Scambiarsi le case per le vacanze

La prima piattaforma a proporlo fu HomeExchange: negli ultimi anni è diventato un modo di viaggiare più popolare e ne sono nate di nuove

Kate Winslet sul sito di Home Exchange in una scena di "L'amore non va in vacanza" (2006)
Kate Winslet sul sito di Home Exchange in una scena di "L'amore non va in vacanza" (2006)
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Nel film L’amore non va in vacanza, Cameron Diaz interpreta Amanda Woods, un’imprenditrice di Los Angeles che lavora troppo e decide da un giorno all’altro di partire durante le vacanze di Natale. Mentre cerca online una soluzione trova un sito che non conosce, HomeExchange, che permette agli iscritti di scambiarsi gratuitamente la casa per un periodo.

Era il 2006 e HomeExchange esisteva già da circa dieci anni, ma non era ancora molto conosciuto fuori da una ristretta comunità di viaggiatori. La comparsa nel film contribuì parecchio alla sua notorietà: i fondatori hanno raccontato che dopo l’uscita di L’amore non va in vacanza aumentarono sensibilmente sia gli utenti iscritti sia gli annunci di case disponibili per gli scambi. Negli ultimi anni lo scambio di case è diventato più comune e sono nate altre piattaforme che lo fanno. In Italia nel 2026 il numero di persone iscritte a HomeExchange è arrivato a 12mila. L’Italia è anche uno dei paesi più visitati, nel 2025 ci sono stati quasi 40mila scambi fatti nel paese.

Un primo incentivo a usare lo scambio di case per viaggiare è l’aumento dei costi. I prezzi di alberghi, ostelli e bed and breakfast sono aumentati quasi ovunque, e anche Airbnb — che per molto tempo è stato considerato un modo economico di viaggiare — è diventato mediamente più caro. In diverse città europee e statunitensi, inoltre, le amministrazioni locali hanno introdotto limitazioni agli affitti brevi.

Viaggiare con HomeExchange è piuttosto semplice: bisogna fare un abbonamento al sito che costa 175 euro l’anno e pubblicare foto e dettagli della casa che si mette a disposizione, dichiarando di volta in volta in quali periodi viene lasciata libera. Una volta iscritti, gli scambi sono illimitati e non ci sono costi aggiuntivi per i soggiorni.

All’inizio il sistema funzionava solo attraverso lo scambio reciproco: due utenti si accordavano per soggiornare nelle rispettive abitazioni, anche in periodi diversi dell’anno. Oggi invece non è più necessaria la reciprocità. Chi ospita riceve dei “GuestPoints”, una sorta di credito virtuale da usare successivamente per soggiornare in altre case della piattaforma.

Uno screenshot di Home Exchange con ricerca di case a Lisbona

«Questa estate andrò in vacanza in Francia ma non ospiterò le persone da cui soggiornerò», racconta la giornalista Sara Porro, che usa HomeExchange dal 2009, cioè da molto prima che lo scambio di casa diventasse popolare anche in Italia. Da anni racconta su Instagram delle sue esperienze di viaggio nelle case degli altri, e recentemente ha cominciato a collaborare con HomeExchange con delle sponsorizzazioni.

Porro racconta che agli inizi usare il sito era molto più complicato di oggi, soprattutto vivendo a Milano, che allora non era considerata una destinazione particolarmente richiesta per questo tipo di vacanze. «Ricordo che scrivevo a tantissime persone e il sito aveva un’interfaccia molto più complicata», racconta. All’inizio Porro aveva scelto lo scambio casa soprattutto per risparmiare. Col tempo, però, ha continuato a usarlo anche per altri motivi: lo trova pratico e le piace l’idea di stare in una casa davvero abitata da qualcun altro.

I siti di scambio casa vengono scelti anche da chi cerca un modo di viaggiare meno da turista e più da viaggiatore. Una redattrice del Post dice di essere sempre stata abituata a ospitare persone: ai tempi dell’università usava spesso Couchsurfing e accoglieva viaggiatori in casa gratuitamente. Quando ha scoperto HomeExchange, ha cominciato a usarlo molto, considerandolo una versione più comoda e «borghese» di Couchsurfing.

Dice che all’inizio l’idea di lasciare entrare degli sconosciuti in casa propria le metteva un po’ d’ansia, ma che quella sensazione è passata abbastanza in fretta. Oggi considera lo scambio casa una pratica molto bella, non soltanto perché permette di risparmiare, ma anche perché implica una forma di condivisione e rappresenta «un ottimo esercizio per staccarsi dalle cose materiali».

Come succede spesso quando un modello funziona, nel tempo sono nate molte piattaforme simili che offrono servizi quasi identici, con piccole differenze.

Una delle più note è Kindred, una startup fondata nel 2021 che è diventata molto popolare soprattutto online, anche grazie alle sponsorizzazioni sui social: non è raro imbattersi in una sua pubblicità su Instagram. Nel 2025 aveva circa 250 mila iscritti, e più della metà si era registrata proprio quell’anno.

Come anche in HomeExchange la maggior parte degli utenti mette a disposizione la casa in cui vive e la piattaforma non impone necessariamente uno scambio simultaneo. Per esempio, qualcuno può lasciare a degli ospiti il proprio appartamento durante le vacanze di Natale mentre soggiorna dai parenti, accumulare crediti e usarli in seguito per un viaggio.

La differenza principale con HomeExchange è che viene fatta una selezione. Le fondatrici dicono che viene accettata circa la metà delle persone che fanno domanda: la casa deve trovarsi in una zona considerata interessante per i potenziali ospiti e, in generale, gli appartamenti devono essere curati. A differenza di altre piattaforme, la società invia la propria impresa di pulizie e fornisce lenzuola e asciugamani col proprio marchio.

Kindred prevede anche dei costi per ogni soggiorno: c’è una commissione sul servizio e bisogna pagare le spese di pulizia. Nonostante questo, può comunque essere conveniente rispetto agli affitti turistici tradizionali.

Per esempio, trovare a settembre un appartamento a Manhattan, New York, per una settimana a meno di mille dollari su Airbnb è molto difficile, se non impossibile. Gli alberghi costano spesso ancora di più. Con Kindred una vacanza simile può costare circa 500 dollari. Kindred è ancora poco diffuso in Italia. L’influencer Nicole Bottesini (che su Instagram è conosciuta come Blonde Parmigiana) dice che il posto in cui è più semplice trovare alloggio sono gli Stati Uniti: specialmente a New York e Los Angeles ci sono molte scelte.

In generale comunque trovare una casa su Kindred non è veloce e immediato come prenotare un hotel e richiede pazienza e flessibilità. «Siccome si tratta di case realmente abitate dai proprietari, la disponibilità può essere limitata (a volte ci sono solo 3 o 4 opzioni) e spesso le case vengono messe a disposizione all’ultimo» dice Bottesini, che suggerisce di attivare le notifiche dall’app per ricevere un avviso quando una casa è disponibile in una città specifica in certi periodi.

Negli anni, però, attorno a questo modello si sono sviluppate anche versioni molto più esclusive, pensate espressamente per persone ricche. HomeExchange ha creato un’offerta dedicata a un pubblico molto benestante che si chiama “HomeExchange Collection” e permette di scambiare case particolarmente sfarzose, spesso immerse nella natura, molto grandi oppure dotate di servizi come piscine private. L’iscrizione al programma Collection costa 1.275 euro.

La più nota piattaforma di scambio casa per persone ricche è ThirdHome, una piattaforma fondata nel 2010 dall’agente immobiliare Wade Shealy. Shealy si era accorto che molti suoi clienti compravano seconde case di lusso per poi rivenderle dopo pochi anni, perché le usavano troppo poco rispetto ai costi di manutenzione e alle tasse da pagare. Cominciò così a proporre ad alcuni proprietari di ville e appartamenti di pregio di mettere le loro case a disposizione di altri membri della rete per periodi limitati dell’anno. Anche in questo caso non era necessario uno scambio reciproco diretto: il sistema funzionava attraverso crediti accumulati ospitando altri utenti.

Secondo quanto raccontava il New York Times nel 2020, ThirdHome aveva circa 11mila proprietà di lusso distribuite in 95 paesi e organizzava tra i 600 e i 700 soggiorni al mese. Patrick Melton, dirigente della società immobiliare South Street Partners, ha detto al New York Times che molti proprietari di case molto costose sono diffidenti nei confronti degli affitti brevi tradizionali e non amano l’idea che estranei possano usare le loro abitazioni. Piattaforme come ThirdHome funzionano invece perché danno ai membri la sensazione di appartenere a una comunità ristretta ed esclusiva, composta da persone che «presumibilmente trattano le case degli altri come se fossero le proprie» dice Melton.