(AP Photo/John Locher, File)
  • Scienza
  • mercoledì 26 agosto 2015

Sta arrivando un nuovo “El Niño”

Un'intensa e ciclica serie di fenomeni atmosferici sarà forse peggiore di quella del 1997-98, che produsse molti danni

(AP Photo/John Locher, File)

A metà agosto la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA), l’agenzia federale statunitense che si occupa di meteorologia, ha pubblicato un nuovo bollettino in cui annuncia che nei prossimi mesi ci potrebbe essere un “El Niño” molto più intenso degli ultimi anni e con pochi precedenti, per lo meno da quando viene registrato il fenomeno. Il picco arriverà tra dicembre e gennaio.

Con l’espressione “El Niño” si fa riferimento a un insieme di fenomeni atmosferici che si verificano nell’oceano Pacifico di solito con un picco nei mesi di dicembre e di gennaio, in media ogni cinque anni. Un El Niño molto forte potrebbe avere effetti considerevoli, con alluvioni in alcune aree e siccità in altre, con danni per l’agricoltura e la pesca soprattutto per i paesi sulle coste del Pacifico. Si stima che tra il 1997 e il 1998 El Niño causò danni in giro per il mondo pari a quasi 35 miliardi di dollari, con 23mila morti riconducibili al fenomeno atmosferico. Stando ai dati satellitari forniti dalla NASA e analizzati dal NOAA, quello di quest’anno potrebbe essere ancora più forte e avere effetti considerevoli.

Come spiegano sull’Economist, nel Diciassettesimo secolo i pescatori peruviani notarono che a intervalli di qualche anno, nel periodo di Natale le acque del Pacifico diventavano più calde, spingendo i pesci a raggiungere acque più fresche e complicando quindi la pesca. Per questo chiamarono il fenomeno “El Niño”, in onore di Gesù. Anche se il nome fa pensare a un singolo evento atmosferico, in realtà El Niño è un complesso di diversi fenomeni che costituiscono un andamento del clima. Nei periodi in cui è assente, gli alisei – cioè i venti regolari nella loro direzione e costanti intorno al Pianeta – spingono le acque calde oceaniche dall’equatore verso la parte occidentale del Pacifico, lasciando quindi che le acque più fredde e profonde raffreddino la parte orientale dell’oceano.

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El Niño si verifica quando gli alisei si indeboliscono: semplificando, l’acqua calda ristagna nel mezzo del Pacifico e non viene spinta verso occidente, le temperature più alte favoriscono una maggiore evaporazione e fanno aumentare il tasso di umidità in un’enorme area sopra e sotto l’equatore. Questa condizione altera i cicli di formazione e di spostamento dei venti e delle tempeste: se permane per alcuni mesi, con temperature dell’acqua superficiale oceanica superiori di 0,5-1 °C rispetto al solito, viene definita “El Niño” dal NOAA. L’attuale variazione potrebbe portare a un aumento medio di 2 °C.

Gli effetti più marcati del Niño si hanno di solito in parte del Sudamerica e dell’Africa orientale, con forti piogge, cicloni e temperature atmosferiche al di sopra della media. In altre parti del mondo, come Sud-est asiatico e Australia, il fenomeno è quasi speculare, quindi con meno piogge e prolungati periodi di siccità. Alcuni effetti sono comunque già evidenti: in alcune aree della Thailandia è stato imposto il razionamento delle risorse idriche, in Perù è stato dichiarato lo stato di emergenza per il rischio alluvioni mentre in altri stati dell’America centrale e in Indonesia, Filippine e Australia si fa sentire la siccità.

El Niño ha anche effetti globali non trascurabili legati all’economia e alla produzione di nuove risorse, spiega sempre l’Economist. Ci furono alcune crisi legate ai raccolti meno ricchi rispetto al solito negli anni Novanta e si potrebbe ripetere qualcosa di simile anche nei prossimi mesi, con danni economici e per gli scambi commerciali di alcune materie prime. Secondo l’Earth Institute della Columbia University (New York, Stati Uniti), fenomeni climatici come El Niño raddoppiano il rischio che si sviluppino nuovi conflitti e guerre civili in buona parte dei paesi che si trovano nella fascia tropicale. Ci sono comunque studi meno allarmistici sugli effetti del Niño, o che per lo meno prendono in considerazione alcune conseguenze positive su scala regionale: il fenomeno potrebbe portare a un periodo più piovoso in California, che sta facendo i conti con una grave siccità dalla scorsa primavera, e potrebbe ridurre il numero di uragani nel Midwest e la formazione di alcuni uragani nell’Atlantico.

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Il bollettino del NOAA dice che c’è un 90 per cento di probabilità che El Niño duri per buona parte dei mesi invernali, con un 85 per cento di probabilità che si protragga anche in parte della primavera, coprendo quindi un periodo più lungo rispetto alle volte passate. E sempre secondo i climatologi potrebbe contribuire a rendere il 2015 l’anno più caldo mai registrato da quando si è iniziato a tenere traccia delle temperature in diversi punti della Terra. L’anno più caldo finora è stato il 2014, e i primi sei mesi del 2015 sono già stati sopra il dato dell’anno scorso. El Niño avviene ciclicamente, ma le sue modalità e intensità secondo alcuni ricercatori sono legate all’andamento del riscaldamento globale e spiegherebbero in parte la “pausa” nell’aumento delle temperature degli ultimi anni, quando il fenomeno era assente.

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