed è la più autorevole fonte sui suoi impatti, un aumento delle emissioni di questo genere potrebbe portare a un aumento della temperatura media globale di 2,7 °C entro la fine del secolo. Invece per evitare per certo l’aumento di 1,5 °C le emissioni globali dovrebbero essere ridotte del 45 per cento entro il 2030. L’alternativa per non mancare l’obiettivo più ambizioso è portare avanti una fortissima riduzione dopo il 2030, che però avrebbe un costo molto più alto.

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Uno degli obiettivi della COP26 è fare in modo che gli NDC nel loro complesso permettano di non escludere del tutto la possibilità di mantenere entro 1,5 °C l’aumento delle temperature, e spingere un maggior numero di paesi a fissare un termine entro il quale raggiungeranno la neutralità carbonica, la condizione in cui per ogni tonnellata di anidride carbonica o di un altro gas serra che si diffonde nell’atmosfera se ne rimuove altrettanta.

Il presidente della COP26 – l’ex ministro britannico Alok Sharma – cercherà di ottenere anche altre cose. Una è il rispetto dell’impegno dei paesi con economie più sviluppate a finanziare quelli con economie in via di sviluppo per quanto riguarda le iniziative per la riduzione delle emissioni e le forme di sostegno per i danni causati dai disastri naturali. Nel 2009 alla COP15 di Copenaghen era stato deciso che i paesi in maggiore difficoltà avrebbero ricevuto 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020, ma l’anno scorso sono stati raggiunti solo 80 miliardi. Oggi i paesi in via di sviluppo vorrebbero che i fondi fossero aumentati dal 2025 in poi.

Un altro obiettivo che Sharma cercherà di raggiungere sono nuove promesse sull’abbandono del carbone come fonte di energia. Il carbone è il più inquinante tra i combustibili fossili, ma anche il più economico, e l’attuale crisi energetica globale peraltro potrebbe farne aumentare l’uso tuttora consistente in paesi come la Cina, l’India, il Messico ma anche l’Australia, dove ne viene prodotto in grandi quantità.

La COP26 potrebbe ottenere un grande successo se riuscisse a risolvere la questione dello scambio di quote di emissioni. È quella specie di “mercato” che permette ai paesi con economie sviluppate di continuare a emettere gas serra finanziando un’iniziativa per ridurne la produzione (con l’introduzione di pannelli solari o di pale eoliche, ad esempio) in un paese meno sviluppato, dove è più semplice ed economico farlo. Questo sistema fu introdotto per permettere ai paesi più poveri di rendere più sostenibile a livello ambientale le proprie economie in crescita e ai paesi più ricchi di risparmiare sul taglio delle emissioni. Negli anni però si è dimostrato inadeguato a facilitare la riduzione globale delle emissioni, oltre che facilmente aggirabile.

Lo scambio delle emissioni è previsto dall’articolo 6 dell’Accordo di Parigi, ma non si è mai riusciti a decidere come delimitarne i paletti: nell’ultima COP, quella avvenuta a Madrid nel 2019, le discussioni in merito hanno di fatto segnato un grosso fallimento.

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