(Johanna Geron, Pool via AP)

Cosa manca per un accordo su Brexit

A parte le divisioni sugli accordi già presi, rimane una certa distanza sulle leggi britanniche in tema di aiuti di stato, privacy e pesca

(Johanna Geron, Pool via AP)

Nei prossimi giorni entreranno nel vivo i negoziati fra Unione Europea e Regno Unito per trovare un accordo commerciale che entri in vigore alla fine del periodo di transizione di Brexit, che si concluderà il 31 dicembre 2020. Le due parti si sono date tempo fino al 15 ottobre per trovare un accordo: è probabile che si vada oltre, ma non di molto, dato che serviranno i tempi tecnici per rendere effettivo un eventuale compromesso entro la fine dell’anno.

Negli ultimi giorni il Regno Unito e l’Unione Europea sembrano particolarmente distanti per via di una legge in corso di approvazione al Parlamento britannico che se approvata violerebbe gli accordi già presi. I negoziatori europei hanno lasciato intendere che finché la proposta di legge sarà sul tavolo, non sarà possibile concludere alcun accordo. Ma Regno Unito e Unione Europea erano già lontani su diversi punti, che rendono assai difficile trovare un accordo in così pochi giorni.

Gli aiuti di stato
È il tema del cosiddetto level playing field, cioè gli standard che il Regno Unito non potrà abbassare nella speranza di attirare investimenti stranieri e fare concorrenza all’Unione Europea. I negoziatori europei insistono affinché il governo britannico continui a rispettare buona parte delle norme europee in fatto di aiuti di stato, rispetto dell’ambiente e diritti dei lavoratori, tre punti su cui Johnson ha esplicitamente ammesso di voler derogare.

Il Financial Times scrive che l’Unione Europea vorrebbe inserire nell’accordo commerciale un impegno da parte del governo britannico a non gonfiare i sussidi statali alle aziende; il Regno Unito ritiene che una volta uscito dall’Unione dovrebbe godere di piena sovranità in questo campo. Qualche settimana fa il governo britannico ha cercato di venire incontro ai negoziatori europei dichiarando di non voler tornare agli anni Settanta, in cui lo stato sussidiava pesantemente le aziende e comprava quelle maggiormente in difficoltà.

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Non sappiamo come andrà a finire: soprattutto perché i sostenitori di Brexit hanno spesso auspicato che dopo l’uscita dall’Unione il Regno Unito diventasse un paese molto attraente per le multinazionali e gli investimenti esteri, e quindi un eventuale compromesso verrà giudicato anche in base a questi elementi.

La risoluzione di controversie
È un problema legato al primo, dato che secondo Politico i negoziatori europei stanno insistendo molto per avere un sistema efficace per risolvere rapidamente le controversie che potrebbero emergere, soprattutto in fatto di aiuti di stato. Più in generale, l’Unione Europea vorrebbe ottenere il diritto di introdurre rapidamente delle sanzioni nel caso il Regno Unito violi gli accordi: per esempio imponendo dazi sui prodotti agricoli britannici che vengono esportati nell’Unione. Il Regno Unito invece sta cercando di limitare l’ampiezza di eventuali ritorsioni: il Financial Times scrive che questo tema rimane «uno dei più complessi» da risolvere durante i negoziati.

Le quote sulla pesca
È uno dei temi più significativi del dibattito su Brexit. Durante la campagna elettorale per Brexit, i sostenitori dell’uscita del Regno Unito parlavano spesso di come l’industria della pesca britannica fosse ingiustamente danneggiata dalle regole europee, e i pescatori hanno votato in massa per uscire dall’Unione Europea.

Al momento, la questione della pesca è uno dei rari elementi con cui il Regno Unito può fare pressione sull’Unione Europea: in assenza di un accordo, infatti, dall’1 gennaio 2021 le navi francesi, olandesi e irlandesi non potrebbero più accedere alla zona economica esclusiva del Regno Unito, molto ricca di pesce (e che fino ad oggi il Regno Unito ha potuto sfruttare solo in parte perché tenuto a rispettare le rigide quote per la pesca imposte ogni anno dall’Unione).

Quello della pesca è l’unico argomento di discussione su cui di recente sono stati fatti dei significativi passi in avanti: nelle scorse settimane il Regno Unito ha offerto all’Unione Europea un periodo di transizione di tre anni, fino al 2024, in cui la situazione rimarrà più o meno la stessa, in attesa che si tengano negoziati più dettagliati su come limitare la presenza dei pescatori europei nelle acque britanniche. «La strada è ancora lunga ma se gli altri problemi saranno risolti, non sembra che le quote sulla pesca saranno un ostacolo insormontabile per un accordo», ha detto una fonte europea al Guardian, lasciando intendere che trovare un accordo è possibile.

Un po’ in secondo piano rimane il problema che l’industria britannica della pesca non può fare a meno di dipendere dagli altri paesi: circa tre quarti del pesce pescato da navi britanniche viene venduto ai paesi dell’Unione, perché i pesci che si pescano più facilmente – come lo sgombro e l’aringa – non piacciono molto ai britannici, che invece preferiscono altri pesci che vengono comprati all’estero. In caso di mancato accordo l’Unione potrebbe decidere di imporre dei dazi al pesce britannico, con gravissime conseguenze per l’intera industria.

Condivisione di dati e informazioni
Inevitabilmente, scrive il Financial Times, «il Regno Unito perderà l’accesso ad alcuni database gestiti dalle forze dell’ordine europee». Entrambe le parti però si sono impegnate a mantenere uno scambio di informazioni il più fluido e rapido possibile: per esempio sulle impronte digitali e il DNA, fondamentali durante indagini e processi. Prima di accordarsi, l’Unione Europea vorrebbe dal Regno Unito la garanzia che nei prossimi anni non rilasserà la stringenti regole europee sulla privacy e la protezione dei dati sensibili: cosa che il Regno Unito aveva lasciato intendere di voler fare, nell’ambito dei suoi sforzi per attirare le multinazionali ad investire nel proprio territorio.

Il commercio vero e proprio
Paradossalmente, è una delle aree dove Regno Unito e Unione Europea hanno meno divergenze, e sono già sommariamente d’accordo sull’imposizione del minor numero di dazi e controlli possibile. I negoziatori europei hanno comunque accusato il Regno Unito di voler accedere al mercato comune europeo – cioè all’area economica dell’Unione Europea in cui non viene imposto alcun dazio – senza però fornire garanzie sufficienti in altri ambiti della trattativa. Fra le altre cose i negoziatori britannici avevano chiesto che le auto prodotte nel Regno Unito potessero continuare a circolare in Europa senza alcun dazio: la richiesta è stata respinta e sembra che su questo tema i negoziatori britannici abbiano già accettato la sconfitta.