Tucker Carlson, uno dei principali e più controversi presentatori di Fox News. (AP Photo/Richard Drew, File)
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  • sabato 21 Novembre 2020

Il falso che sta in piedi

Le dietrologie diffuse tra i sostenitori di Trump hanno una loro logica interna e una buona argomentazione, se non sai che sono basate su fatti falsi

Tucker Carlson, uno dei principali e più controversi presentatori di Fox News. (AP Photo/Richard Drew, File)

Le cause legali del comitato elettorale di Donald Trump e del Partito Repubblicano per bloccare la certificazione del voto in alcuni stati e contee americane o per sovvertirne il risultato sono state finora tutte rigettate, e anche le procedure di riconteggio negli stati hanno confermato la vittoria di Biden: per esempio in Georgia, dove i voti sono stati ricontati a mano (misura straordinaria chiesta dal Partito Repubblicano), il risultato non è cambiato. Per quanto infondata, però, la tesi di illeciti o brogli trova il sostegno di un pezzo significativo dell’elettorato del Partito Repubblicano, che si fida del suo presidente e dei politici che ha votato.

Questa fiducia verso accuse e ricostruzioni senza prove e indimostrate ha molti fattori diversi: uno di questi ha sicuramente a che fare con l’informazione e i media. Nikki Usher è una professoressa associata all’università dell’Illinois che si occupa di media, politica e tecnologia, e qualche giorno fa ha scritto su Medium un articolo che è circolato molto tra chi studia gli sviluppi della disinformazione contemporanea.

Usher analizza soprattutto il modo di operare dei media di destra americani: come Fox News, che è uno dei principali network del paese, oppure One America News Network e Breitbart, che sono rispettivamente un canale tv e un sito internet più di nicchia e più estremisti, ma comunque molto popolari. Questi media hanno trovato il modo di rendere la disinformazione e le teorie del complotto non soltanto presentabili, ma anche ragionevoli, dice Usher: usano argomentazioni convincenti.

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La disinformazione prodotta da questi media è basata infatti su invenzioni e falsità, ma oggi ha spesso una sua logica interna, un’estetica rigorosa e la brillantezza argomentativa del giornalismo tradizionale. Ed è accolta come tale dagli spettatori di Fox e degli altri: la disinformazione è percepita come informazione. È possibile perché negli Stati Uniti la maggior parte degli elettori Repubblicani segue pochissimi media, sempre gli stessi, e diffida degli altri: uno studio del Pew Research Center mostra che, su 30 fonti d’informazione (giornali, siti internet, tv) prese in considerazione, gli elettori Democratici ne considerano affidabili 22 e inaffidabili 8; i Repubblicani invece considerano affidabili soltanto 7 fonti d’informazione, e diffidano di ben 20. Secondo un sondaggio della Knight Foundation, inoltre, il 75 per cento dei Repubblicani sostiene di non fidarsi dei cosiddetti media tradizionali.

In questo contesto molto chiuso, frutto di anni di campagna contro i media tradizionali da parte sia dei media sia della politica di destra, «per i sostenitori del Partito Repubblicano i media affidabili sono ricchi di opinioni prodotte con maestria, tesi intelligenti e logiche, che sono tuttavia false», scrive Usher. Su questi media la disinformazione non suona come le bufale più strampalate, né è confezionata con il linguaggio tradizionale delle teorie del complotto: e a crederci quindi non sono lettori paranoici con i cappelli di carta stagnola in testa. Perché è presentata come un contenuto giornalistico razionale e ragionevole, ha una sua logica molto salda, ed è creata con tutti gli stilemi e le presunte cautele del giornalismo affidabile. L’unica differenza, ovviamente, è che l’assunto di partenza (in questo caso: «c’è stata una frode elettorale») è falso, così come sono false le prove portate a sostegno della tesi. Ma l’argomentazione attorno a questa premessa falsa è così ben costruita da risultare credibile.

Sui media di destra americani l’accusa infondata di brogli è presentata come una notizia coerente e credibile, con servizi ben confezionati dalle varie contee, opinionisti rispettabili che espongono argomentazioni logiche e apparentemente sensate. Se le false accuse di brogli sono presentate come credibili, allora è naturale e patriottico protestare e manifestare per difendere la legittimità del processo elettorale. Se non si sa già che l’assunto di partenza è falso, e che gli argomenti sono inventati, e si tende a fidarsi di Fox News e degli altri, la disinformazione diventa indistinguibile dal giornalismo affidabile, e si trasforma in informazione. Dal punto di vista dell’elettore trumpiano che segue i media di destra, a essere disinformati, illogici e a credere alle teorie del complotto sono gli altri. E la reazione di Trump, derubato di una vittoria che è sua, non ha niente dell’assurdo, sovversivo e illecito con cui la giudica chi conosce la falsità della premessa.

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Travestire la disinformazione da informazione è molto efficace perché rende quasi impossibile mostrare l’inganno: le credenze ben radicate e apparentemente coerenti, anche se fondate su una falsità, diventano praticamente immuni dalle critiche. Anche sui social network, ogni volta che Facebook segnala una notizia come falsa, magari rimandando agli articoli di fact checker, e ogni volta che Twitter oscura un tweet di Trump, nel sostenitore trumpiano si rafforza soltanto l’idea che l’establishment sia illiberale e cerchi di impedire la diffusione della verità. Se si pensa che Twitter voglia far vincere Biden, è ovvio immaginare che questi interventi siano motivati da quell’intenzione, e non da un giudizio obiettivo.

Questi pensieri sono suggeriti anche fuori dal mondo dei media. Usher cita Plandemic, un famoso video cospirazionista sul coronavirus uscito qualche mese fa, che ebbe enorme successo proprio perché proponeva teorie false e pericolose con argomentazioni apparentemente intelligenti e dotate di una loro coerenza interna, usando tutti gli stilemi del documentario.

Le preoccupazioni nei confronti della disinformazione sui media di destra sono diffuse e non sono una novità. Brian Stelter, giornalista della CNN, quest’anno ha pubblicato un libro su Fox News in cui analizza l’alleanza tra il network e Donald Trump e a un certo punto definisce questo metodo di lavoro come «antigiornalismo», notando come spesso non soltanto le opinioni siano basate su fatti falsi, ma anche le notizie non siano controllate a sufficienza: secondo Stelter, a Fox non è richiesto che i giornalisti trovino una seconda fonte che confermi una notizia prima di pubblicare un servizio.

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Usher sostiene che queste dinamiche ormai sono a tal punto radicate nella propaganda Repubblicana e nelle opinioni dei suoi destinatari che è impossibile ricostruire una sorta di fiducia reciproca, quanto meno tramite il giornalismo: secondo lei, pensare che «l’informazione vincerà la battaglia per l’anima della democrazia» è un’illusione. E questo sarà un problema per Biden, che ha impostato la sua campagna elettorale sulla riconciliazione, sul «ritrovare l’anima dell’America» — il suo slogan elettorale — e sulla collaborazione leale tra i due partiti.