(Beeple / Christie's)

L’arte certificata con la blockchain

Lo stesso breve video che potete vedere in questo articolo vale milioni di dollari, sul computer di un tizio

(Beeple / Christie's)

Nell’ottobre del 2020 Pablo Rodriguez-Fraile – collezionista d’arte spagnolo di 25 anni che si è definito “investitore in asset digitali” – spese quasi 67mila dollari per diventare proprietario della “versione originale” di un video di dieci secondi che era disponibile online, realizzato dall’artista digitale Beeple. Pochi giorni fa Rodriguez-Fraile ha rivenduto quel video per 6,6 milioni di dollari: cento volte tanto quanto l’aveva pagato qualche mese prima.

È un esempio eclatante di un fenomeno recente ma in grande espansione, quello delle opere d’arte digitali – e quindi apparentemente disponibili per chiunque online – che vengono certificate attraverso la blockchain, la tecnologia alla base tra le altre cose delle criptovalute, e che quindi assumono un valore di unicità effettivamente riconosciuto dal mercato. Il video di Beeple venduto per più di sei milioni di dollari mostra quello che sembra essere un gigantesco Donald Trump collassato al suolo e coperto di slogan.

Sempre in questi ultimi giorni, una famosa GIF (poi diventata un diffusissimo meme) che esiste dal 2011 e in cui c’è un gatto che vola lasciandosi dietro un arcobaleno è stata comprata con la criptovaluta Ether per un valore che, al momento dell’acquisto, era pari a quasi 600mila dollari (Ether, come tutte le criptovalute, oscilla continuamente in rapporto alle valute tradizionali).

Sia per la GIF che per il breve video venduto da Rodriguez-Fraile le transazioni economiche si sono basate su una certificazione avvenuta attraverso la blockchain, di cui da qualche anno si parla soprattutto – ma non solo – in relazione ai bitcoin e alle altre criptovalute. In poche parole, la blockchain (letteralmente “la catena di blocchi”) è un sistema di controllo mantenuto da migliaia di terminali informatici in cui, come in una specie di grande libro mastro, si può tenere traccia di operazioni e transazioni di vario tipo. Nel caso dei bitcoin, la blockchain permette di garantire l’autenticità di ogni transazione.

Ma l’applicazione nell’arte è un po’ diversa. Nel caso di una GIF venduta per centinaia di migliaia di dollari, la blockchain può servire ad accertare e conservare le informazioni grazie alle quali si possono dire due cose: che quella GIF è “quella originale” e che qualcuno ne è proprietario.

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Parlando a Reuters del video che ha comprato e poi rivenduto Rodriguez-Fraile ha detto: «Puoi andare al Louvre e fare una foto alla Gioconda, ma quella foto non avrà alcun valore perché non ha l’origine e la storia di quell’opera d’arte». Ma secondo lui, un video perfettamente replicabile e condivisibile online può avere un grande valore se grazie alla blockchain diventa unico e autentico. E non solo secondo lui: di blockchain e arte digitale si parla effettivamente sempre di più, e sono sempre di più le operazioni economiche di questo tipo, in particolar modo quelle che riguardano gli NFT.

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Acronimo di non-fungible token, gli NFT sono dei “beni non fungibili”, ai quali cioè è attribuibile un valore intrinseco, e di cui non si può dire che “uno vale l’altro”. I beni fungibili, infatti, sono quelli sostituibili e replicabili, come per esempio due banconote da 50 euro o due lattine di una stessa bibita (a patto che siano rispettivamente autentiche e ugualmente fresche). Nel caso di due beni fungibili uguali si può dire che uno vale l’altro e che avere una o l’altra bibita o banconota sia indifferente. Al contrario, un’opera digitale è un NFT perché, grazie alla blockchain, è digitalmente firmata dall’artista che l’ha realizzata, cosa che la rende diversa dalle altre apparentemente uguali in circolazione, così come un quadro autentico e firmato è diverso da una sua copia.

«Quando un artista conia un NFT, è come firmare il proprio lavoro e rilasciare un certificato di autenticità non falsificabile» ha spiegato ad Art Tribune l’artista Matt Kane, autore di un’opera “che cambia ogni giorno in base alla volatilità dei prezzi di bitcoin”. Come ha spiegato Forbes, «al momento in cui la creazione digitale viene acquisita l’acquirente riceve il file con l’opera che incorpora un insieme di informazioni tra cui l’ora della creazione, le dimensioni, la tiratura e il track record di eventuali vendite, comprensive di prezzo e dei possessori precedenti».

Forbes spiega inoltre che l’arte digitale «ha una lunga storia come espressione artistica, ma fino all’introduzione degli NFT e, quindi, della tecnologia blockchain, era impossibile assegnare un valore a questo tipologia di opere d’arte data la loro facilità di duplicazione». A questo proposito, quando si parla di NFT si cita spesso L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, un importantissimo saggio pubblicato nel 1936 dal filosofo e sociologo Walter Benjamin che rifletteva proprio sul ruolo e la natura dell’arte e degli artisti in un’era in cui la cultura era diventata di massa e in cui la tecnologia cominciava a permettere la riproduzione quasi infinita degli oggetti.

È però sbagliato pensare che la “cripto arte”, le opere artistiche digitali, gli NFT e l’arte certificata con la blockchain abbiano per forza di cose a che fare con le criptovalute. L’arte digitale parla a volte di criptovalute e con le criptovalute a volte si compra arte digitale, ma la blockchain e gli NFT possono servire anche per opere e contenuti di altro tipo, non necessariamente e non strettamente artistici. Per esempio, scrive Reuters, «pezzi di terra in luoghi virtuali». O anche di video “in edizione limitata” della NBA, il cui giro di affari – sul sito ufficiale Top Shot, con una percentuale di ogni transazione che va all’NBA – sono pari a oltre 250 milioni di dollari.

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La popolarità degli NFT è aumentata durante la pandemia, e ne è un esempio il successo di OpenSea, un sito per la compravendita di NFT che nel 2020 aveva avuto vendite mensili pari a circa 1,5 milioni di dollari. Nel gennaio 2021 le vendite sono salite a 8 milioni di dollari e a febbraio hanno superato gli 80 milioni. «Se passiamo dieci ore al giorno davanti al computer, o otto ore al giorno in un contesto digitale» ha detto Alex Atallah, cofondatore di OpenSea «allora quel mondo diventa il tuo mondo, e ha senso che l’arte di quel mondo digitale diventi sempre più importante».

Così come successe qualche anno fa con le criptovalute, anche gli NFT stanno arrivando anche nel mondo “fisico” e in istituzioni tradizionali. L’11 marzo, per esempio, si concluderà da Christie’s – nota e importante casa d’aste londinese fondata nel 1766 – l’asta per Everydays – The First 5000 Days, un’opera digitale realizzata da Beeple. L’opera è un collage di 5mila immagini realizzate in altrettanti giorni dall’artista, il cui vero nome è Mike Winkelmann. E chi se la aggiudicherà non riceverà nessuna immagine da mettere in una cornice ma solo la proprietà di un’opera digitale.

È molto difficile dire che ne sarà nei prossimi mesi e nei prossimi anni degli NFT e di arte digitale certificata con la blockchain. Di certo, così come fu per le criptovalute, per chi ha saputo muoversi bene e presto ci sono già stati grandi guadagni; e non è per niente detto che la crescita sia finita. Allo stesso modo, però, così come quello delle criptovalute anche quello della criptoarte è un contesto volubile e in cui a ogni grande espansione potrebbe sempre seguire una rapida involuzione, con una conseguente svalutazione di molte opere.

Elizabeth Howcroft, giornalista finanziaria e coautrice dell’articolo di Reuters sugli NFT, ha parlato della questione come di «una delle storie più incredibili» che le sia mai capitato di dover raccontare.