(Claudio Furlan - LaPresse)
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  • venerdì 30 Luglio 2021

In Veneto sarà un problema rimpiazzare gli operatori sanitari non vaccinati

Perché sono oltre 18mila e spostarli significa dover riorganizzare i servizi sanitari, con conseguenze non trascurabili

(Claudio Furlan - LaPresse)

Il presidente del Veneto Luca Zaia sostiene che chi ha pensato il decreto che obbliga gli operatori sanitari a vaccinarsi contro il coronavirus non abbia tenuto conto della possibile mancanza dei medici. Lo ha detto quando si è reso conto che gli ospedali e le case di riposo venete avrebbero dovuto rinunciare a un numero notevole di medici e infermieri non vaccinati: 18.766, poco meno del 10 per cento del totale, secondo gli ultimi dati.

All’inizio di aprile, quando il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto legge che obbliga medici e infermieri a sottoporsi al vaccino, era difficile prevedere quanti avrebbero scelto di non vaccinarsi. A quattro mesi di distanza i numeri sono ormai noti e la situazione sembra piuttosto complicata soprattutto in Veneto: i dirigenti delle aziende sanitarie e i sindacati hanno organizzato una serie di incontri per capire come riorganizzare i servizi sanitari, la programmazione degli esami e i turni del personale nelle strutture dove l’incidenza degli operatori sanitari non vaccinati è più rilevante.

In totale non si sono vaccinati 2.574 medici, 4.480 infermieri, 1.768 psicologi, 891 farmacisti, 289 ostetriche, 328 veterinari, 300 biologi, 1.912 tecnici, 540 operatori sociosanitari, 42 assistenti odontoiatri, un massofisioterapista e 5.566 persone comprese nella categoria “altro” all’interno della classificazione degli operatori di interesse sanitario. L’azienda sanitaria con il più alto numero di operatori sanitari non vaccinati è la Euganea, in provincia di Padova. È improprio definirli genericamente “No vax”: ci sono sicuramente professionisti che hanno rinunciato al vaccino con convinzione, molti altri invece sono solo scettici, in attesa, oppure sono stati costretti a rinunciare alla somministrazione per problemi di salute, come possibili reazioni allergiche.

In molte altre regioni i numeri sono più contenuti. In Lombardia, per esempio, nonostante gli abitanti siano il doppio rispetto al Veneto, gli operatori non vaccinati sono 2.900.

In realtà le stime sono incerte in quasi tutte le regioni perché il report sulla campagna vaccinale pubblicato ogni sabato mattina sul sito del governo non è affidabile. I numeri di medici e infermieri non vaccinati, così come quelli degli operatori della scuola, sono quasi sempre in contraddizione con i dati parziali forniti dalle regioni. Secondo il report governativo, in Veneto sarebbero stati vaccinati tutti gli operatori sanitari, ma è stata la stessa regione a confermare la mancata somministrazione a 18.766 professionisti.

Le cose da sapere sul coronavirus

Le regioni hanno già concesso più tempo di quanto era stato previsto nel decreto: la consegna degli elenchi di tutti gli operatori sanitari era stata fissata entro martedì 6 aprile e la verifica dello stato vaccinale entro il 16 aprile. Successivamente, nel giro di pochi giorni le aziende sanitarie avrebbero dovuto mandare un invito a fornire la documentazione dell’avvenuta vaccinazione, della conferma di un appuntamento per la somministrazione o una spiegazione della mancata vaccinazione.

Secondo il decreto, già all’atto di accertamento da parte dell’azienda sanitaria gli operatori devono essere esentati da lavori che prevedono contatti interpersonali o comportano il rischio di diffusione del contagio. Quando non è possibile assegnare gli operatori non vaccinati a mansioni non a rischio, è prevista la sospensione della retribuzione fino al 31 dicembre 2021, ma al momento non è successo ovunque in Italia. Da qualche settimana, in molte regioni sono iniziate le sospensioni di medici e infermieri non vaccinati. Non di tutti, però: finora il Veneto è stato in attesa.

Il presidente della regione, Luca Zaia, ha spiegato che la sospensione non spetta a lui o agli assessori. «Invito tutti a non farne una guerra di religione», ha detto. «È un dato di fatto che i direttori dovranno modulare eventuali sospensioni anche in funzione del problema delle sostituzioni delle ferie in questo periodo piuttosto che delle figure strategiche per alcuni reparti».

Zaia ha chiarito che le sospensioni arriveranno più tardi rispetto al previsto perché la regione aveva chiesto una sospensione momentanea delle procedure. Il ritardo era stato giustificato dalla regione con la notizia di una presunta sospensiva del decreto in seguito a un ricorso presentato al tribunale amministrativo dell’Emilia-Romagna. Dopo aver verificato che la notizia del ricorso non era fondata, le aziende sanitarie venete hanno iniziato a inviare le prime lettere di contestazione.

La USL 8 di Vicenza, che era stata la prima a inviare 34 lettere di contestazione a cui erano seguite le sospensioni, sta valutando altre 120 posizioni di operatori sanitari e ha confermato che quattro medici hanno deciso di vaccinarsi dopo le sollecitazioni. La USL 6, in provincia di Padova, ha concesso a tutti i ritardatari di prenotare la prima dose entro il 31 luglio, termine ultimo per farlo. L’azienda sanitaria della provincia di Treviso ha notificato le prime 186 sospensioni. Gli effetti dell’obbligo potrebbero portare ad avere un eccesso di medici e infermieri in ruoli amministrativi e una mancanza nelle corsie degli ospedali, dove servirebbero, con conseguenze sulla programmazione degli esami, degli interventi non urgenti, ma anche sull’apertura delle farmacie e sui servizi nelle residenze sanitarie per gli anziani.

Il 19 luglio c’è stata una prima riunione tra i rappresentanti della regione e i sindacati per capire quante persone sarebbero state coinvolte e in quali strutture sanitarie. Uno schema dei possibili spostamenti ancora non c’è: in una riunione che si terrà la prossima settimana saranno chiariti i numeri di quanti medici e infermieri dovranno essere spostati e da quali ospedali e case di riposo.

(Cecilia Fabiano/ LaPresse)

Ivan Bernini, infermiere, segretario della Cgil Funzione pubblica, dice che prima di preoccuparsi delle conseguenze degli spostamenti bisogna avere i numeri precisi. «Se in alcune aree o in singoli ospedali ci saranno tante sospensioni si dovrà iniziare una discussione su come riorganizzare i servizi e garantire un livello adeguato di prestazioni sanitarie», spiega. «Tutto senza derogare alle legittime ferie: è stato un anno e mezzo difficile, molti medici e infermieri hanno diritto di riposarsi».

Nelle case di riposo la carenza di personale, un problema che c’era già prima dell’epidemia, potrebbe aggravarsi. In Veneto, nelle ultime settimane, poche residenze sanitarie per anziani sono riuscite a riaprire completamente perché l’epidemia ha sconvolto piani e organizzazione. «Già mancano operatori e infermieri ma non appena avremo le comunicazioni delle Usl procederemo», ha detto Roberto Volpe, presidente di URIPA, l’associazione delle Rsa. «Non comprendo come non possa vaccinarsi chi ha assistito alla morte di anziani contagiati. Da noi non ci sono mansioni alternative: sarà dura».

Al momento la discussione sulle possibili conseguenze dell’obbligo vaccinale è rimasta su un piano tecnico. Più passano i giorni, però, e più gli effetti dei moltissimi spostamenti iniziano a creare una certa tensione. Chi fin da subito si è espresso in modo piuttosto deciso è Domenico Crisarà, il presidente dell’Ordine dei Medici di Padova. Ha detto che nei prossimi giorni l’Ordine pubblicherà tutti i nomi dei medici che hanno rifiutato il vaccino. «È giusto renderli pubblici, è una garanzia per i cittadini», ha spiegato. «Ho già dato mandato all’ufficio legale dell’Ordine di valutare la procedura da seguire e consulteremo il garante della privacy. Vogliamo essere inattaccabili, ma riteniamo sia giusto così».