(Dan Kitwood/Getty Images)

Con Brexit siamo di nuovo fermi

Il futuro accordo commerciale fra Regno Unito e Unione Europea dovrebbe entrare in vigore tra un mese, ma negli ultimi tempi non ci sono stati progressi

(Dan Kitwood/Getty Images)

Manca poco più di un mese all’uscita definitiva del Regno Unito dall’Unione Europea, che avverrà il 31 dicembre 2020, e i negoziati per trovare un accordo commerciale fra le due parti sono bloccati da mesi. Nonostante i negoziatori abbiano continuato a parlarsi, non è stato trovato nessun compromesso sui tre temi che dall’inizio dell’anno ostacolano un compromesso: l’accesso dei pescatori europei alle acque britanniche, regole chiare per impedire alle aziende britanniche di fare concorrenza sleale a quelle europee, e un meccanismo condiviso per risolvere le controversie che potrebbero esserci in futuro.

– Leggi anche: Cosa manca per un accordo su Brexit

Ieri il capo dei negoziatori europei, Michel Barnier, ha parlato con i rappresentanti dei governi europei descrivendo una situazione di stallo. Qualche giorno prima Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, aveva tenuto un discorso al Parlamento Europeo spiegando che «francamente, non so dirvi se ci sarà o meno un accordo». Anche i negoziatori britannici confermano lo stallo. Venerdì sera Barnier è comunque andato a Londra per una serie di incontri programmati, ma nessuno si aspetta sviluppi particolari.

I temi su cui le parti sono più distanti restano le norme comuni per evitare la concorrenza sleale, il cosiddetto level playing field, e il meccanismo di risoluzione delle controversie, mentre le quote sulla pesca sembrano un tema meno complesso da districare.

Il giornalista della tv di stato irlandese Tony Connelly, uno dei più informati sui negoziati, ha scritto che stando alle sue fonti Barnier potrebbe proporre ai negoziatori britannici una compensazione compresa fra il 15 e il 18 per cento del valore del pesce pescato ogni anno dagli europei nelle acque britanniche: parliamo di una cifra intorno ai 120 milioni di euro, da “rimborsare” al Regno Unito abbassando i dazi su alcuni prodotti britannici. Non è chiaro, però, se il Regno Unito considererà sufficiente la proposta, dato che la sua posizione di partenza prevede un accesso molto molto limitato dei pescatori europei alle acque britanniche.

L’Unione Europea considera la posizione del Regno Unito troppo rigida: «se Londra non prenderà decisioni in fretta» – cioè se non ammorbidirà le sue posizioni, ha spiegato una fonte diplomatica europea al Guardian – «raggiungere un accordo sarà impossibile».

Uscire definitivamente dall’Unione Europea senza un accordo commerciale sarebbe disastroso per l’economia britannica: da un giorno all’altro sui prodotti britannici sarebbero imposti pesanti dazi che farebbero aumentare notevolmente il loro prezzo finale, rendendoli molto meno competitivi. Un’automobile prodotta nel Regno Unito, per esempio, potrebbe costare in media tremila euro in più. Dato che il Regno Unito esporta molti dei propri beni nei paesi dell’Unione Europea – parliamo del 46 per cento delle esportazioni totali – le conseguenze sarebbero potenzialmente catastrofiche per interi settori dell’economia britannica. Un eventuale no deal danneggerebbe anche i paesi europei che hanno maggiori legami col Regno Unito, in particolare l’Irlanda.

È evidente che entrambe le parti stiano cercando di tirare la corda per cedere soltanto all’ultimo minuto su una serie di posizioni: ma il rischio di questo stallo è che nessuna delle due parti accetti di cedere per prima, e che a un certo punto non ci saranno più i tempi tecnici per trovare un accordo.

Se si troverà una bozza di compromesso, si metteranno in moto una serie di passaggi necessari. Il testo sarà analizzato parola per parola dagli avvocati di entrambe le parti. Poi dovrà essere tradotto in tutte le lingue ufficiali dell’Unione Europea. Farà sicuramente un passaggio parlamentare in qualche assemblea nazionale, e poi dovrà essere ratificato dal Parlamento Europeo, che chiederà almeno qualche giorno di tempo per esaminarlo. Significa che un accordo andrà trovato nella prima metà di dicembre: altrimenti entrambe le parti useranno gli ultimi 15 giorni dell’anno per attrezzarsi in vista del no deal.