(Ulet Ifansasti/Getty Images)

Dove vuole andare l’azienda di Pokémon Go

A cinque anni dall'uscita del suo più grande successo, Niantic ha in serbo diversi altri giochi in realtà aumentata, e non solo

(Ulet Ifansasti/Getty Images)

Cinque anni fa, il 6 luglio 2016, in Australia, Nuova Zelanda e Stati Uniti uscì Pokémon Go, il primo videogioco per smartphone dedicato ai Pokémon. Il gioco, che in Italia arrivò il 15 luglio, sfruttava la realtà aumentata e permetteva ai suoi tanti giocatori di girare per il mondo reale a caccia di quegli strani animaletti noti come Pokémon. In parte perché si basava sul più grande media franchise al mondo e in parte perché permetteva di giocare all’aperto, il gioco fu da subito un grandissimo successo e un rilevante fenomeno culturale che Niantic, la società californiana che l’ha sviluppato, continua a cavalcare con grande profitto.

Perché sì, moltissime persone continuano a giocarci. Ciononostante, Niantic – che già prima di Pokémon Go si era dedicata con buon successo alla realtà aumentata videoludica – sta guardando oltre, nei videogiochi ma non solo. Per provare a raccogliere i frutti di qualcosa che iniziò a seminare ormai vent’anni fa.

La storia di quella che sarebbe poi diventata Niantic iniziò infatti nel 2001 quando, come racconta la stessa azienda, «un piccolo team di informatici, giocatori, cartografi e ricercatori di IA [intelligenza artificiale], appassionati di applicazioni e tecnologie geospaziali» crearono Keyhole. Un programma di mappe interattive in 3D la cui evoluzione, una volta che il progetto passò sotto Google, divenne Google Earth. «Entrai in Google con l’idea di restarci per sei mesi», ha detto a Tech Crunch John Hanke, fondatore e amministratore delegato di Niantic «poi ci restai altri sei mesi, e poi, sei mesi dopo sei mesi, finirono per essere più di dieci anni».

Prima di essere un’azienda autonoma, Niantic (al tempo nota come Niantic Labs) fu infatti un progetto interno a Google, da cui si separò solo nel 2015, anno in cui ottenne finanziamenti per circa 35 milioni di dollari, divenne a tutti gli effetti una società privata indipendente e iniziò a lavorare allo sviluppo di Pokémon GO.

Prima ancora, comunque, aveva sviluppato e presentato l’app Field Trip («un’app per dispositivi mobili basata sulla posizione che, proprio come una guida, segnala le cose più straordinarie e nascoste nell’area che ti circonda») e, soprattutto, si era fatta notare e apprezzare con Ingress, un gioco del 2012 per certi versi molto simile a Pokémon GO.

Ingress, che nel frattempo si è evoluto in Ingress Prime, era ed è un gioco che sfrutta la realtà aumentata e la geolocalizzazione per permettere ai giocatori di girare per il mondo reale in cerca di cose che permettano loro di salire di livello. Le premesse del gioco sono di fantascienza, e – a differenza di Pokémon Go – slegate da qualsiasi prodotto mediale preesistente. La premessa fittizia del gioco è che nel 2012 insieme al bosone di Higgs fu scoperta anche una cosa nota come “materia esotica”: una strana e potentissima materia che sembra avere origine aliena e – per farla brevissima – permette a chi la controlla di dominare il mondo. Chi gioca a Ingress è quindi diviso in due fazioni (gli Illuminati e la Resistenza) che sono in competizione tra loro per cercare e accumulare questa “materia esotica”.

In altre parole, Ingress è un gigantesco rubabandiera che grazie alla realtà aumentata sfrutta i luoghi del mondo reale. Rispetto a Pokémon Go è inoltre un gioco un po’ più serio, per esempio con colori meno vivaci, giocosi e cartooneschi.

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Ingress ebbe un buon seguito, ma non divenne mai il fenomeno mondiale che è stato Pokémon Go. Un videogioco che, secondo dati citati da Niantic, nei suoi primi tre mesi fece percorrere ai suo giocatori più di otto miliardi di chilometri complessivi e che prima della fine del 2016, quindi in meno di sei mesi, generò ricavi superiori al miliardo di dollari. E che sebbene se ne sia parlato meno e molti lo abbiamo rimosso dalle proprie giornate o dai propri smartphone, è continuato ad andare forte anche dopo.

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Nel 2017 l’app di Pokémon Go fu scaricata più di 650 milioni di volte e i chilometri percorsi diventarono più di 15 miliardi. Nel 2018 i download furono 800 milioni e nel 2019 il gioco generò entrate superiori ai 900 milioni di dollari. Il tutto mentre nel frattempo erano state aggiunte, tra le altre cose, la possibilità di fare sfide tra allenatori (assai desiderata da molti) e sfide speciali per sbloccare nuove specie di Pokémon.

Un cartello ad Anchorage, in Alaska, nel 2016 (AP Photo/Mark Thiessen)

La pandemia e le restrizioni agli spostamenti hanno rappresentato problemi non indifferenti per un gioco che si basava sugli spostamenti dei suoi giocatori. Niantic, però, ha saputo aggirarli approntando con relativa velocità una serie di rilevanti modifiche al sistema di gioco, così da renderlo fruibile anche al chiuso, da casa.

Dopo che già il 2019 era stato, dal punto di vista dei ricavi, il miglior anno di Pokémon Go, con di mezzo il coronavirus era difficile fare meglio. E invece nel 2020 Pokémon Go ce l’ha fatta, con ricavi che, secondo stime elaborate dalla società di analisi Sensor Tower, sono stati di oltre un miliardo di dollari.

Hong Kong nel 2016 (Lam Yik Fei/Getty Images)

In pochi anni, insomma, grazie alle possibilità di acquisti interni al gioco, Pokémon Go ha generato ricavi che si stimano superiori ai 5 miliardi di dollari e ha permesso a Niantic – un’ex startup di San Francisco il cui nome è un omaggio a una nave baleniera che arrivò in città ai tempi della corsa dell’oro – di raggiungere una valutazione vicina ai 4 miliardi di dollari.

Giocatori di Pokémon Go nel 2016 a Hong Kong (Lam Yik /GettyImages)

Intanto Niantic si è dedicata anche ad altro. Sebbene molti potrebbero non essersene accorti, nell’estate 2019 lanciò infatti Harry Potter: Wizards Unite, un gioco che voleva fare con il mondo magico di Harry Potter quello che Pokémon Go aveva fatto con i Pokémon (per esempio far comparire un Goblin della banca magica Gringott nella redazione del Post) e che seppur tecnicamente molto avanzato non ottenne grande seguito, forse perché per l’appunto troppo simile a Pokémon Go.

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Nonostante il relativo passo falso che è stato Wizards Unite, non c’è comunque dubbio che in questi anni Niantic abbia potuto accumulare competenze, informazioni sui suoi utenti e tantissimi soldi da usare per finanziare e sviluppare nuovi progetti. Come ha scritto Bloomberg, Niantic «ha in mente di essere molto più di una meteora». Per questo sta lavorando a diversi altri giochi che sfruttino a modo loro la realtà aumentata e, guardando ancora oltre, «sta provando a diventare qualcosa di più grande di uno studio di videogiochi».

In particolare, sembra che Niantic voglia sfruttare la sua posizione di rilievo nel nascente contesto della realtà aumentata. Che ormai da alcuni anni sembra a molti la possibile next big thing, una imminente e importante novità tecnologica; ma che, per una serie di problemi (tecnici, ma non solo) sta faticando ad affermarsi in modo capillare e davvero rilevante. È probabile, infatti, che la principale interazione di molti con la realtà aumentata sia avvenuta proprio – e quasi solo – grazie a Pokémon Go.

Anzitutto, nel breve e medio termine, nei piani di Niantic ci sono comunque i videogiochi come Pokémon Go. Perché, come ha scritto Bloomberg, per ora «l’azienda si poggia in gran parte sulle fortune di quel gioco, ma sa che ha bisogno di un nuovo successo».

Già nei prossimi mesi, dovrebbe arrivare – dopo una partenza morbida in paesi come l’Australia e la Nuova Zelanda – un gioco in realtà aumentata sviluppato insieme ad Hasbro e basato sui Transformers, i robot alieni che si trasformano in mezzi di trasporto terrestri protagonisti di una recente saga cinematografica. Secondo Hanke, «è quasi come se i Transformers fossero stati pensati apposta per la realtà aumentata, perché non sono protagonisti di battaglie su galassie lontane, bensì di scontri che avvengono sulla Terra, magari nel bel mezzo di Los Angeles».

Bloomberg ha scritto inoltre che a oggi Niantic sta lavorando allo sviluppo di dieci giochi diversi, «rivolti a diversi target di videogiocatori». E che dopo la pandemia, durante la quale non ha pubblicato nessun nuovo gioco, potrebbe presentarne più di uno in pochi mesi. Tra i vari giochi a cui sta lavorando la società ce n’è uno sui Pikmin (delle creature in parte vegetali protagoniste di una serie di giochi Nintendo) e un altro basato sul gioco in scatola Catan: entrambi dovrebbero uscire entro la fine del 2021.

Ma siccome anche il gioco sui Transformers e altri giochi simili potrebbero avere sorti simili a quello sul mondo di Harry Potter, Niantic sta guardando anche oltre, in vari modi. Sta per esempio lavorando alla creazione di strumenti, piattaforme e programmi legati alla realtà virtuale da vendere o dare in concessione ad altri sviluppatori.

Più in generale e con prospettiva sul medio e lungo termine, Niantic si sta muovendo per occupare quanto più possibile il contesto della realtà aumentata, anche al di là dei videogiochi. Sta per esempio collaborando con l’azienda produttrice di microchip Qualcomm per realizzare dei visori in realtà aumentata (che però potrebbero restare solo un prototipo). E negli ultimi anni ha acquisito diverse società e startup che si occupano proprio di realtà aumentata, con applicazioni in contesti tra loro molto diversi: dal turismo all’arredamento, dall’urbanistica all’istruzione.

«Niantic sta continuando a puntare forte sull’idea che i consumatori vogliano andare verso la realtà aumentata», aveva scritto Tech Crunch nel novembre 2020, in un articolo che raccontava l’intenzione dell’azienda di «costruire una mappa in 3D, costantemente aggiornata, del mondo intero». Una mappa «intelligente», capace cioè di aggiornarsi di volta in volta sfruttando informazioni e immagini fornite dagli utenti.

Niantic, si trova in una situazione peculiare. È di certo all’avanguardia per quanto riguarda la realtà aumentata (secondo dati citati da Bloomberg l’85 per cento dei guadagni generali dei videogiochi che sfruttano la realtà aumentata sono suoi), ma la realtà aumentata è per gran parte una promessa non ancora realizzata. Un po’ perché manca certa tecnologia in grado di sfruttare a pieno le sue potenzialità, un po’ perché, come ha spiegato sempre a Bloomberg l’analista Julie Ask, «i consumatori non sono interessati alla realtà aumentata in sé, sono interessati a quello che la realtà aumentata può fare per loro». E spesso, ancora non è ben chiaro cosa possa fare, in concreto.

Per di più, sebbene in una posizione di evidente vantaggio per quanto riguarda i videogiochi, nel settore della realtà aumentata Niantic si trova a competere con enormi aziende come Microsoft, Apple, Facebook, Amazon o Google. Secondo Tech Crunch, quello che Niantic e tutte queste aziende possono fare è «lavorare con pazienza a ricerca e sviluppo, sperando così di trovarsi in vantaggio quando la tecnologia della realtà aumentata dovesse crescere». È però un’attività che richiede fondi, pazienza e possibilità di investire oggi per guadagnare, nel caso, tra diversi anni. Ed è evidente che aziende più grandi di Niantic possano permettersi fondi e attese ben maggiori.

Nel frattempo, comunque, mentre dopo cinque anni Pokémon Go continua a portare guadagni, Niantic è già diventata, secondo Tech Crunch, «una delle aziende di software che più hanno trasformato il modo in cui pensiamo a come ci spostiamo nello spazio».

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