Michel Barnier, a destra, e David Frost (Olivier Hoslet. Pool Photo via AP)

Per Brexit il tempo sta per finire

I negoziati sul futuro accordo commerciale sono stati sospesi per «significative divergenze»: che succede ora?

Michel Barnier, a destra, e David Frost (Olivier Hoslet. Pool Photo via AP)

I negoziati sul futuro accordo commerciale che dovrà regolare i rapporti tra Unione Europea e Regno Unito dopo Brexit sono stati sospesi venerdì sera per «significative divergenze», ha detto Michel Barnier, capo dei negoziatori europei. I colloqui erano iniziati nove mesi fa, guidati da Barnier e David Frost, capo della delegazione britannica su Brexit, e sarebbero dovuti terminare a luglio, poi a ottobre; ora si teme che non ci sarà un accordo entro il 31 dicembre, l’ultima data disponibile. Sabato proveranno a sbloccare la situazione il primo ministro britannico, Boris Johnson, e la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che si confronteranno direttamente sui punti più discussi dei futuri rapporti commerciali.

Finora l’accordo è stato impossibile per profonde divergenze su alcuni punti specifici: le norme comuni per evitare la concorrenza sleale, il cosiddetto level playing field (cioè gli standard che il Regno Unito non potrà abbassare nella speranza di attirare investimenti stranieri e fare concorrenza all’Unione Europea), il meccanismo di risoluzione delle controversie e le quote sulla pesca.

Fino a qualche settimana fa proprio le quote sulla pesca sembravano il tema più facile da districare tra quelli discussi, ma poi le cose si sono complicate, anche a causa delle incessanti pressioni della Francia, che sta spingendo l’Unione Europea a non fare grosse concessioni. Nel gruppo di paesi che credono che l’Unione stia facendo troppe concessioni al governo britannico ci sono anche Paesi Bassi, Danimarca, Belgio, Italia e Spagna.

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Nonostante l’ultima settimana di frenetiche trattative, Barnier e Frost non sono riusciti a trovare una posizione comune su questi temi, e ora, ha scritto il Financial Times, «un reale senso di urgenza ha investito i negoziati», e non solo per la scadenza del 31 dicembre. Lunedì, infatti, il parlamento britannico inizierà a discutere una controversa proposta di legge voluta da Johnson che permetterebbe al Regno Unito di non rispettare alcune clausole dell’accordo già stretto con l’Unione Europea su Brexit, il cosiddetto Withdrawal Agreement, approvato all’inizio di gennaio dal Parlamento britannico e perciò diventato legge: le clausole che il governo ha detto di voler violare riguardano l’Irlanda del Nord.

Indipendentemente dal fatto che la legge sarà approvata o meno – e se dovesse essere approvata sarebbe una situazione con pochi precedenti, e una probabile violazione delle norme di diritto internazionale – il solo inizio del dibattito in parlamento porterà altra tensione tra Regno Unito e Unione Europea, la quale ha già criticato duramente le intenzioni del governo britannico.

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Non è chiaro cosa ci si potrà aspettare dalla telefonata di sabato tra Boris Johnson e Ursula von der Leyen: si sa comunque che la presidente della Commissione europea, appoggiata anche dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, tenterà in tutti i modi di raggiungere un accordo, anche se non ottimale e non del tutto soddisfacente per l’Unione Europea.

Uscire definitivamente dall’Unione Europea senza un accordo commerciale sarebbe disastroso per l’economia britannica: da un giorno all’altro sui prodotti britannici sarebbero imposti pesanti dazi che farebbero aumentare notevolmente il loro prezzo finale, rendendoli molto meno competitivi. Un’automobile prodotta nel Regno Unito, per esempio, potrebbe costare in media tremila euro in più. Dato che il Regno Unito esporta molti dei propri beni nei paesi dell’Unione Europea – parliamo del 46 per cento delle esportazioni totali – le conseguenze sarebbero potenzialmente catastrofiche per interi settori dell’economia britannica. Un eventuale no deal danneggerebbe anche i paesi europei che hanno maggiori legami col Regno Unito, in particolare l’Irlanda.

È evidente che entrambe le parti stiano cercando di tirare la corda per cedere soltanto all’ultimo minuto su una serie di posizioni: ma il rischio di questo stallo è che nessuna delle due parti accetti di cedere per prima, e che a un certo punto non ci saranno più i tempi tecnici per trovare un accordo.

Se si troverà una bozza di compromesso, si metteranno in moto una serie di passaggi necessari. Il testo sarà analizzato parola per parola dagli avvocati di entrambe le parti. Poi dovrà essere tradotto in tutte le lingue ufficiali dell’Unione Europea. Farà sicuramente un passaggio parlamentare in qualche assemblea nazionale, e poi dovrà essere ratificato dal Parlamento Europeo, che chiederà almeno qualche giorno di tempo per esaminarlo. Significa che un accordo andrà trovato nella prima metà di dicembre: altrimenti entrambe le parti useranno gli ultimi 15 giorni dell’anno per attrezzarsi in vista del no deal.