Donald Trump (AP Photo/Evan Vucci)
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  • sabato 21 Novembre 2020

La strategia di Trump verso l’Iran ha funzionato?

La cosiddetta "massima pressione" sul regime iraniano, una delle politiche di maggiore distanza rispetto all'era di Obama, non pare avere portato ai risultati sperati

di Elena Zacchetti
Donald Trump (AP Photo/Evan Vucci)

Negli ultimi quattro anni, la politica estera del presidente statunitense Donald Trump è stata spesso caotica e imprevedibile, e molto diversa rispetto a quella del suo predecessore, Barack Obama. Uno dei temi su cui Trump ha voluto distanziarsi di più da Obama, accusandolo di avere preso decisioni fallimentari, è stato l’Iran, da oltre quattro decenni nemico degli Stati Uniti. Trump ha ribaltato l’approccio di Obama verso il regime iraniano, che si era basato sul dialogo e che aveva portato alla firma di uno storico accordo sul nucleare, preferendo lo scontro diretto.

Sono passati quattro anni, e molti oggi si chiedono: la strategia di Trump verso l’Iran ha funzionato?

Negli ultimi quattro anni c’è stato un momento particolare che ha definito i rapporti tra Stati Uniti e Iran: il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano annunciato da Trump nel maggio 2018. L’accordo era stato raggiunto con l’intenzione di frenare il programma nucleare militare dell’Iran (che l’Iran ha sempre negato di perseguire), in cambio della rimozione di alcune sanzioni imposte precedentemente. L’idea di Obama e del suo governo era che sarebbe stato meglio avere rapporti più amichevoli con l’Iran, visto che le maniere forti fino a quel momento avevano funzionato poco. Obama pensava che, così facendo, si sarebbe rafforzata quella parte del regime iraniano più disposta a parlare con l’Occidente, cioè i moderati, guidati dal presidente Hassan Rouhani.

Il reattore nucleare ad acqua pesante di Arak, in Iran (Atomic Energy Organization of Iran via AP)

Trump aveva già espresso le sue perplessità durante la campagna elettorale, appoggiato da molti politici conservatori che sostenevano che l’accordo non fosse abbastanza favorevole agli Stati Uniti. I critici pensavano che la rimozione delle sanzioni non avrebbe fatto altro che rafforzare l’Iran, che avrebbe avuto più soldi da investire nei suoi programmi missilistici e nelle sue campagne di aggressione in altri paesi del Medio Oriente. Per tutte queste ragioni, insieme ai suoi consiglieri, Trump aveva deciso di fare qualcosa di inusuale in politica internazionale: si era ritirato dall’accordo – unilateralmente, violandolo – e aveva imposto nuove sanzioni all’Iran, più dure di quelle in vigore in precedenza.

Invece di cercare il dialogo con la parte più moderata del regime iraniano, Trump e il suo governo volevano adottare una nuova strategia, la cosiddetta “massima pressione”. La nuova strategia si basava su una scommessa: cioè che le nuove sanzioni imposte, e l’isolamento che ne sarebbe seguito, avrebbero spinto il regime iraniano al collasso, oppure a tornare a negoziare un altro accordo sul nucleare, ma questa volta alle condizioni americane.

Nessuna delle due cose però è successa. Contrariamente a quanto si aspettavano Trump e i suoi consiglieri, le conseguenze della “massima pressione” sono state tre, tutte sfavorevoli agli Stati Uniti.

Anzitutto il regime iraniano non è collassato, e a perdere credibilità e consensi è stata soprattutto quella parte politica che più aveva voluto l’accordo sul nucleare con gli Stati Uniti, che era più aperta al dialogo con l’Occidente e meno propensa a fare la guerra con i nemici regionali: i moderati del presidente Hassan Rouhani. A rafforzarsi, invece, sono stati gli ultraconservatori della Guida Suprema, Ali Khamenei, la parte più intransigente e aggressiva del regime.

– Leggi anche: Cosa vuol dire per l’Iran il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare

La seconda conseguenza è che l’Iran ha riavviato il suo programma nucleare. All’inizio della presidenza Trump, l’Iran aveva circa 102 chilogrammi di uranio arricchito, la cui produzione, fondamentale per la costruzione di un’arma nucleare, era stata limitata dall’accordo del 2015. La scorsa settimana l’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha detto che l’Iran aveva oltre 2.440 chili di uranio arricchito, circa otto volte di più del limite stabilito dall’accordo. Questo significa che oggi il tempo che sarebbe necessario all’Iran per costruire un’arma nucleare è inferiore all’anno.

La terza conseguenza è che gli Stati Uniti si sono ritrovati più isolati di quanto non si aspettassero, soprattutto con i loro alleati europei che avevano partecipato ai lunghi e faticosi negoziati durante il governo Obama, e che avevano finalmente permesso alle loro imprese di fare affari con l’Iran.

Il problema grosso per l’Europa è che le sanzioni statunitensi, a differenza di quelle europee, hanno una componente “extraterritoriale”: possono quindi essere dirette non solo contro aziende americane, ma anche contro aziende straniere che fanno transazioni in dollari, e quelle che hanno una succursale negli Stati Uniti o sono controllate da americani (l’extraterritorialità delle sanzioni americane è spiegata qui). In altre parole, il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare è stato un grosso problema non solo per l’Iran, ma anche per l’Europa, che nei mesi successivi aveva provato a salvare il salvabile, mettendo in piedi un meccanismo chiamato INSTEX (Instrument in Support of Trade Exchange) che avrebbe dovuto permettere di aggirare le sanzioni americane.

La questione iraniana è stata uno dei più importanti motivi di dissidio tra Stati Uniti di Trump ed Europa, anche se non l’unico, e ha contribuito a rovinare i rapporti tra le due parti.

Foto scattata a Vienna il 14 luglio 2015, quando fu firmato l’accordo sul nucleare. Da sinistra a destra: l’Alto rappresentante per gli affari esteri dell’UE, Federica Mogherini, il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, il capo dell’Organizzazione iraniana dell’energia atomica, Ali Akbar Salehi, il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, il ministro degli Esteri britannico, Philip Hammond, e il segretario di Stato americano, John Kerry (Joe Klamar/Pool Photo via AP, File)

Per fare un bilancio della strategia di Trump verso l’Iran, comunque, non si può considerare solo il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare, perché costringere l’Iran a rinegoziare l’accordo, o provocare il collasso del regime, non era l’unico obiettivo del governo americano. Trump voleva anche ridurre l’influenza iraniana in diversi paesi del Medio Oriente, soprattutto Iraq, Siria, Libano e Yemen, e ci ha provato in tre modi, ottenendo risultati alterni.

Primo. Due anni fa gli Stati Uniti imposero nuove sanzioni a soggetti legati alle Guardie rivoluzionarie iraniane, e un anno dopo le inserirono nella lista dei gruppi terroristici. Le Guardie, note anche come pasdaran, sono l’unità dell’esercito iraniano incaricata tra le altre cose di “esportare la rivoluzione” all’estero. Sono molto potenti, si occupano della maggior parte delle operazioni militari dell’Iran al di fuori dei propri confini nazionali e controllano un gran pezzo dell’economia iraniana.

Secondo. All’inizio di gennaio 2020, Trump ordinò la più pericolosa operazione militare della sua presidenza: l’attacco mirato per colpire e uccidere il potentissimo generale iraniano Qassem Suleimani, il vero artefice dell’espansione dell’Iran al di fuori dei suoi confini nazionali, considerato vicinissimo alla Guida Suprema iraniana, Ali Khamenei, la principale autorità politica e religiosa del paese. I critici di Trump dissero che l’uccisione di Suleimani era stata una pazzia – nessuno prima aveva osato tanto, nemmeno Israele –, che avrebbe portato a una guerra con l’Iran che nessuno voleva. Ci fu solo qualche ritorsione limitata contro obiettivi americani in Iraq, ma la guerra non iniziò mai.

– Leggi anche: La storia dietro all’uccisione di Qassem Suleimani

Terzo. Ad agosto, Trump annunciò che Israele ed Emirati Arabi Uniti avevano “normalizzato” i loro rapporti diplomatici: un evento enorme, in un certo senso, perché non era mai successo che un paese arabo del Golfo riconoscesse ufficialmente Israele. Di quella normalizzazione, e della successiva tra Israele e Bahrein, si parlò molto, così come si discusse del ruolo di Trump nell’intero processo, che per buona parte aveva l’obiettivo di rafforzare lo schieramento dei paesi nemici dell’Iran.

Come detto, i risultati di queste politiche sono stati alterni, nonostante Trump abbia tentato di gonfiare i suoi successi e ignorare i fallimenti.

Anche se le sanzioni furono un colpo non indifferente, per esempio, l’influenza delle Guardie rivoluzionarie all’estero non sembra essere diminuita. Nel novembre 2019 forze iraniane furono impiegate in Iraq per reprimere con violenza le proteste iniziate contro il governo iracheno: l’intervento dell’Iran dimostrò ancora una volta l’impossibilità, o incapacità, degli Stati Uniti di evitare interventi massicci delle Guardie rivoluzionarie negli affari interni iracheni, nonostante l’opposizione americana. L’Iran ha continuato a esercitare la sua influenza anche in altri paesi della regione: in Siria, dove ha combattuto a fianco del regime di Bashar al Assad e vinto la guerra contro i ribelli; in Yemen, dove ha appoggiato i ribelli houthi nella guerra contro il governo sostenuto dall’Arabia Saudita; e in Libano, dove ha mantenuto stretti i suoi legami con Hezbollah, gruppo radicale sciita molto potente e influente.

Più controverse sono invece le conseguenze legate all’uccisione del generale Suleimani e alla normalizzazione dei rapporti tra Emirati Arabi Uniti e Israele.

Il presidente iraniano Hassan Rouhani di fianco a una foto che ritrae il generale Qassem Soleimani (dietro) e il comandante di una milizia sciita, Abu Mahdi al Muhandis (AP Photo/Ebrahim Noroozi)

Finora questi due sviluppi non hanno provocato grosse conseguenze sulla capacità dell’Iran di influenzare la politica di altri paesi della regione, senza contare che il ruolo di Trump nei negoziati tra governo emiratino e governo israeliano sembra essere stato molto più ridotto di quanto il presidente stesso abbia voluto far credere.

Entrambi gli eventi, tuttavia, potrebbero avere conseguenze nel lungo periodo, rivelandosi favorevoli agli Stati Uniti. L’improvvisa assenza di Suleimani alla guida delle forze al Quds, l’unità speciale delle Guardie rivoluzionarie che il generale guidava, potrebbe iniziare a vedersi nei prossimi mesi: Suleimani non era un generale qualsiasi, e nel corso degli ultimi decenni aveva costruito reti di relazioni importanti e solide, che non è chiaro quanto potranno essere replicabili in sua assenza. Nemmeno la normalizzazione dei rapporti tra Emirati e Israele ha provocato finora grosse conseguenze sull’Iran: ma la storia potrebbe cambiare se dovesse decidere di unirsi ai paesi che riconoscono Israele anche l’Arabia Saudita, il più potente e il principale nemico dell’Iran nel Golfo Persico.

– Leggi anche: Anche l’Arabia Saudita normalizzerà i rapporti con Israele?

Volendo fare una sintesi su quanto abbiano funzionato le politiche di Trump verso l’Iran, si può dire così: la strategia della “massima pressione” non ha raggiunto l’obiettivo che si prefissava, che fosse un cambio di regime o costringere l’Iran a rinegoziare l’accordo sul nucleare. Nemmeno il tentativo degli Stati Uniti di ridurre l’influenza dell’Iran in Medio Oriente ha portato a risultati tangibili, almeno finora, anche se le cose potrebbero cambiare in futuro. Nel frattempo in Iran si sono rafforzati gli ultraconservatori e il programma militare nucleare è ripreso – entrambe brutte notizie per gli Stati Uniti.

È difficile dire cosa riuscirà a fare Joe Biden, vincitore delle ultime elezioni, una volta che si sarà insediato alla presidenza. Biden ha sempre appoggiato l’accordo sul nucleare firmato da Obama e si è sempre detto contrario all’approccio di Trump verso l’Iran, ma i rapporti attuali tra Iran e Stati Uniti sono pessimi, e non sarà facile aggiustarli.

Secondo alcuni opinionisti, come Eli Lake, il fatto che Trump abbia imposto moltissime sanzioni all’Iran potrebbe essere un vantaggio per Biden. Biden potrebbe proporre all’Iran di tornare alla “situazione di partenza”, cioè all’inizio della presidenza Trump, senza più sanzioni legate al nucleare iraniano e senza più violazioni da parte dell’Iran dei termini dell’accordo del 2015; e allo stesso tempo potrebbe negoziare un ridimensionamento del ruolo dell’Iran in Medio Oriente, offrendo in cambio di eliminare le sanzioni imposte da Trump legate alle attività di finanziamento del terrorismo (che sono sanzioni diverse rispetto a quelle legate al nucleare).

– Leggi anche: Non ci sono più gli Stati Uniti di una volta

Altri giornalisti, come Steven Erlanger del New York Times, ritengono invece che per Biden sarà difficilissimo riprendere il dialogo con l’Iran. Gli eventi degli ultimi quattro anni – il ritiro americano dall’accordo sul nucleare, e l’uccisione di Suleimani, tra gli altri – hanno rafforzato gli ultraconservatori iraniani, e in generale hanno fatto crescere molto il nazionalismo, che in Iran si traduce spesso in anti americanismo. Per questo ci si aspetta che in vista delle elezioni presidenziali iraniane, che si terranno nel giugno 2021, il fronte dei moderati adotti una posizione più dura verso gli Stati Uniti di quella adottata in passato.

Secondo Erlanger, il fronte moderato potrebbe fare richieste molto ambiziose per accettare di tornare nel trattato sul nucleare, per esempio chiedendo di rimuovere immediatamente tutte le sanzioni imposte negli ultimi anni dal governo Trump e miliardi di dollari di risarcimento: tutte cose che l’amministrazione Biden difficilmente sarebbe disposta a concedere, specialmente in caso di opposizione del Congresso.