L'edificio del Congresso americano (AP Photo/J. Scott Applewhite)
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  • lunedì 11 Gennaio 2021

Cosa stiamo scoprendo sull’attacco al Congresso

Negli ultimi giorni, assieme agli arresti di decine di sostenitori di Trump, le indagini e le ricostruzioni giornalistiche stanno rivelando molti dettagli su com'è andata davvero

L'edificio del Congresso americano (AP Photo/J. Scott Applewhite)

Negli ultimi giorni le indagini relative all’attacco al Congresso degli Stati Uniti dello scorso 6 gennaio hanno fatto notevoli progressi. Sono state arrestate decine di sostenitori di Donald Trump, con accuse che vanno dall’effrazione al terrorismo interno; è stata fatta più chiarezza sulle dinamiche dell’attacco e sugli errori che hanno portato all’invasione delle aule parlamentari, anche se le responsabilità sono spesso ancora difficili da discernere; infine, sono state identificate pubblicamente tutte le cinque persone morte durante l’attacco, tra cui un agente della Capitol Police, la forza di polizia deputata alla protezione del Congresso. Un altro agente è morto domenica, ma non è ancora chiaro se ci sia un legame con l’attacco al Congresso.

Gli arresti e le indagini
Alcuni dei rivoltosi diventati ormai noti dalle foto e dai video sono già stati arrestati negli scorsi giorni. Tra questi c’è Jacob Anthony Chansley, un cospirazionista e sostenitore di QAnon che era entrato nell’edificio a torso nudo, con il volto dipinto e un copricapo di pelliccia, e Adam Johnson, che era stato fotografato mentre, sorridente e con un berretto con la scritta “Trump” in testa, portava via il podio della speaker della Camera Nancy Pelosi. È stato arrestato anche Richard Barnett, il sostenitore di Trump che ha fatto irruzione nell’ufficio di Pelosi, mettendo i piedi su una scrivania (quella di un assistente, non di Pelosi) e portando via alcuni oggetti, tra cui della corrispondenza.

Jacob Anthony Chansley nell’aula del Senato (Win McNamee/Getty Images)

Un altro arrestato noto è Derrick Evans, che era appena stato eletto con il Partito Repubblicano come deputato nello stato del West Virginia. Come si legge nei documenti relativi all’arresto, non è stato difficile identificarlo: lui stesso, durante l’attacco, ha pubblicato un video in cui urlava: «Siamo dentro, siamo dentro! Derrick Evans è nel Congresso!». Si è poi dimesso.

Le indagini sono ancora in corso, e l’FBI sta cercando di identificare gli aggressori uno a uno, diffondendo le fotografie dei sospetti online e chiedendo aiuto a chiunque possa avere delle informazioni. La maggior parte delle persone arrestate finora è stata trovata grazie a segnalazioni di conoscenti, o grazie all’aiuto di giornalisti e altri.

Gli «zip-tie guys», le armi e i poliziotti
Tra le persone arrestate ci sono anche Eric Gavelek Munchel e Larry R. Brock, che sono diventati noti negli ultimi giorni come gli «zip-tie guys»: entrambi sono stati fotografati all’interno dell’Aula del Senato con indosso giubbotti antiproiettile e abbigliamento militare all’apparenza professionale (specie quello di Munchel), e soprattutto con in mano dei mazzi di fascette di plastica («zip-tie») usate dalla polizia al posto delle manette di metallo durante gli arresti di massa. Munchel è stato arrestato nel Tennessee, dove abita, e Brock in Texas. Quest’ultimo è un veterano dell’Aviazione, identificato inizialmente dal New Yorker. Al giornalista Ronan Farrow, Brock ha detto di aver trovato le fascette di plastica per terra, di averle raccolte con l’intenzione di darle a un poliziotto e poi di essersele dimenticate nella tasca del suo giubbotto.

La presenza delle fascette di plastica, che è stata notata sui social network fin dalla sera di mercoledì, è stata interpretata come un segnale del fatto che almeno un gruppo di sostenitori di Trump, più preparato e agguerrito, avesse intenzione di prendere ostaggi o di fare del male a deputati e senatori che in quel momento si trovavano riuniti per certificare la vittoria elettorale di Joe Biden. L’FBI ha confermato al Washington Post e ad altri giornali americani che effettivamente questa è una delle ipotesi prese in considerazione nelle indagini.

Diversi osservatori, alcuni dei quali si trovavano sul posto, hanno notato come, mentre la maggior parte dei sostenitori di Trump entrata nel Congresso fosse soprattutto occupata a fare selfie e piccolo vandalismo, un gruppo di aggressori fosse più deciso, più aggressivo e meglio equipaggiato. «Siamo stati attaccati da un gruppo di miliziani ben addestrati» ha detto a BuzzFeed un agente della Capitol Police che si trovava dentro all’edificio durante l’attacco. «Avevano delle radio, le abbiamo trovate, avevano degli auricolari per le comunicazioni. Avevano spray repellente per gli orsi, avevano delle granate stordenti… erano preparati. Hanno messo strategicamente due bombe rudimentali in due luoghi differenti. Quei tipi erano addestrati militarmente, molti di loro erano ex militari».

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L’agente, quando parla di due bombe, fa riferimento al fatto che ne è stata trovata una nella sede del Partito Democratico e una nella sede del Partito Repubblicano, i cui edifici sono a poca distanza dal Congresso. Nessuna delle due è scoppiata. Anche Steven Sund, il capo della Capitol Police, che dopo l’attacco si è dimesso, in un’intervista ha detto che gli aggressori «erano estremamente pericolosi ed estremamente ben preparati».

Non sono state trovate armi da fuoco all’interno del Congresso, a parte le bombe nelle sedi dei partiti, ma il giorno dopo l’attacco un uomo è stato arrestato perché nel suo furgone, parcheggiato a poca distanza dall’edificio, erano state trovate tre pistole, un fucile d’assalto e 11 bombe Molotov. A Washington è illegale possedere armi da fuoco senza licenza.

Negli ultimi giorni, inoltre, alcuni poliziotti sono stati messi sotto indagine perché avrebbero partecipato all’attacco al Congresso e sarebbero stati identificati dai loro superiori o dai cittadini delle loro comunità tramite fotografie postate sui social network. Questo riguarda dipartimenti di polizia un po’ in tutti gli Stati Uniti (stato di Washington, California, Texas e altri), e perfino alcuni dipartimenti di pompieri in Florida e nello stato di New York, i cui membri sono stati individuati nei video e nelle foto dell’attacco al Congresso. L’agente della Capitol Police intervistato da BuzzFeed ha detto anche che, durante l’irruzione, diversi aggressori provenienti «da tutto il paese» gli avrebbero mostrato il tesserino da poliziotto chiedendogli di farli passare, dicendo che facevano parte di un movimento e che erano lì per aiutare.

I morti
Nell’attacco al Congresso sono morte cinque persone: quattro sostenitori di Donald Trump e un agente della Capitol Police. L’agente si chiamava Brian Sicknick, aveva 42 anni ed è stato ucciso durante gli scontri. La Capitol Police ha detto soltanto che Sicknick è morto «per le ferite riportate in servizio». Secondo i media americani, durante gli scontri sarebbe stato colpito alla testa con un estintore, poi è collassato mentre tornava alla sua divisione. È morto poco dopo, in ospedale.

L’altra persona uccisa durante gli scontri è Ashli Babbitt, 35 anni, di cui si è molto scritto: veterana dell’esercito, sostenitrice di Donald Trump e delle teorie cospirazioniste di QAnon, Babbit è stata uccisa con un colpo di pistola da uno degli agenti asserragliati all’interno dell’aula del Senato, mentre assieme ad altri cercava di sfondare la porta. La sua morte è stata ripresa in video da diverse angolazioni.

Le altre tre persone morte hanno subìto «emergenze mediche» nel corso dell’attacco, e dunque non sarebbero state uccise. Benjamin Phillips e Kevin Greeson, rispettivamente di 50 e 55 anni, sarebbero morti a causa di un attacco di cuore proprio durante l’irruzione del Congresso. Meno chiare sono le cause della morte di Rosanne Boyland, 34 anni: secondo alcuni famigliari sarebbe rimasta schiacciata durante gli scontri e sarebbe morta per le ferite. Altri hanno detto che sarebbe collassata fuori dall’edificio del Congresso.

Domenica è stata annunciata anche la morte di Howard Liebengood, un agente della Capitol Police che era nel Congresso durante l’attacco. Le cause della sua morte non sono state rese ufficiali, ma alcuni colleghi, in forma anonima, hanno detto ad Associated Press e ad altri media che Liebengood si sarebbe suicidato.

I racconti dall’interno e l’agente che ha salvato il Senato
Negli ultimi giorni sono state fatte moltissime ricostruzioni dell’attacco, il materiale fotografico e video è stato messo in ordine e sono state raccolte le testimonianze di moltissime persone che erano dentro al Congresso. Uno degli sviluppi più interessanti riguarda Eugene Goodman, l’agente di polizia afroamericano che, in un video ripreso dal giornalista Igor Bobic, viene inseguito per le scale e i corridoi del Congresso da un gruppo di aggressori.

Soltanto qualche giorno dopo i giornalisti del Washington Post si sono accorti di un particolare importante: a un certo punto (a partire dal secondo 43 del video), alla fine di una rampa di scale, mentre i sostenitori di Trump lo seguono, Goodman si ferma brevemente, indeciso se proseguire a destra o a sinistra. Guarda un attimo alla sua sinistra, poi prosegue dall’altra parte, attirando il gruppo con sé. A sinistra, a pochi metri, c’era la porta dell’aula del Congresso, che Goodman è riuscito a mettere in salvo sviando i suoi aggressori.

Non solo: sempre secondo il Washington Post, Goodman ha evitato l’ingresso nel Senato con un tempismo eccezionale. Igor Bobic ha twittato una foto del gruppo appena passato oltre l’aula alle 14:16 ora locale, e l’aula era stata chiusa e messa in sicurezza soltanto alle 14:15. Goodman, che è stato identificato dalla giornalista della CNN Kristin Wilson, è stato estesamente elogiato e celebrato.

Sono state raccolte inoltre molte testimonianze di deputati, senatori e personale del Congresso coinvolto nell’attacco. Tra queste, il racconto di Keith Stern, uno dei funzionari che lavora per Nancy Pelosi, che ha descritto al New Yorker l’evacuazione rocambolesca della Camera, con gli aggressori a poca distanza, l’arrivo nei sotterranei, la ricerca dei deputati dispersi e asserragliati nei loro uffici. Il New York Times, invece, ha intervistato decine di giornalisti presenti a Washington, componendo con le loro testimonianze un racconto della giornata.

Il fallimento della polizia
Sono in corso anche le indagini per accertare le responsabilità del fallimento della Capitol Police nella protezione dell’edificio del Congresso: come mostrano tutti i video della giornata, la polizia ha affrontato i manifestanti impreparata, mal equipaggiata e sempre in minoranza. In alcuni casi gli agenti sono stati sopraffatti dagli aggressori, in altri li hanno perfino lasciati passare.

I media finora si sono concentrati su due aspetti. Il primo è la scarsa preparazione nei giorni precedenti l’attacco: secondo tutte le ricostruzioni, sia la sindaca di Washington, Muriel Bowser, sia i responsabili della sicurezza del Congresso, non avevano preparato misure di sicurezza straordinarie in vista della manifestazione. Bowser aveva chiesto l’intervento di 340 soldati della guardia nazionale, il principale corpo di riservisti americano, ma soltanto per compiti leggeri come gestire il traffico. Steven Sund, il capo della Capitol Police che poi ha dato le dimissioni, ha detto al Washington Post che nei giorni precedenti alla manifestazione aveva chiesto l’invio di rinforzi ai suoi superiori, i due responsabili della sicurezza di Camera e Senato, che però si sarebbero rifiutati. Entrambi si sono dimessi dopo l’attacco.

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L’altro grande aspetto critico è stato il ritardo nell’arrivo di rinforzi dopo l’inizio delle violenze. Mentre i sostenitori di Trump sfondavano le barricate attorno al Congresso, alcune squadre dell’FBI e della polizia di Washington sono state mandate a sostegno della Capitol Police, ma non erano abbastanza. Sarebbe servita la guardia nazionale, che però non è un corpo di pronto intervento e ha avuto bisogno di alcune ore per essere attivata.

Inoltre, poiché la guardia nazionale è un corpo militare e Washington non è uno stato, la sua mobilitazione dipendeva dal dipartimento della Difesa dell’amministrazione Trump. I giornali americani hanno ricostruito le telefonate fittissime delle ore dell’attacco tra il dipartimento della Difesa, la sindaca di Washington, i governatori degli stati vicini e gli addetti alla sicurezza del Congresso, che provano quanto meno una lunga serie di lungaggini burocratiche che hanno rallentato l’arrivo dei soldati. Come ha scritto il New York Times, alla fine è stato il vicepresidente Mike Pence a dare l’ordine di mobilitare 1.100 membri della guardia nazionale, poiché Trump era riluttante a farlo. In un suo discorso pubblicato il giorno dopo l’attacco, Trump ha sostenuto invece di averla mobilitata personalmente.