• Moda
  • mercoledì 3 ottobre 2018

La moda di cui si parla si è vista a Parigi

Dalle stroncature a Hedi Slimane all'ormai prevedibile successo di Gucci: le cose da sapere

Una modella alla sfilata di Thom Brown, Parigi, 30 settembre 2018 (BERTRAND GUAY/AFP/Getty Images)

La Settimana della moda di Parigi, che si è tenuta dal 24 settembre al 3 ottobre, ha concluso la stagione in cui, iniziando a New York e proseguendo a Londra e Milano, le aziende più rilevanti al mondo hanno presentato le loro collezioni per la primavera/estate 2019. Quest’anno Parigi era forse l’appuntamento più atteso: lo è sempre per la concentrazione di marchi di moda consolidati come Chanel, Christian Dior, Louis Vuitton, Saint Laurent e Valentino – che pur essendo italiano sfila a Parigi –, per innovatori come Balenciaga, Off White, Comme des Garçons e Maison Margiela sotto la guida di John Galliano, e per altri molto amati dalle donne come Stella McCartney, la nuova Givenchy di Clare Waight Keller e Celine. Quest’anno lo è stato ancora di più per la decisione di Alessandro Michele, direttore creativo di Gucci, di sfilare a Parigi, e per il debutto di Hedi Slimane alla guida di Celine.

Questa è stata la sfilata più commentata e stroncata della stagione, per tre principali motivi. Phoebe Philo aveva guidato Celine per dieci anni diventando la stilista che disegnava gli abiti e gli accessori, soprattutto le borse, che le donne desideravano: fluidi, raffinati, luminosi, adatti alla vita quotidiana ma senza perdere classe e originalità. Il francese Hedi Slimane, scelto come suo successore, è quanto di più lontano: le su modelle sono magrissime e al limite dell’anoressia, gli abiti cortissimi, attillati, quasi sempre neri.

Divenne famoso alla guida della linea maschile Dior Homme dove sostituì modelli muscolosi e sexy con adolescenti emaciati – Karl Lagerfeld disse di aver perso 40 chili in un anno per poter entrare in uno dei suoi completi – e poi dal 2012 al 2016 fu il direttore creativo di Yves Saint Laurent, che rivoluzionò a partire dal nome, soltanto Saint Laurent. Lo stesso ha fatto da Celine, che prima del suo arrivo si chiamava Céline, con l’accento, dove ha riproposto esattamente lo stesso stile con cui aveva fatto fortuna da Saint Laurent. Stavolta però non è piaciuto perché erano cose già viste, perché i fan di Philo si aspettavano qualcosa in linea con il suo lavoro e per l’atmosfera politica e culturale generale. La collezione è stata vista come maschilista, incurante dei diritti delle donne trattate come oggetti sessuali ed estetici, con solo modelle magrissime, bianche e giovani: c’è chi ha addirittura definito Slimane il Donald Trump della moda, e lo ha accusato di sposare i valori del Partito Conservatore, mentre lui faceva sfilare in passerella modelli che indossavano completi unisex.

Una modella sfila per Thom Browne, Parigi, 30 settembre 2018
(Francois Durand/Getty Images)

Gucci ha fatto il solito Gucci e ha ottenuto consensi e ammirazione: quello che è riuscito a creare è un fenomeno culturale di massa, di cui lui è diventato il guru. Saint Laurent, dove lo stilista Anthony Vaccarello segue la linea del predecessore Slimane, ha annoiato, mentre Balenciaga e Maison Margiela hanno rotto tabù e immaginato nuovi mondi, mentre l’ammirata Rei Kawakubo, fondatrice di Comme des Garçons, ha ammesso una certa indecisione su dove stia andando la moda ora. Rick Owens ha bruciato una torre di Tatlin davanti al Palais de Tokyo, Balmain ha riportato in passerella Cara Delevingne e per il resto ha fatto le solite cose, Thom Browne è stato surreale e sottilmente inquietante, con modelle impacchettate e imprigionate in colori pastello, cappelli a cono e a forma di frutta, e ricami leziosi. Chanel ha fatto sfilare le sue modelle a piedi nudi su una spiaggia artificiale, Christian Dior le ha trasformate in ballerine, Valentino ha fatto abiti semplicemente belli, e basta.

La sfilata di Christian Dior, Parigi, 24 settembre
(Pascal Le Segretain/Getty Images)

Mostra commenti ( )