Torri di raffreddamento della centrale elettrica alimentata a carbone di Nanchino, in Cina, il 27 settembre 2021 (Chinatopix via AP, La Presse)

Il mondo si litiga l’energia

L'aumento dei prezzi dei combustibili fossili non riguarda solo l'Italia ed è la conseguenza di una crisi energetica che mette in competizione molti paesi

Torri di raffreddamento della centrale elettrica alimentata a carbone di Nanchino, in Cina, il 27 settembre 2021 (Chinatopix via AP, La Presse)

In Italia il prezzo di elettricità e gas nelle prossime bollette aumenterà molto. Nel Regno Unito, a settembre, sono fallite nove piccole società fornitrici di energia che complessivamente servivano 1,73 milioni di clienti. In Cina molte fabbriche hanno sospeso o ridotto la produzione per non consumare troppa elettricità su richiesta del governo. In Germania alcuni impianti industriali hanno rallentato spontaneamente la produzione per mantenere margini di guadagno a fronte dell’aumento della spesa per l’energia. In India le scorte di carbone delle centrali termoelettriche sono sufficienti, in media, a garantire la produzione di energia per soli quattro giorni. In gran parte del mondo insomma ci sono dei problemi con l’energia: non sono proprio gli stessi per tutti i paesi, ma sono legati tra loro.

In generale, queste crisi energetiche c’entrano con la ripresa della domanda di carbone, petrolio e gas naturale dopo il calo dovuto alla pandemia da coronavirus, che ha rallentato la produzione industriale un po’ ovunque. L’aumento della domanda ha fatto aumentare i prezzi di queste materie prime, che in alcuni casi sono ulteriormente cresciuti per grandi problemi di logistica e distribuzione causati a loro volta dalla pandemia.

Per gli esperti del settore, entro la fine dell’anno o nei primi mesi del 2022 la domanda di petrolio arriverà a 100 milioni di barili al giorno: è un ritorno a consumi precedenti alla pandemia (nel 2019, se ne consumavano 99,7 milioni al giorno secondo i dati dell’Agenzia internazionale dell’energia) che ha fatto aumentare molto i prezzi, anche a causa della riluttanza dei paesi esportatori ad aumentare la produzione. Il prezzo del Brent, il petrolio del mare del Nord, ha raggiunto un valore che non aveva da tre anni: il 4 ottobre ha superato gli 81 dollari al barile.

Nell’ultimo anno i prezzi del gas naturale sono più che triplicati sia in Europa che in Asia. Il fatto che l’anno scorso le temperature invernali fossero durate particolarmente a lungo nell’emisfero boreale ha fatto ridurre le scorte più del previsto. Nell’Unione Europea in particolare le riserve sono ai loro minimi storici dal 2013. E nei prossimi mesi ci sarà un ulteriore aumento della domanda proprio per il ritorno dell’inverno e l’uso dei sistemi di riscaldamento.

Inoltre vari paesi si fanno concorrenza nell’accaparrarsi le forniture di combustibili fossili e i paesi fornitori, come la Russia, ne stanno approfittando per ottenere vantaggi politici.

Ogni paese si rifornisce di energia in modo diverso e dunque vive una diversa crisi energetica. In molti paesi dell’Unione Europea, Italia compresa, il problema principale è il gas: più del 20 per cento dell’energia elettrica prodotta nei paesi dell’Unione è ottenuta dal gas naturale (in Italia circa il 40 per cento). E quasi tutto questo gas è importato: quasi il 90 per cento proviene da paesi non membri, di cui quasi la metà (il 43,6 per cento nel 2020) arriva dalla Russia.

Uno dei problemi è che proprio la Russia negli ultimi mesi ha ridotto i flussi di gas che riforniscono l’Europa attraverso i gasdotti che passano da Bielorussia, Polonia e Ucraina.

Il governo russo si è giustificato dicendo di aver avuto maggiori richieste dai paesi asiatici, ma potrebbe aver ridotto le forniture allo scopo di fare pressioni per ottenere l’attivazione del Nord Stream 2, il discusso nuovo grande gasdotto che passa sotto il mar Baltico e raggiunge direttamente la Germania: è quello che pensano circa quaranta parlamentari europei che hanno chiesto alla Commissione di indagare su Gazprom, la principale società esportatrice di gas controllata dal governo russo.

Allo stesso tempo, i giacimenti di gas del mare del Nord sono sempre meno produttivi.

I Paesi Bassi, a causa di rischi sismici, stanno procedendo per esempio con la chiusura del giacimento di Groningen, grazie a cui fino a due anni fa erano, insieme alla Danimarca, gli unici esportatori netti di gas nell’Unione Europea. Nei paesi nordici inoltre si risente di un’estate particolarmente secca, che fatto scendere ai loro livelli minimi da più di un decennio i bacini che alimentano le centrali idroelettriche: è una cattiva notizia anche per il Regno Unito e l’Irlanda, che comprano parecchia energia dalla Norvegia.

Mercoledì, il presidente russo Vladimir Putin ha risposto alle preoccupazioni dell’Europa sul rifornimento di gas dicendo che la Russia potrebbe pensare di aumentare la produzione. Anche se non si tratta ancora di un vero annuncio, le parole di Putin sono bastate a far calare notevolmente i prezzi dell’energia. Il problema, come ricordano molti analisti, è che storicamente il governo russo ha usato il gas come arma di ricatto per ottenere obiettivi politici, ed è probabile che Putin cercherà di usare la sua forte posizione negoziale.

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In altre parti del mondo la crisi energetica è più legata al carbone. In particolare in Cina, il primo paese per consumo di questo combustibile fossile.

La Cina usa il carbone per produrre il 56 per cento della sua energia elettrica. Pur essendo il paese che possiede la metà di miniere di carbone del mondo, in questo momento ne è a corto: secondo un’analisi citata dal South China Morning Post, il 21 settembre le riserve di carbone nazionali erano sufficienti a produrre elettricità per soli 15 giorni, un minimo record.

Le ragioni di questa crisi sono diverse.

Anzitutto la ripresa dell’economia mondiale dovuta alle campagne vaccinali contro il coronavirus ha fatto ripartire la domanda di prodotti cinesi e dunque di energia dalle fabbriche che li producono. A questo aumento della domanda non è però corrisposto un adeguato aumento della produzione di carbone e dell’energia ottenuta col carbone.

Da un lato perché le amministrazioni locali cinesi sono obbligate a rispettare gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra imposti dal governo (che si è impegnato a raggiungere la neutralità carbonica entro il 2060); dall’altro perché anche di fronte all’urgenza di usare più carbone non è possibile ottenere un immediato aumento della produzione delle miniere: recentemente la Cina ha introdotto regole più severe sulla sicurezza a causa di numerosi incidenti sul lavoro e di danni ambientali, e questo rende più complicato accelerare l’attività estrattiva.

Per provare a risolvere la carenza di carbone, sembra che il governo cinese abbia deciso di abbandonare l’informale blocco alle importazioni dall’Australia che durava da circa un anno a causa delle tensioni tra i due paesi.

Infatti il secondo paese per importazioni di carbone in Cina, l’Indonesia, non è stato in grado di far fronte all’aumento delle richieste cinesi perché le spedizioni sono state ostacolate a lungo dalle condizioni meteorologiche. Anche la Russia non può essere la soluzione per risolvere il problema alla carenza di carbone: sia per i limiti delle infrastrutture ferroviarie che la collegano alla Cina, e che rendono complicato aumentare i flussi commerciali, sia perché le maggiori richieste di carbone russo da parte di alcuni paesi europei, per cui il prezzo del gas naturale è cresciuto troppo, fanno concorrenza a quelle cinesi.

C’è concorrenza tra Cina e Unione Europea anche sui rifornimenti di gas naturale. Una delle ragioni per cui il gas russo scarseggia in Europa, secondo molti analisti, è che diversi paesi dell’Asia, e soprattutto la Cina, hanno molto aumentato i loro ordini. Alla fine di settembre, fra le altre cose, il governo cinese ha ordinato alle sue grandi aziende di stato di assicurarsi forniture di gas «ad ogni costo», secondo informazioni di Bloomberg.

Anche l’India, che ottiene circa il 66 per cento della sua produzione di elettricità da centrali a carbone, in questo momento di ripresa della produzione industriale sta affrontando una crisi energetica simile. Il 3 ottobre le 135 centrali termoelettriche del paese avevano riserve sufficienti per soli quattro giorni – contro i tredici giorni di inizio agosto.

Con l’aumento dei prezzi del carbone a livello mondiale, l’India ha ridotto le importazioni, ma Coal India, la grande azienda di stato che produce quasi l’80 per cento del carbone nazionale, non è riuscita a sopperire alla domanda locale. Le abbondanti piogge di settembre nelle aree in cui si trovano le miniere sono parte del problema: il ministero dell’Energia ha detto che hanno rallentato sia l’estrazione che le consegne di carbone. Se ora il paese non riuscirà ad aumentare la produzione o non deciderà di importare più carbone, andrà incontro al rischio di blackout e razionamento dell’elettricità.

Negli Stati Uniti invece non ci sono problemi di disponibilità di energia, dato che il paese ha grandi riserve di gas estratto localmente, anche se la situazione nel resto del mondo sta spingendo giornalisti e osservatori a fare previsioni su cosa potrebbe accadere in caso di un inverno particolarmente freddo.