(LaPresse/Nicolò Campo)

Il forte aumento del prezzo del metano

È un'altra conseguenza del rincaro generale dei costi dell'energia: e al momento non sembrano esserci soluzioni al problema

(LaPresse/Nicolò Campo)

L’aumento del prezzo del gas naturale e di altri combustibili fossili inizia ad avere effetti anche nel settore dei trasporti, con aumenti significativi ai distributori. Il GPL ha raggiunto un prezzo medio intorno agli 0,735 euro al litro, rispetto al prezzo medio mensile di 0,592 di un anno fa. Gli aumenti hanno interessato anche il metano per auto, il cui prezzo oscilla tra gli 1,157 e gli 1,631 euro al chilogrammo, con un aumento di oltre 20 centesimi al chilogrammo rispetto a pochi mesi fa. In alcuni distributori il prezzo del diesel è invece compreso tra 1,624 e 1,762 euro al litro.

L’aumento del prezzo del metano nei trasporti è particolarmente notevole, anche perché tra le altre cose il metano è sempre stato collegato, specie in Italia, a importanti risparmi al distributore. Negli ultimi giorni, invece, come hanno scritto diversi giornali, in alcuni distributori del centro-nord il prezzo è arrivato a 2 euro al chilogrammo (il pieno di metano si fa in chili), circa il doppio di qualche mese fa, quando veniva venduto a circa un euro al chilogrammo. Anche se il prezzo del gas naturale è in aumento da tempo sui mercati internazionali, il rincaro sul metano per le auto è stato molto forte negli ultimi giorni perché all’inizio del mese sono stati rinnovati i contratti di fornitura energetica.

Le associazioni di settore sono molto preoccupate. Per esempio Federmetano, che è l’associazione nazionale dei trasportatori e distributori di metano, ha scritto in un comunicato: «L’aumento repentino dei prezzi di mercato del gas ha spinto il suo valore verso cifre che nessuno avrebbe mai immaginato, costituendo una vera anomalia». L’associazione ha chiesto al governo di intervenire con sgravi fiscali.

Gli aumenti, soprattutto del metano, sono dovuti alla particolare condizione in cui si trova l’Europa ormai da alcune settimane: le riserve di gas naturale sono ai loro minimi storici dal 2013, in una fase in cui i consumi stanno aumentando significativamente sia per l’arrivo della stagione fredda sia per la ripresa della produzione industriale, dopo i periodi più difficili della pandemia da coronavirus. La richiesta di gas è molto alta e al tempo stesso l’offerta è limitata, soprattutto a causa della Russia, uno dei principali fornitori di gas per l’Europa, che non ha aumentato in modo significativo le forniture.

Il gas naturale è una delle principali risorse con cui si produce energia nei paesi europei, anche in quelli in cui la produzione avviene con un mix piuttosto diversificato e che comprende numerose fonti come carbone, idroelettrico, nucleare, eolico, solare, petrolio e biomasse. L’Italia è esposta più di altri paesi all’andamento del prezzo del gas, considerato che viene impiegato per circa metà dell’energia prodotta nel nostro paese. Circa due terzi del fabbisogno energetico italiano sono inoltre coperti dalle importazioni da altri paesi, con le difficoltà nel tenere sotto controllo i prezzi che ne conseguono.

La scorsa settimana l’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente (ARERA) ha comunicato che negli ultimi tre mesi di quest’anno la bolletta dell’energia elettrica aumenterà del 29,8 per cento e quella del gas del 14,4 per cento, per la famiglia tipo. L’aumento delle bollette è stato in parte limitato da un intervento del governo, che ha stanziato le risorse necessarie per attutire l’impatto dell’aumento dei prezzi. Senza questo provvedimento, l’aumento sarebbe stato del 45 per cento sulla bolletta dell’elettricità e di oltre il 30 per cento su quella del gas.

Martedì 5 ottobre i prezzi del gas naturale hanno raggiunto un nuovo massimo sul mercato europeo, suscitando nuove preoccupazioni per la crisi energetica. I contratti per la consegna del gas a novembre sono aumentati del 23 per cento rispetto al mese precedente, arrivando a 117,50 euro per megawattora, il 400 per cento in più rispetto all’inizio dell’anno. Le previsioni degli analisti per i prossimi mesi non sono buone, considerato il previsto aumento dei consumi soprattutto per i riscaldamenti con l’arrivo della stagione fredda.

In Europa alcuni impianti industriali che consumano molta energia hanno iniziato a rallentare la produzione, stretti dalla necessità di ridurre i consumi e mantenere qualche margine di guadagno. In Germania l’impianto chimico di SKW Stickstoffwerke Piesteritz, azienda che produce soprattutto ammoniaca, ha annunciato che taglierà del 20 per cento la produzione, a causa dell’aumento del prezzo del gas. Altre società sono nelle medesime condizioni e chiedono ai governi di intervenire per tenere sotto controllo i prezzi.

Al tempo stesso, le aziende stanno provando a migliorare la loro efficienza per consumare meno energia, ma i processi di aggiornamento delle linee produttive richiedono tempo e non possono essere risolutivi in una fase che viene definita di emergenza come l’attuale. Gli analisti segnalano che la crisi si potrebbe acuire se continuassero a ridursi le riserve di gas in Europa, rendendo necessaria la sospensione di alcune attività. In alcune zone della Cina è già successo qualcosa di simile, con la richiesta alle industrie di rallentare la produzione, per garantire la fornitura di energia elettrica e gas alle abitazioni, ora che iniziano ad abbassarsi le temperature.

La Cina ha intensificato l’importazione di gas naturale, soprattutto dalla Russia, con l’obiettivo di ricorrere il meno possibile al carbone, più inquinante e che non consentirebbe di raggiungere gli obiettivi per quest’anno sulla riduzione delle emissioni inquinanti. La maggiore richiesta dall’Asia è stata usata dal governo russo come una giustificazione sulle minori forniture verso l’Europa, ma diversi osservatori ritengono che queste siano il frutto di una decisione prettamente politica.

La Russia negli ultimi mesi ha ridotto i flussi verso l’Europa attraverso i propri gasdotti che passano in Bielorussia, Polonia e Ucraina, facendo pressioni per l’attivazione del Nord Stream 2, il discusso nuovo grande gasdotto che passa sotto il Mar Baltico, raggiungendo direttamente la Germania.

In Europa la riduzione della produzione sta interessando alcuni dei più grandi produttori di fertilizzanti. Potrebbero quindi esserci conseguenze per altri settori, come quello agricolo, con ulteriori effetti sul prezzo dei beni alimentari. All’aumentare dei costi dell’energia solitamente si assiste a un incremento dei prezzi di numerosi altri beni, con il rischio di un aumento dell’inflazione al di sopra dei livelli auspicati dalle politiche economiche dei governi.

Al momento non sembrano esserci molte soluzioni al problema. Equinor, la principale azienda petrolifera statale norvegese, sta aumentando le forniture di gas verso l’Europa, intensificando la produzione da due proprie aree estrattive nel mare del Nord. Le maggiori forniture dovrebbero alleviare la situazione, ma non potranno essere risolutive e diversi paesi, come Francia e Spagna, hanno chiesto all’Unione Europea di elaborare una strategia comune per affrontare il problema dei prezzi dell’energia.