Windsor, Nuovo Galles del Sud, 23 marzo (David Gray/Getty Images)
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  • mercoledì 24 Marzo 2021

I problemi in Australia con “La Niña”

Il complesso insieme di eventi atmosferici spiega le forti alluvioni nella zona di Sydney degli ultimi giorni

Windsor, Nuovo Galles del Sud, 23 marzo (David Gray/Getty Images)

All’inizio del 2020, prima della pandemia da coronavirus, sui giornali internazionali si parlava molto dei grandi incendi nel Nuovo Galles del Sud, lo stato australiano di cui fa parte Sydney, definiti «senza precedenti». Oggi dal Nuovo Galles del Sud arrivano nuove notizie preoccupanti, questa volta di grandi piogge e alluvioni, a causa delle quali migliaia di persone sono state costrette a lasciare le loro case. Le previsioni dicono che le aree più colpite potrebbero ricevere in soli due giorni più del quadruplo della pioggia che cade in media in tutto il mese di marzo; la prima ministra dello stato, Gladys Berejiklian, ha detto: «Era dagli anni Sessanta che non succedeva qualcosa del genere».

Per capire quello che è successo, e perché da un anno all’altro si siano succedute condizioni tanto diverse, bisogna guardare a un fenomeno particolare, un complesso insieme di eventi atmosferici soprannominato “La Niña”.

Cos’è La Niña
In Australia le stagioni sono “invertite” rispetto a quelle europee (quindi ora nel Nuovo Galles del Sud è appena cominciato l’autunno). I grandi incendi dell’anno scorso invece iniziarono a novembre, cioè nell’ultimo mese della primavera australe, che nel 2020 fu particolarmente calda e secca, e proseguirono quasi fino alla metà di febbraio, cioè fino alla fine dell’estate. Per l’alternanza delle stagioni, è insomma normale che in Australia faccia più caldo tra novembre e febbraio e che a marzo le temperature scendano e ci siano maggiori precipitazioni. Tuttavia sia l’anno scorso che quest’anno il Nuovo Galles del Sud si è trovato ad affrontare condizioni eccezionali, proprio a causa della Niña.

Insieme al più noto El Niño, la Niña fa parte di un fenomeno climatico che avviene periodicamente nell’oceano Pacifico meridionale e influenza le condizioni meteorologiche dei paesi dell’area. Questo fenomeno, che i meteorologi e i climatologi chiamano anche ENSO, contrazione di El Niño–Southern Oscillation, dipende da variazioni di temperatura nell’oceano e di pressione nell’atmosfera. È la ragione per cui le acque del Pacifico meridionale attraversano fasi di riscaldamento e raffreddamento, che si alternano in media ogni cinque anni e hanno un ruolo nella formazione di uragani e monsoni.

La fase di riscaldamento è El Niño, che significa “il bambino” in spagnolo. Il suo nome deriva dal fatto che nel Diciassettesimo secolo i pescatori peruviani notarono che a intervalli di qualche anno le acque dell’oceano diventavano più calde nel periodo di Natale, cioè della festa di Gesù bambino. Generalmente El Niño causa forti piogge, cicloni e temperature atmosferiche al di sopra della media in parte del Sudamerica e dell’Africa orientale, mentre è responsabile di piogge meno abbondanti del solito e prolungati periodi di siccità nel sud-est asiatico e in Australia. Tutti questi effetti si sono visti per l’ultima volta tra il 2018 e il 2019.

– Leggi anche: Come funziona El Niño

La Niña è invece la fase di raffreddamento ed è quella in corso, cominciata nel settembre del 2020.

È stata chiamata al femminile perché è il fenomeno opposto a El Niño, e opposti sono i suoi effetti: quest’anno è previsto che causi siccità nell’ovest degli Stati Uniti, mentre in paesi come il Vietnam e la Thailandia ha già portato precipitazioni particolarmente abbondanti. Anche in Australia La Niña causa forti piogge e tempeste, in particolare nell’est del paese, dove negli anni in cui si verifica questo fenomeno viene misurato un 20 per cento di precipitazioni medie in più nei mesi tra dicembre e marzo.

Colo, Nuovo Galles del Sud, 23 marzo (Jenny Evans/Getty Images)

E il cambiamento climatico?
Per via delle sue caratteristiche geografiche, è difficile fare previsioni sul clima in Australia, un paese che contiene un deserto ed è affiancato da due oceani diversi che ne influenzano il clima con le proprie correnti.

Alla fine del 2019 le variazioni di temperatura tra la parte orientale e quella occidentale dell’oceano Indiano avevano portato meno pioggia e, allo stesso tempo, i venti antartici avevano favorito un clima secco, mentre il ritardo della stagione dei monsoni al nord aveva permesso un aumento delle temperature nella parte centrale del paese. Nel mentre l’ENSO era in una fase neutra. Queste cose messe insieme avevano portato a un’estate particolarmente adatta allo sviluppo degli incendi.

Prese singolarmente, tutte queste condizioni non possono essere ricondotte in maniera diretta al cambiamento climatico, ma secondo i climatologi il riscaldamento globale ha causato un aumento della lunghezza della stagione degli incendi e della sua intensità: l’aria australiana si è riscaldata mediamente di almeno un grado nell’ultimo secolo, e secondo uno studio dell’anno scorso ormai le estati australiane durano il doppio degli inverni.

Per quanto riguarda invece le alluvioni di questi giorni, non si possono per il momento ricondurre al cambiamento climatico perché i fattori in gioco sono molti: per valutare se l’intensità delle precipitazioni che stanno colpendo il Nuovo Galles del Sud dipenda direttamente dal cambiamento climatico servirebbero degli studi appositi. Secondo alcuni climatologi le diverse intensità e modalità con cui si sono manifestati El Niño e La Niña in anni recenti sono legate all’andamento del riscaldamento globale, ma questo non significa per forza che un singolo evento, come le alluvioni di questa settimana, ne sia influenzato.

– Leggi anche: Gli incendi in Australia, spiegati

Si possono tuttavia fare considerazioni generali come quelle di Karl Braganza, direttore del servizio di previsioni climatiche del Bureau of Meteorology dell’Australia, che a novembre, presentando l’ultimo rapporto sul clima del paese, ha detto: «Stiamo assistendo a variazioni tangibili negli eventi atmosferici estremi, e stiamo cominciando a percepire come le variazioni nelle temperature medie hanno un impatto sugli eventi estremi».