Una manifestazione del RAWA nel 2007. (ANSA - EPA/T. MUGHAL - BGG)
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  • martedì 31 Agosto 2021

Il gruppo afghano più importante per la difesa dei diritti delle donne

Si chiama RAWA, nacque come movimento femminile di resistenza all’occupazione sovietica, e ha molte cose da dire

di Giulia Siviero
Una manifestazione del RAWA nel 2007. (ANSA - EPA/T. MUGHAL - BGG)
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Dagli anni Settanta in Afghanistan esiste un gruppo autorganizzato impegnato nella lotta per i diritti delle donne, per la loro autodeterminazione e quella del loro paese: si chiama RAWA, Associazione Rivoluzionaria delle Donne Afghane, e da sempre lavora in clandestinità. Da quarant’anni RAWA – che ai progetti concreti di sostegno e aiuto affianca un intenso lavoro politico – racconta la condizione delle donne afghane, al di là della narrazione retorica, paternalistica o strumentale spesso dominante nel dibattito occidentale.

La storia di RAWA, organizzazione femminista fondata nel 1977 che divenne presto un movimento femminile di resistenza all’occupazione sovietica, dice molto dell’Afghanistan degli ultimi decenni, così come della situazione e della resistenza delle donne afghane.

Le donne di RAWA
RAWA venne fondata nel 1977 dall’attivista Meena Keshwar Kamal, uccisa nel 1987 a Quetta, in Pakistan, dagli agenti afghani dell’allora KGB, i servizi segreti sovietici. Nacque come movimento per i diritti delle donne e presto diventò un’organizzazione di resistenza all’occupazione sovietica, che sarebbe cominciata un paio di anni dopo. Tra le altre cose organizzò marce e incontri pubblici, aprì scuole, un ospedale e centri di artigianato per le rifugiate e per sostenere finanziariamente le donne afghane. In diverse occasioni rappresentò anche il movimento afghano di resistenza ai sovietici in giro per il mondo.

RAWA non fu presa di mira solo dai sovietici: divenne obiettivo anche degli attacchi di molti gruppi fondamentalisti islamici del paese, che proponevano per lo più un’idea di Afghanistan in cui la religione era dominante e in cui i diritti delle donne non venivano garantiti per nulla: un’idea quindi molto lontana dal modello democratico e laico promosso da RAWA.

Molte attiviste del gruppo furono uccise anche negli anni successivi al ritiro sovietico dall’Afghanistan (1989) e precedenti all’instaurazione del regime talebano (1996), durante la guerra civile che fu combattuta da diverse milizie di mujaheddin responsabili di una lunga serie di crimini e violenze contro civili, minoranze e donne. Ricordando quel periodo, e le attiviste uccise, RAWA ha scritto sul suo sito: «Il nostro atteggiamento senza compromessi contro questi due nemici del nostro popolo ci è costato caro. […] Ma noi abbiamo resistito con forza continuando a difendere i nostri principi, nonostante i colpi mortali subiti».

RAWA continuò chiaramente a opporsi alle forze al governo anche con l’arrivo dei talebani, che causò un ulteriore peggioramento della condizione delle donne, ma non solo. Dopo l’invasione americana dell’Afghanistan del 2001, RAWA denunciò l’occupazione militare degli Stati Uniti e l’appoggio che l’Occidente iniziò a dare a gruppi e governi che da una parte si opponevano ai talebani, ma dall’altra continuavano a violare gravemente i diritti delle donne.

Cosa fa RAWA
Per garantire la sicurezza del gruppo, le donne di RAWA hanno sempre lavorato in clandestinità: ancora oggi firmano le comunicazioni in modo collettivo, si presentano con degli pseudonimi ai media o alle conferenze che tengono in giro per il mondo e non usano mai la sigla RAWA per i loro progetti. «La loro attività», racconta Laura Quagliuolo del CISDA, il Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane che da anni lavora e sostiene RAWA, «non è mai stata gradita a nessuno: hanno dovuto proteggersi sempre, anche negli ultimi vent’anni di occupazione statunitense e di presunta democrazia».

In RAWA, spiega Quagliuolo «si entra solo se si è donne e solo se si è passate attraverso una certa formazione politica». Non si sa con esattezza quante attiviste ne facciano parte: «Un po’ di anni fa loro ci parlavano di 2 mila donne, ma ce ne sono moltissime altre che se non sono direttamente inserite in RAWA lavorano comunque con loro». Il movimento sembra avere una buona rete in diverse province dell’Afghanistan e ogni sei mesi organizza una riunione tra tutte le attiviste, che tra loro comunicano attraverso vari servizi di messaggistica, molto poco via mail.

Negli anni, RAWA – che è attiva anche in Pakistan – ha aperto orfanotrofi e avviato circoli femminili di discussione, ha fondato scuole e ha organizzato corsi di alfabetizzazione, ha avviato progetti di aiuto per le centinaia di migliaia di vedove di guerra che per necessità si sono date alla prostituzione e ha operato nei campi profughi di Pakistan e Afghanistan, affiancando ai progetti concreti anche campagne di denuncia e un lavoro politico quotidiano e molto radicale.

Quagliuolo racconta come nei circoli femminili creati da RAWA si discuta di diritti delle donne, di resistenza, di istruzione e di partecipazione sociale. E come nelle scuole di alfabetizzazione, organizzate segretamente e spesso a domicilio, non si insegni solo a leggere e a scrivere: «Sono corsi qualificanti: si dice alle donne quali sono i loro diritti e come fare a rivendicarli in famiglia. E tantissime di quelle donne sono diventate a loro volta insegnanti di altre donne», allargando la rete.

Nei campi profughi, RAWA ha organizzato gruppi mobili di medici per curare principalmente le donne con problemi finanziari e ha gestito corsi di pronto soccorso per ragazze e donne alfabetizzate. Quagliuolo ha detto: «Sono poi riuscite a dare in gestione alle donne dei pollai per vendere uova, polli, per allevare pulcini, mentre il loro progetto più recente è quello dei campi di zafferano nella zona di Herat: è stata formata una cooperativa di donne che hanno imparato le tecniche di coltivazione, si sono professionalizzate e hanno creato i bulbi per fare altri campi». Alcune di loro, grazie a questi lavori, si sono pagate gli studi o sono potute emergere da situazioni di violenza e di povertà.

A partire dal 1981, con lo scopo di diffondere le loro opinioni, i loro obiettivi e di dare alle donne afghane consapevolezza sociale e politica, RAWA ha iniziato a pubblicare una rivista politica bilingue, in persiano e pashtu, che si chiama Payam-e-Zan, cioè “il messaggio delle donne”. Per anni, racconta Quagliuolo, «le attiviste di RAWA hanno attraversato il confine tra Pakistan e Afganistan per distribuirla: è un giornalino formato mignon, minuscolo, che potevano nascondere in gran quantità sotto il burqa, che nessuno poteva alzare. Conteneva commenti politici o storie di donne che avevano subito violenza».

Tra il 1996 e il 2001, le attiviste di RAWA hanno lavorato per far conoscere i crimini del regime talebano anche all’estero, filmandoli con piccole telecamere nascoste sotto il burqa: «Facevano le esecuzioni allo stadio e le attiviste di RAWA andavano a riprenderle, con enormi rischi per la loro sicurezza», ha detto Quagliuolo.

Uno dei video, usato poi dai media di tutto il mondo, fu girato proprio da loro nel 1999: mostrava l’esecuzione pubblica di una donna, poi identificata come Zarmina, madre di sette figli e accusata di aver ucciso il marito. Venne portata sul retro di un camioncino fino allo stadio, le venne ordinato di sedersi e un giovane soldato talebano le sparò da dietro tre colpi alla testa. Quelle immagini diventarono «il simbolo senza volto e senza nome della barbarie talebana in Afghanistan», scrisse allora il New York Times.

Il sistema di lavoro di RAWA
Il sistema di lavoro di RAWA, racconta Quagliuolo, è «con le donne, dal basso»: si basa sulla convinzione che nessuno possa liberare nessuna, che le nazioni non possano esportare i «diritti delle donne» o la «democrazia» e che siano le donne a dover lottare per loro stesse.

Sono posizioni che per esempio emergono su alcuni temi molto discussi in Occidente, come quello del velo islamico. Secondo RAWA, il rifiuto del velo è una forma simbolica di resistenza e di sfida ai fondamentalisti, ma allo stesso tempo le sue attiviste difendono il fatto che indossarlo o meno debba essere una questione personale: culturale e non religiosa, e sulla quale nessuno dovrebbe avere il diritto di interferire, né per imporlo né per toglierlo.

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In queste ultime due settimane, dopo il ritiro militare degli Stati Uniti dall’Afghanistan e il ritorno al potere dei talebani, il tema dei diritti delle donne afghane, e della loro liberazione, è stato citato e ripreso moltissimo dai giornali e politici occidentali, anche italiani. Molti hanno descritto le donne afghane esclusivamente come vittime da salvare e da portare lontano, senza conoscere la reale condizione femminile nel paese degli ultimi 40 anni.

In un’intervista al Manifesto pubblicata pochi giorni fa, RAWA ha detto che è comprensibile che molte persone vogliano lasciare il paese, ma ha aggiunto che per loro «fuggire» non è la soluzione: «Occorre rimanere e lottare contro il regime».

Insieme ad Hambastagi, il Partito di Solidarietà fondato nel 2004, laico, democratico e indipendente, RAWA ha sempre sostenuto l’esistenza di una “terza via”, che si allontanasse sia dai governi afghani dei fondamentalisti religiosi sia dalle forze occupanti straniere (sovietiche o statunitensi); ha promosso quindi l’idea di un Afghanistan libero, basato su principi democratici e garante della libertà di pensiero, di religione, di espressione politica e dei diritti delle donne.

Sulla questione religiosa RAWA ha posizioni molto chiare. Secondo Quagliolo, «tra loro [le attiviste] c’è qualche praticante e sono per la libertà di culto, ma hanno sempre detto che la religione deve essere relegata alla sfera privata e che non deve diventare uno strumento politico, così come accade, invece, per i fondamentalisti». RAWA ha detto che soltanto un governo laico «può impedire che la religione dell’Islam venga usata come mezzo regressivo nelle mani di fanatici».

Riguardo al modo in cui i talebani applicano la legge islamica, RAWA ha scritto che sotto il loro ultimo regime, dal 1996 al 2001, la visione delle donne secondo il fondamentalismo islamico (che in sostanza le vede «come sub-umani, adatte solo alla schiavitù domestica e alla procreazione») fu elevata allo status di politica ufficiale.

Sotto i talebani, riassume l’organizzazione, le donne erano totalmente private del diritto all’istruzione, del diritto al lavoro, del diritto di muoversi o viaggiare; ma anche del diritto alla salute (nessuna donna poteva essere visitata da un dottore maschio, la pianificazione familiare era fuori legge, le donne non potevano essere operate da team chirurgici se un uomo ne faceva parte), di quello a rivolgersi a un tribunale (potevano farlo solo attraverso un parente prossimo maschio e la testimonianza di una donna valeva la metà di quella di un uomo) e del diritto allo svago (tutti i ritrovi ricreativi e sportivi per le donne furono proibiti, le cantanti non potevano cantare perché le loro voci avrebbero “corrotto” gli uomini).

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Le donne, in sostanza, erano private del diritto di essere degli esseri umani: «Non potevano mostrare il loro viso in pubblico a uomini estranei alla famiglia, né indossare vestiti dai colori sgargianti o truccarsi, non potevano portare scarpe col tacco che fa rumore, nel timore che il suono dei loro passi corrompesse i maschi, non potevano viaggiare in veicoli privati insieme a passeggeri maschi, non avevano il diritto di parlare a voce alta in pubblico, non potevano ridere forte poiché ciò avrebbe tentato gli uomini, e così via».

I diritti delle donne, prima e dopo i talebani
Le donne di RAWA raccontano anche che negli ultimi decenni, prima e dopo i talebani, i diritti delle donne non sono mai stati di fatto garantiti: né durante gli anni di governo dei mujaheddin, al potere dopo la fine dell’invasione sovietica, né negli ultimi vent’anni di governi afghani appoggiati dai paesi occidentali.

Gli ultimi vent’anni sono stati anche quelli dei governi di Hamid Karzai e di Ashraf Ghani, durante i quali sono tornate sulla scena politica con incarichi ufficiali molte figure di alto livello implicate nei principali crimini di guerra e violazioni dei diritti umani che ebbero luogo all’inizio degli anni Novanta. E sono stati gli anni durante i quali gli Stati Uniti – pur avendo utilizzato in modo strumentale l’oppressione delle donne come argomentazione per il loro intervento militare nel paese – hanno appoggiato «i fondamentalisti dell’Alleanza del Nord per combattere un’altra fazione fondamentalista: i talebani», dice RAWA, anche se tra le due non ci sarebbe alcuna differenza ideologica: «La gente di tutto il mondo dovrebbe sapere che il venir meno del dominio dei talebani in Afghanistan non ha mai comportato la fine delle orribili sofferenze delle nostre donne».

L’invasione statunitense e il successivo cambio di regime hanno sì portato a un miglioramento dei diritti delle donne, ma solo in alcune e limitate zone del paese: in altre gli stupri, le lapidazioni, i rapimenti, i test di verginità, la prostituzione e i matrimoni forzati e quelli delle minori non si sono mai fermati, come testimoniano diverse storie di donne e bambine.

Alcune di queste, negli ultimi anni, sono state riprese anche sui giornali internazionali e italiani: per esempio quella di Amina, una donna di 29 anni accusata di adulterio e pubblicamente lapidata a morte nel 2005 sulla base della decisione di un tribunale distrettuale nella provincia settentrionale del Badakhshan; o quella di Sahar Gul, costretta da bambina a sposarsi e incatenata dai genitori del marito in un seminterrato, lasciata senza cibo e torturata perché non voleva lavorare come prostituta per loro, nel 2012; o, ancora, la storia di Sitara, a cui furono tagliati naso e labbra dal marito, nel 2013.

Diversi rapporti di Human Rights Watch e altre organizzazioni per i diritti umani hanno raccontato di donne incarcerate per «crimini morali», arrestate per «sesso praticato al di fuori del matrimonio» anche se erano state stuprate, e di donne condannate per aver tentato la fuga da un marito violento. Ed è vero, dice ancora RAWA, che nei vari governi che si sono succeduti durante l’occupazione statunitense la presenza delle donne in parlamento è aumentata – notizia che dai media occidentali è stata presentata come un grande risultato – «ma la maggior parte di queste donne erano le peggiori nemiche dei diritti femminili e della democrazia, e si sono comportate come marionette nelle mani dei signori della guerra».

E ora, resistenza
Da quando, lo scorso 15 agosto, i talebani sono tornati al potere in Afghanistan, RAWA ha preso di nuovo parola attraverso un’intervista alla Afghan Women’s Mission, associazione statunitense che collabora con il gruppo dal 2000. L’intervista si può leggere tradotta in italiano su Pasionaria.it.

Tra le altre cose, RAWA ha commentato il passaggio sulla libertà delle donne durante la prima conferenza stampa dal portavoce dei talebani, accolta positivamente da alcuni media occidentali: «Il portavoce dei talebani ha dichiarato che non c’è una differenza tra la loro ideologia del 1996 e quella odierna. E ciò che dicono riguardo ai diritti delle donne è la frase esatta usata durante la loro terribile e precedente dittatura: applicare la sharia è vaga, e viene interpretata in modo differente dai singoli regimi islamici per giustificare i loro scopi politici e le loro leggi».

Il tentativo dei talebani di presentarsi al mondo come interlocutori autorevoli, conclude RAWA, è dunque solo una «farsa» e «la loro reale natura di fondamentalisti islamici, misogini, disumani, barbari, reazionari, antidemocratici e antiprogressisti» non cambierà. Alla stessa conclusione sono arrivati molti osservatori e studiosi, fin da subito scettici della nuova faccia moderata mostrata dai talebani.

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Nelle ultime ore, il Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane ha contattato diverse attiviste di RAWA e ha fatto sapere che «per adesso, sono al sicuro». Ciò che le donne di RAWA hanno chiesto a chi sta fuori dall’Afghanistan è il non riconoscimento, da parte dei paesi occidentali, del regime dei talebani. Dicono che le donne afghane hanno sviluppato una coscienza politica, e che la loro organizzazione porterà avanti la lotta: perché «nessuna oppressione, tirannia o violenza potrà fermare la resistenza».