(Charley Gallay/Getty Images for Airbnb)

Perché Airbnb si è quotata in borsa, in mezzo a una pandemia

In questi mesi l'azienda ha attraversato una crisi profonda ma il suo fondatore ha cambiato molte cose e il listino sembra dargli ragione

(Charley Gallay/Getty Images for Airbnb)

Lo scorso 10 dicembre Airbnb si è quotata alla borsa di New York ed è stato un successo: all’apertura delle contrattazioni il prezzo di ciascuna azione è salito fino a 146 dollari, più del doppio dei 68 dollari decisi dall’azienda come prezzo di partenza. E sebbene il prezzo si sia poi leggermente assestato (venerdì, alla chiusura delle borse, ogni azione valeva poco meno di 140 dollari) quella di Airbnb – che era stata descritta dal Financial Times come una delle più attese di sempre, tra le aziende della Silicon Valley – è stata la più grande quotazione statunitense di quest’anno. Un anno in cui ci sono state tante e molto positive IPO (offerte pubbliche iniziali) di aziende tecnologiche, come non se ne vedevano dai tempi della “bolla delle dot com” di vent’anni fa.

Per Airbnb, nota per la sua piattaforma per gli affitti a breve termine di stanze e appartamenti, i risultati in borsa di questi ultimi giorni sono un importante passo che arriva dopo anni di attesa e soprattutto dopo mesi di gravi difficoltà e profondi cambiamenti, mentre è ancora in corso una pandemia che ha messo in grave difficoltà i viaggi e turismo.

Della possibile quotazione di Airbnb – un’azienda fondata nel 2008, all’inizio della grande recessione globale – si parlava già da alcuni anni e a fine 2019 era stato deciso che l’entrata in borsa sarebbe stata nei primi mesi di quest’anno. Dopo averle fatto perdere soldi e valore, la pandemia ha però costretto Airbnb a cambiare piani: Brian Chesky – amministratore delegato e co-fondatore – ha quindi tagliato costi, licenziato persone e preso in poco tempo una serie di drastiche decisioni che hanno almeno in parte risollevato l’azienda, facendola per certi versi tornare alle sue origini e permettendole di arrivare alla quotazione di oggi.

Come ha scritto il Wall Street Journal, in questo 2020 Airbnb ha avuto «un’esperienza di premorte» in seguito alla quale ha saputo «tirarsi fuori dal baratro» e arrivare infine alla quotazione di oggi, «che solo pochi mesi fa sarebbe sembrata impossibile».

Prima della pandemia
Prima di fondare Airbnb insieme ai soci Joe Gebbia e Nate Blecharczyk, Chesky — nato nel 1981 vicino a New York – aveva studiato design ed è descritto come un appassionato di arte e attività fisica. Figlio di due assistenti sociali, Chesky fondò l’azienda mentre lavorava come designer a Los Angles, dove guadagnava circa 40mila dollari l’anno e condivideva un appartamento in affitto con Gebbia, conosciuto negli anni dell’università.

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Non avendo molti soldi da parte e notando che durante un’importante conferenza annuale di design c’era grande richiesta di camere in affitto a San Francisco, i due comprarono un paio di materassi gonfiabili (in inglese airbed) e affittarono per qualche giorno parte del loro appartamento a tre “ospiti” interessati a seguire la conferenza senza pagare troppo per una camera d’albergo. L’idea – e il sito associato, inizialmente chiamato Airbedandbreakfast.com – ebbe successo e i due, a cui poco dopo si era unito Blecharczyk, ex coinquilino di Gebbia, provarono a far crescere la cosa. «Non ci passò per la testa che stavamo prendendo parte alla new economy» disse Chesky qualche anno fa «stavamo solo cercando di risolvere i nostri problemi».

Dopo aver cambiato nome – Airbnb al posto di AirBed & Breakfast – i tre fondatori decisero anzitutto di concentrarsi sull’offerta di letti e stanze in grandi città in cui c’erano grandi eventi che, così come era successo con la conferenza di San Francisco, facevano crescere tanto e per poco tempo la richiesta di affitti a breve termine; in seguito decisero di ampliare l’offerta anche ad altri luoghi, anche più remoti.

Negli anni della recessione Airbnb divenne uno dei più concreti ed efficaci esempi di sharing economy e fu per molti un’ancora di salvezza. Perché a chi offriva appartamenti o stanze permetteva – in anni difficili – di guadagnare con facilità (e lasciando ad Airbnb circa il 15 per cento del prezzo d’affitto), e poi perché «permetteva di viaggiare anche a chi non poteva permettersi certi alberghi», o magari semplicemente cercava altro. Come ha scritto Bloomberg, «perché stare in uno di quegli hotel tutti uguali in un distretto finanziario, quando potevi prenderti una stanza in un quartiere residenziale ma promettente, magari stando qualche giorno in più?».

Incrociando interessi e necessità di chi affittava e budget e richieste di chi viaggiava, Airbnb crebbe tanto e in fretta, aggiungendo negli anni anche opzioni strane e lussuose e soluzioni per ogni tipo di gusto e portafoglio. E permettendo a diversi affittuari di crearsi una vera e propria attività interna alla piattaforma, vivendo delle rendite generate da più di un appartamento. «Verso la metà del decennio passato» ha scritto Bloomberg «era nata una nuova classe di host [coloro che affittano] professionisti».

Un paio di anni fa, parlando della sua attività di host grazie a una casa a Parigi, un imprenditore (sposato e con tre figli) raccontò di aver guadagni “extra” pari a 18mila euro in un anno, affittando un solo appartamento per 250 euro a notte, e disse, a proposito di Airbnb: «È una macchina per i soldi, sei pagato per andare in vacanza».

Nel 2016 per Airbnb arrivarono i primi utili, in un anno in cui le entrate erano state di oltre un miliardo di dollari, l’80 per cento in più rispetto all’anno precedente. E già nel 2018 si iniziò a parlare di una possibile quotazione in borsa, per un valore totale stimato tra i 50 e i 70 miliardi di dollari. Una quotazione alla quale Chesky si oppose, probabilmente perché – secondo quanto scritto dal Wall Street Journal – preferiva continuare a far crescere l’azienda «lontano dai riflettori». Una scelta che non piacque a tutti, perché molti investitori erano desiderosi di trarre profitto dai loro investimenti nell’azienda, in un periodo in cui tante altre startup e aziende tecnologiche (molte delle quali in apparenza meno solide di Airbnb) si quotavano in borsa con successo.

In effetti, tra il 2018 e il 2019 più di una volta Chesky era stato raccontato come un amministratore delegato che spendeva molto per arruolare importanti dirigenti da altre aziende e per provare a far crescere Airbnb in settori diversi da quelli più strettamente legati agli affitti a breve termine: per esempio acquisendo il sito di prenotazioni alberghiere Hotel Tonight, investendo in contenuti audiovisivi e serie tv, oppure dedicando grandi risorse allo sviluppo e alla promozione della sezione dedicata alle “Esperienze”, grazie alle quali oltre a offrire stanze, gli host potevano proporsi per corsi, visite guidate e attività di vario tipo. Tutte cose piuttosto diverse e estranee al semplice e puro affitto, via internet e spesso tra sconosciuti, di stanze o case in giro per il mondo.

In una lettera aperta pubblicata sul sito nel 2018, Chesky aveva parlato dell’intenzione di rendere Airbnb un’azienda con un«orizzonte temporale infinito» e parlò della sua visione per un «magico mondo di Airbnb» in cui «ogni città è un villaggio, ogni quartiere una community e ogni tavolo da cucina una conversazione».

I piani di crescita di Chesky si basavano però su grandi investimenti presenti a fronte di entrate tutt’altro che immediate. Nel 2019 le spese di Airbnb furono di oltre 5 miliardi di dollari: circa un miliardo e mezzo in più rispetto al 2018 e più del doppio rispetto al 2017. Intanto salivano anche le entrate, ma non con lo stesso ritmo, e le perdite nette del 2019 furono superiori a quelle dei due anni precedenti messe insieme.

A fine 2019, Chesky decise che nel 2020 l’azienda si sarebbe infine quotata in borsa: per raccogliere i soldi necessari per il proseguimento dell’espansione di Airbnb e anche per permettere a dipendenti e investitori iniziali, alcuni dei quali descritti come molto impazienti, di guadagnare vendendo le loro azioni. La quotazione stimata era di circa 50 miliardi di dollari, paragonabile a quella di cui si era parlato un paio di anni prima.

La pandemia
Poi, come ha scritto l’Economist, «a marzo, quando Chesky aveva finito le ultime correzioni ai documenti necessari per la quotazione, arrivò la pandemia, e anziché andare a New York per suonare la campanella con cui si dà inizio agli scambi azionari di Wall Street, si trovò a passare giorni e notti su Zoom». E secondo le parole di Chesky «fu come tirare di colpo il freno mentre stai andando a 100 miglia all’ora»,

– Leggi anche: La crisi della sharing economy

«Le prenotazioni su Airbnb precipitano a causa della pandemia», scrisse a inizio marzo il Wall Street Journal, in un articolo che raccontava come tra l’1 e il 7 marzo fossero state cancellate quasi tutte le prenotazioni su Pechino e un po’ meno della metà di quelle fatte a Roma e Seul, le tre capitali di alcuni paesi già allora molto colpiti dal coronavirus. «Ma le prenotazioni stanno iniziando a calare anche negli Stati Uniti», scriveva l’articolo, secondo il quale in quel momento Airbnb aveva una valutazione di circa 30 miliardi di dollari. Meno di un mese dopo, il 7 aprile, il Wall Street Journal scrisse che Airbnb stava «bruciando soldi» e che nel frattempo aveva a che fare con «host arrabbiati e un futuro incerto». In riferimento a una possibile quotazione dell’azienda entro il 2020 – descritta dall’articolo come «la più attesa dell’anno» – l’analista Matt Novak disse: «Non c’è modo che succeda».

Nel secondo trimestre del 2020 i pernottamenti prenotati su Airbnb furono 28 milioni, un terzo rispetto a quelli dello stesso periodo dell’anno precedente. Nel frattempo le entrate calarono del 72 per cento e l’azienda dichiarò perdite per quasi 400 milioni di dollari. Intanto, la sua la valutazione era scesa a 18 miliardi di dollari. Come ha scritto qualche settimana fa il Wall Street Journal, più che chiedersi se e quando Airbnb sarebbe entrata in borsa, ci si iniziò a chiedere se ce l’avrebbe fatta a sopravvivere.

«Mi sono sentito come il capitano di una nave colpita di lato da un siluro», disse Chesky, che già a fine marzo, durante una videochiamata con migliaia di dipendenti, parlò apertamente di quanto la pandemia avesse colpito l’azienda e disse che «ogni cosa era sul tavolo», compresi possibili licenziamenti.

La risposta alla pandemia
Puntando sul fatto che la ripresa sarebbe stata lenta e che l’azienda avrebbe quindi dovuto affrontare diversi mesi difficili – e sapendo che a differenza delle grandi catene alberghiere sue concorrenti non possedeva molte proprietà, perché basava la sua attività su quelle dei suoi host – Chesky decise quindi di accettare un totale di circa 2 miliardi di dollari di prestiti, con tassi d’interesse che secondo Bloomberg erano almeno dell’11 per cento, «che in genere venivano fatti solo per le aziende in gravi difficoltà».

Nonostante le perdite che questa scelta avrebbe comportato per l’azienda, tra aprile e marzo Chesky decise anche di non far pagare agli utenti le prenotazioni che avevano fatto appena prima o nelle prime settimane della pandemia. Una decisione che però evidentemente non piacque a diversi host, che persero a loro volta la possibilità di incassare qualcosa prima di mesi in cui con ogni probabilità non avrebbero incassato niente. In seguito, Airbnb istituì quindi anche un fondo di 250 milioni di dollari per aiutare alcuni degli host che si erano visti cancellare le prenotazioni pochi mesi prima.

Dopodiché – ottenuti i prestiti e sistemate le questioni più urgenti e prettamente legate alla pandemia – Chesky si dedicò a una radicale ristrutturazione aziendale. Per prima cosa, lui e gli altri due co-fondatori decisero di rinunciare al loro stipendio e quello dei dirigenti fu dimezzato. Poi Chesky si dedicò – a suo dire leggendo «linea dopo linea» centinaia di voci di spesa – a tagli di altro tipo: a gran parte delle attività di marketing, a buona parte delle iniziative estranee al core business di Airbnb (quelle a cui si era molto dedicato fino a pochi mesi prima) e anche licenziando 1.900 dipendenti, circa un quarto di quelli totali, comunicando la decisione (e una serie di altre misure di sostegno ai licenziati) in una lettera in genere molto apprezzata per la sua forma e i suoi contenuti. A proposito dei mesi della pandemia, Chesky ha parlato della necessità di «prendere in dieci settimane» decisioni «che valevano 10 anni».

Tra maggio e giugno, Airbnb iniziò a vedere qualche segnale di ripresa, soprattutto da parte di persone che vivevano nelle grandi città e che volevano passare un po’ di tempo in qualche abitazione non troppo distante da dove vivevano, meglio se in case in cui – a differenza dagli alberghi – si potessero limitare al massimo i contatti con altre persone. Come ha scritto il Wall Street Journal, Chesky «cambiò di conseguenza, e in fretta, la strategia di Airbnb: dopo anni in cui la sua forza erano stati gli affitti nelle grandi città visitate dai turisti, a giugno l’azienda ridisegnò il sito e l’app cosicché l’algoritmo mostrasse ai possibili viaggiatori alloggi di ogni tipo – casette ma anche sfarzose case sulla spiaggia – che fossero vicini ai loro luoghi di residenza».

A luglio le prenotazioni tornarono a livelli paragonabili a quelli precedenti la pandemia e ad agosto, secondo dati citati sempre dal Wall Street Journal più della metà delle prenotazioni erano fatte per soggiorni a meno di 500 chilometri dal luogo di partenza di chi le prenotava. Tra luglio e settembre (un trimestre di vacanze, storicamente molto importante per Airbnb) le cose sono migliorate ancora: rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente le entrate sono scese solo del 18 per cento, e – anche grazie ai consistenti tagli ai costi – l’azienda ha avuto circa 200 milioni di dollari di utili.

– Leggi anche: L’intervista di Chesky, a giugno, sul futuro dei viaggi

Airbnb in borsa (e oltre)
E questa settimana con i conti un po’ più a posto e le prospettive un po’ meno nere, Airbnb è arrivata in borsa. Grazie al prezzo di vendita delle sue azioni, per le quali fino a pochi anni fa si stimava una valutazione complessiva di circa 47 miliardi di dollari, Airbnb – che dichiara di avere 5,6 milioni di annunci attivi nel mondo e di aver gestito nella sua storia oltre 800 milioni di check-in di ospiti grazie a oltre 4 milioni di host – è arrivata a una capitalizzazione di mercato di circa 100 miliardi di dollari: più del valore delle tre maggiori catene di hotel americane (Marriott, Hilton e Hyatt) messe assieme. Airbnb ha avuto un risultato talmente positivo che l’azienda di videogiochi Roblox, la cui IPO era attesa per dicembre, ha deciso di spostarla al 2021, perché dopo il successo della quotazione di Airbnb (e anche di fda quella dell’azienda di consegne a domicilio DoorDash) avrebbe avuto difficoltà a stabilire un congruo prezzo per le sue azioni.

I risultati iniziali di Airbnb in borsa dicono che al momento, quantomeno da parte degli investitori, c’è grande fiducia nelle possibilità dell’azienda e nelle sue capacità di muoversi in quello che sarà il nuovo mercato dei viaggi e del turismo.

Ma anche a prescindere dalle sue prestazioni borsistiche, restano comunque molte incognite sul suo futuro. Nei prossimi mesi, infatti, l’azienda dovrà decidere se continuare a percorrere la strada intrapresa negli ultimi mesi, concentrandosi quindi sugli affitti a breve e medio termine (meglio se non dall’altra parte del mondo) o se invece – quando i tempi e i conti lo permetteranno – ritornare sui propri passi per puntare a una crescita di altro tipo, come era nei piani di Chesky.

Nel caso Airbnb scelga di concentrarsi solo sugli affitti, ci sarà da capire se questo sarà sufficiente per continuare a garantire crescita e guadagni. Nel caso si dovesse decidere di puntare di nuovo su un’espansione di altro tipo – provando a occupare e cambiare l’intero settore dei viaggi – tornerebbero le incognite e i dubbi di cui si parlava fino a prima della pandemia. E l’azienda dovrebbe per forza di cose tornare ad alzare le sue spese presenti a fronte di tutt’altro che certi guadagni futuri.

Intanto, Airbnb dovrà anche capire se turisti e viaggiatori preferiranno, quantomeno nei prossimi mesi, pernottare in case private oppure farlo negli alberghi. E c’è chi pensa che quello che una decina di anni fa aveva fatto il successo di Airbnb potrebbe ora diventare il suo problema: «la sterilità aziendale di un Marriott o di un Hilton improvvisamente potrebbe sembrare molto più intrigante del letto di uno sconosciuto» ha scritto Bloomberg, facendo notare che «ancor più che in un albergo, le attività di Airbnb si basano sulla fiducia tra sconosciuti». È altrettanto vero, però, che un alloggio su Airbnb prevede meno interazioni con altre persone e, in generale, meno spazi comuni con altri ospiti.

Ai problemi di pianificazione aziendale e a quelli più generali dovuti al futuro di viaggi e alloggi, si aggiungono anche le difficoltà che già da anni Airbnb sta incontrando (e potrebbe continuare a incontrare) in diverse città e paesi del mondo, e che hanno a che fare con questioni di tasse ma anche con possibili decisioni volte a limitare il numero di stanze e appartamenti che Airbnb può affittare in una determinata città (su questo punto, Airbnb dice di aver già raggiunto accordi in 70 delle 200 più importanti città in cui è attiva, e che nessuna città rappresenta da sola più del 2,5 per cento delle sue entrate).

– Leggi anche: La sentenza europea sugli affitti brevi

In breve, è possibile che Airbnb riesca a posizionarsi bene per andare incontro alle mutate esigenze di chi si troverà a viaggiare nei prossimi mesi e anni, facendo in un eventuale post-pandemia quello che fece nel post-recessione. Ma è anche possibile che l’intero settore dei viaggi e del turismo continui ad arrancare a lungo, e che Airbnb non riesca a proporsi come la scelta migliore e più sicura per i prossimi mesi. Come ha scritto l’Economist, «già prima della pandemia la crescita di Airbnb stava rallentando» e «una volta che le cose saranno tornate alla normalità, potrebbe non esserci molto spazio di crescita, almeno non nel core business dell’azienda».

Insomma, le scelte che sembrano essersi rivelate giuste durante i primi mesi della pandemia, potrebbero non andare bene – o semplicemente non bastare – per i prossimi mesi. E soprattutto c’è, ancor più che in altri settori, moltissima incertezza sui quando e sui come si tornerà a fare quello che si faceva prima della pandemia.

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