Kim Jones con Kate Moss e Naomi Campbell alla sfilata di Dior Homme, Parigi, 23 giugno 2019 (Francois Durand/Getty Images for Dior)
  • Moda
  • giovedì 10 Settembre 2020

Chi è il nuovo Karl Lagerfeld

Kim Jones è il nuovo direttore creativo di Fendi, e avrà subito un problema da risolvere: che fare con le pellicce

Kim Jones con Kate Moss e Naomi Campbell alla sfilata di Dior Homme, Parigi, 23 giugno 2019 (Francois Durand/Getty Images for Dior)

Lo stilista britannico Kim Jones è stato scelto come nuovo direttore creativo dell’azienda di moda romana Fendi: prenderà il posto di Karl Lagerfeld, che l’aveva guidata dal 1965 fino alla morte, avvenuta il 19 febbraio del 2019. Da allora Fendi e LVMH – il gruppo francese del lusso che la controlla – non avevano ancora scelto un successore e le collezioni erano state disegnate da Silvia Venturini Fendi, nipote dei fondatori, che ora tornerà a occuparsi solo delle collezioni maschili e degli accessori.

Kim Jones curerà invece le collezioni femminili, che per lui sono una novità: l’alta moda, il ready-to-wear (cioè gli abiti già confezionati) e le pellicce. La sua prima collezione verrà presentata a febbraio, anche se la prossima sfilata di Fendi si terrà, davanti a un pubblico ridotto, il 23 settembre alla Settimana della moda di Milano. Contemporaneamente Jones resterà direttore creativo di Dior Homme, la linea di moda maschile dell’azienda francese Dior, controllata sempre da LVMH.

La nomina di Jones è interessante su più fronti e non solo perché prende il posto del leggendario Karl Lagerfeld: dice molto delle scelte di LVMH, il più grande gruppo di lusso al mondo che controlla anche Louis Vuitton, e dà un’idea di dove potrebbe andare la moda, duramente colpita dalla crisi dovuta al coronavirus. Potrebbe inoltre accendere nuovo interesse su Milano, dove da questo settembre verranno presentate anche le collezioni di Raf Simons, l’apprezzato stilista belga diventato direttore creativo di Prada insieme a Miuccia Prada.

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Kim Jones ha 46 anni, è nato a Londra, è cresciuto in Kenya e ha studiato alla londinese Central Saint Martins, una delle più importanti scuole di moda al mondo, dove fu notato dallo stilista John Galliano. Nel 2003 lanciò il suo omonimo marchio, che chiuse nel 2008 per diventare direttore creativo del marchio britannico Alfred Dunhill; poi nel 2011 divenne direttore creativo della linea maschile di Louis Vuitton, dove rimase fino al 2018, quando venne assunto per lo stesso incarico a Dior Homme. È considerato tra gli stilisti di moda maschile più interessanti e innovativi e le sue collezioni sono state un successo di critica dopo l’altro.

L’aspetto che lo rende più interessante, scrive la rivista di moda Business of Fashion, è l’essere pieno di contraddizioni ma, contemporaneamente, sapersi modellare sulla storia e sulle esigenze del marchio per cui lavora. Jones è famoso per aver portato lo streetwear – il modo di vestirsi di rapper e skater, con felpone, magliette di taglie più grandi e sneaker – nel lusso, prima che diventasse una tendenza onnipresente (l’attuale direttore creativo di Louis Vuitton, per esempio, è Virgil Abloh, il più importante stilista di streetwear del momento). Jones è ricordato anche per le prime riuscite collaborazioni – un altro meccanismo tipico dello streetwear – con aziende e artisti, come Louis Vuitton con Supreme e Dior con Nike. La sua ultima collezione, inoltre, è stata realizzata insieme all’artista ghanese Amoako Boafo, i cui ritratti sono stampati sui vestiti.

 

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Contemporaneamente però, Jones ha una raffinatezza sartoriale al limite dell’alta moda, i suoi completi hanno tagli impeccabili e colori delicati: «lo vedi tirar fuori completi sartoriali in rosa e in lilla, annodati con cinture regali, che reinterpretano l’estetica da fiaba fondativa di Dior. Cose casual e tradizionalmente maschili, come i pantaloni cargo e gli anfibi, vengono rispolverati insieme a collane di perla e guanti da opera», scrive sempre Business of Fashion.

 

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La scelta è ricaduta su di lui perché, come ha detto Bernard Arnault, l’amministratore delegato di LVMH, «ha mostrato sempre la sua abilità nell’adattarsi ai codici e all’eredità delle aziende di LVMH mentre le rivisitava con grande modernità e audacia». Da Louis Vuitton infatti, «aveva portato la sua passione di lunga durata e la sua conoscenza enciclopedica per lo streetwear di lusso – tessuti tecnici e sportivi, grosse sneaker, T-shirt oversized con disegni e tute eleganti, zaini in coccodrillo e berretti in cashmere – in un megamarchio che fino a quel momento si era più che accontentato di vendere poco più che valigette, cinture e portafogli in pelle con monogramma», ha scritto il New York Times. Da Dior aveva studiato attentamente gli archivi e il lavoro degli atelier, fondendo l’eleganza dei completi con lo streetwear e utilizzando materiali all’avanguardia. «Ora ci si aspetta che porti un po’ di quella magia da Fendi», conclude sempre il New York Times.

Dietro l’arrivo di Jones potrebbe esserci anche Pietro Beccari, l’attuale amministratore delegato di Dior, che dal 2012 al 2018 aveva guidato proprio Fendi, facendole superare per la prima volta, nel 2017, un miliardo di dollari di vendite. Da Fendi, Beccari aveva puntato sulla comunicazione digitale, aveva tagliato le linee più economiche rafforzando l’identità di lusso del marchio e aveva esaltato il legame con Roma, anche grazie a una sfilata, diventata ormai famosa, davanti alla fontana di Trevi.

– Leggi anche: La sfilata di Fendi davanti alla Fontana di Trevi

Scegliendo Jones, un uomo bianco di mezza età, LVMH e Fendi si espongono anche a numerose critiche, in un momento storico in cui la moda chiede più inclusione e diversità. Per esempio si era parlato a lungo di affidare la direzione creativa del marchio a una donna, a partire da Maria Grazia Chiuri di Dior, oppure di lasciare tutto in mano a Silvia Venturini Fendi. È anche vero che Jones è molto attento a quel che succede fuori dalle passerelle, compreso il movimento del Black Lives Matter (le proteste per i diritti delle persone nere negli Stati Uniti): a luglio Chiuri era stata criticata perché aveva scelto per la collezione di haute couture (l’alta moda francese) solo modelle bianche; qualche giorno dopo Jones aveva presentato la collezione maschile facendola indossare solo a modelli neri.

Anche la decisione di dare lo stesso marchio in mano a due stilisti diversi è una novità rispetto alla tendenza di affidare l’estetica di un’azienda al gusto assoluto e uniformante di un singolo direttore creativo, diventato una sorta di guru (come scriveva Vanessa Friedman del New York Times a proposito di Alessandro Michele di Gucci). Potrebbe aprire una nuova fase nella moda: da Valentino ha funzionato a lungo la coppia Chiuri e Pierpaolo Piccioli e ora Raf Simons, come dicevamo, affiancherà la storica direttrice creativa Miuccia Prada.

Accettando l’incarico, anche Jones dovrà affrontare un argomento spinoso: come ripensare le pellicce, che sono al centro della tradizione e delle vendite di Fendi. Il primo a farlo fu lo stesso Lagerfeld che sostituì le pesanti e ingessate pellicce della borghesia romana degli anni Sessanta con versioni sintetiche, divertenti, imprevedibili e colorate (le cosiddette fun fur). Lagerfeld organizzò anche sfilate interamente dedicate alle pellicce, che aveva ribattezzato haute fourrure (un gioco di parole con haute couture). Il mercato delle pellicce è in crescita in Cina e nel Sud Est asiatico ma è sempre più in crisi in occidente: per motivi etici, se si tratta di pelo di animale, e ambientalisti, se si tratta di quelle sintetiche. La California, per esempio, ha vietato la vendita di vestiti e accessori in pelo di animale e molte aziende di moda, come Prada, Gucci e Versace, hanno detto che non lo useranno più nelle loro collezioni. Nel 2018 anche Fendi aveva abbandonato le haute fourrure e presentato una collezione con pochissime pellicce di animale e usando soprattutto quelle sintetiche.

– Leggi anche: Sono meglio le pellicce sintetiche o di pelo di animale?

Oltre alle pellicce, i punti di forza di Fendi sono la pelletteria, gli accessori e soprattutto le borse, a partire dalla Baguette, una borsetta da portare sottobraccio disegnata nel 1997 da Silvia Venturini Fendi. Fu invece sempre Lagerfeld a inventare il monogramma con la doppia F (che sta per fun fur), e che ancora ricopre le camicie, le borsette e le calze portate dagli influencer di oggi, a partire da Chiara Ferragni. Nel 1977 Lagerfeld lanciò anche la prima collezione di ready-to-wear, trasformando Fendi da azienda a conduzione familiare in un marchio di lusso famoso in tutto il mondo.

 

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