Angela Merkel e Donald Trump e La Malbaie, Canada (Leon Neal/Getty Images)
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  • sabato 16 giugno 2018

Perché Trump litiga con l’Europa

Stati Uniti ed Europa sono alleati da decenni, ma le cose stanno cambiando: c'entrano due idee diverse di mondo e due modi incompatibili di fare politica

Angela Merkel e Donald Trump e La Malbaie, Canada (Leon Neal/Getty Images)

Lo scorso 9 giugno l’account Instagram dell’ufficio della cancelliera tedesca Angela Merkel ha pubblicato una foto di un momento del secondo giorno del G7 che era in corso in Canada. La foto – diventata virale in pochissimo tempo – mostrava un momento tra due sessioni di lavoro a cui stavano partecipando i leader dei sette paesi più industrializzati al mondo: i soggetti centrali erano Merkel, in piedi protesa in avanti, e il presidente statunitense Donald Trump, seduto da solo con le braccia incrociate. L’immagine è stata l’ispirazione per battute e meme, ma soprattutto è perfetta per raccontare uno dei grandi processi in corso oggi nella politica internazionale: il progressivo deterioramento delle relazioni tra Stati Uniti ed Europa, che hanno raggiunto probabilmente il loro punto più basso degli ultimi 70 anni.

La cancelliera tedesca Angela Merkel di fronte a Donald Trump al secondo giorno di G7 in Canada, 9 giugno 2018 (Jesco Denzel /Bundesregierung via Getty Images)

Quello che sta succedendo tra Stati Uniti ed Europa è legato alla controversa politica estera di Donald Trump, un presidente che sta ribaltando molte delle regole base della diplomazia internazionale. Le ultime settimane sono state particolarmente difficili soprattutto a causa dell’uscita degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano e delle minacce rivolte all’Unione Europea di iniziare una nuova guerra commerciale. I problemi tra Trump e i leader europei sono diversi e riguardano sia i modi di fare politica che le politiche stesse.

Uno degli ostacoli più grandi tra le due parti è che Trump rifiuta tutto ciò che l’Unione Europea rappresenta oggi nel sistema internazionale, ha scritto Walter Russell Mead sul Wall Street Journal: un progetto politico post-nazionale, quindi sviluppato sul superamento del concetto di sovranità statale, e basato sull’interdipendenza tra paesi. Non solo. L’Unione Europea ha fondato buona parte delle sua forza sul concetto che sia possibile trovare un accordo tra stati che soddisfi tutte le parti coinvolte: creare quindi una situazione cosiddetta win-win, cioè vincente per tutti. Trump, al contrario, non pensa che le istituzioni internazionali come l’Unione Europea possano e debbano svolgere un ruolo così importante, crede che lo stato in quanto tale continuerà a rimanere il soggetto più forte e dominante della politica internazionale, e ritiene che le negoziazioni commerciali possano avere un solo vincitore (una specie di “gioco a somma zero”: chi vince prende tutto), mentre tutti gli altri sono perdenti.

La diffidenza di Trump verso l’Europa passa soprattutto attraverso la diffidenza verso Angela Merkel. Secondo il Wall Street Journal, quando Trump guarda la Germania oggi non vede uno stretto alleato ma un paese che ha beneficiato immensamente dagli investimenti degli Stati Uniti nella NATO e più in generale in Europa. Nelle ultime settimane i rapporti tra Trump e Merkel sono peggiorati notevolmente. Tra gli episodi più discussi ci sono stati quelli che hanno riguardato il nuovo ambasciatore americano a Berlino, Ric Grenell, che seguendo perfettamente lo stile di Trump non ha esitato a fare una serie di mosse spericolate. Per esempio ha dato un’intervista a Breitbart, sito americano di destra radicale, per annunciare la sua intenzione di appoggiare i partiti conservatori in Europa, tra cui le forze politiche di destra che si oppongono a Merkel. Nel giro di pochi giorni Grenell, ha scritto il giornalista Thomas Wrightha rotto decenni di tradizione diplomatica, che tra le altre cose suggerisce che un ambasciatore non faccia commenti sulla politica interna del paese nel quale sta ricoprendo il suo incarico.

Un altro problema tra Trump e l’Europa riguarda il modo di fare politica. Nell’ultimo anno e mezzo Trump si è mostrato profondamente insofferente verso qualsiasi riunione multilaterale, cioè quelle in cui i colloqui avvengono tra diversi paesi e dove la conclusione è spesso un compromesso tra posizioni molto diverse. Arriva in ritardo, partecipa malvolentieri, si sottrae dai comunicati finali come è avvenuto dopo il G7. Trump, ha scritto Krishnadev Calamur sull’Atlantic, preferisce di gran lunga le negoziazioni a due, sia perché non richiedono complicate sintesi, sia perché gli risulta molto più facile attribuirsi il merito in caso di successo. L’Unione Europea lavora invece usando il primo schema, che richiede più pazienza e disponibilità al compromesso. Secondo diversi osservatori, inoltre, Trump rappresenta tutta quella parte della politica estera americana che i leader europei guardano con sospetto: l’irruenza, i modi bruschi da “poliziotto del mondo” e l’approccio super-realista (cioè quello che diffida delle istituzioni internazionali).

Trump non solo ha amplificato tutti questi aspetti, ma sembra anche avere introdotto una cosa che si era vista una sola volta nella politica estera americana, con il presidente Richard Nixon: la cosiddetta “Madman theory”, la “teoria del pazzo”, cioè quel modo di fare politica che punta a spaventare i propri nemici convincendoli che li si potrebbe attaccare con reazioni estremamente sproporzionate.

L’imprevedibilità di Trump, le minacce continue e i toni da guerra imminente sono diventati un problema enorme per l’Europa, per diverse ragioni. Una delle principali è che il rapporto tra Stati Uniti ed Europa si è consolidato in buona parte nella NATO, cioè quell’accordo di difesa nato alla fine della Seconda guerra mondiale contro un possibile attacco dell’Unione Sovietica a un paese occidentale. Nel trattato istitutivo della NATO è previsto un articolo che prevede l’intervento militare automatico in difesa di un altro membro NATO in caso di un’aggressione da parte di uno stato terzo. Per l’Europa, la cui sicurezza dipende ancora in buona parte dagli Stati Uniti, questo è un punto fondamentale. Il problema è che questo impegno è basato sulla fiducia reciproca: l’Europa può fidarsi ancora degli Stati Uniti? Trump sarebbe disposto a intervenire militarmente in difesa di un paese europeo in caso di attacco esterno, dopo essersi mostrato così insofferente verso le pretese europee in merito alla sicurezza e anche sulla NATO stessa? Non c’è oggi una risposta sicura, e questo è ulteriore motivo di crescente diffidenza reciproca.

C’è un ultimo punto che ha contribuito ad aumentare la tensione: la crescita in Europa di movimenti populisti di destra che condividono con Trump un certo modo di vedere il mondo. Jeremy Shapiro ha scritto su Foreign Policy che l’establishment europeo teme che il sostegno di Trump a partiti populisti e illiberali possa rafforzare le forze anti-europeiste in tutto il continente, e ha aggiunto: «Oggi i populisti in Europa sembrano avere capito che, nonostante non otterranno l’appoggio americano solo per agire come dei Trump europei, potrebbero ottenerlo nelle loro battaglie interne, se si dimostreranno inclini a sostenere le priorità americane». Un esempio di questo meccanismo, ha sostenuto Shapiro, sono state le dichiarazioni del nuovo presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte a favore di un reintegro della Russia nel G7, che a quel punto tornerebbe a diventare G8: esattamente quello che da tempo chiede anche Trump.

Diversi analisti si chiedono da tempo a cosa porterà questo progressivo deterioramento dei rapporti tra Stati Uniti ed Europa. È difficile dirlo, ma l’impressione è che l’idea di mondo di Trump e quella portata avanti finora dall’Unione Europea siano incompatibili e che difficilmente troveranno una sintesi. È comunque improbabile, almeno ad oggi, pensare che si verificherà una rottura completa dei rapporti tra Stati Uniti ed Europa, che hanno contribuito negli ultimi decenni a formare l’ordine del mondo come lo conosciamo oggi.

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