Giuseppe Conte e Ursula von der Leyen a Bruxelles il 4 febbraio 2020 (AP Photo/Virginia Mayo)

Calma: l’Italia non ha ancora ottenuto 172 miliardi dall’Europa

La proposta della Commissione Europea sul Fondo per la ripresa è solo una proposta, che dovrà essere negoziata e probabilmente cambierà

Giuseppe Conte e Ursula von der Leyen a Bruxelles il 4 febbraio 2020 (AP Photo/Virginia Mayo)

Stamattina diversi giornali italiani hanno celebrato la proposta avanzata ieri pomeriggio dalla Commissione Europea sul Fondo per la ripresa, il principale strumento europeo per sostenere la ripresa economica dopo il picco della pandemia da coronavirus. I titoli in prima pagina parlano di 172 miliardi di euro «strappati» dall’Italia e di un «via libera» al piano complessivo. In realtà quella della Commissione è soltanto una proposta di partenza, che sarà negoziata dai governi dei singoli paesi nelle prossime settimane: di conseguenza le cifre potrebbero cambiare – e quasi sicuramente lo faranno, conoscendo come funzionano i negoziati europei – e non saranno a disposizione del governo italiano nel brevissimo termine.

La proposta della Commissione è stata lodata in maniera trasversale da analisti e osservatori per la sua ambizione, e per avere messo sul tavolo ulteriori aiuti rispetto al compromesso trovato la settimana scorsa da Francia e Germania. Secondo tabelle interne diffuse dalla Commissione, la proposta prevede che l’Italia sia il principale beneficiario del Fondo: se il piano sarà approvato senza alcuna modifica riceverà 81,8 miliardi di sussidi a fondo perduto e 90,9 miliardi di prestiti a tasso agevolato, cioè in tutto circa 172 miliardi sui 750 previsti dal Fondo.

In realtà parliamo di una cifra indicativa, che potrebbe cambiare molto nelle prossime settimane, per non parlare dei prossimi anni.

La prima cosa da capire è che la proposta della Commissione Europea è soltanto una proposta. L’iter legislativo europeo prevede che le misure più articolate siano approvate da tutte le istituzioni: il Fondo dovrà quindi passare dal Parlamento Europeo – che dovrebbe approvarlo senza patemi – ma anche dal Consiglio Europeo, l’organo che comprende i capi di stato e di governo dell’Unione, e più tardi limato dal Consiglio dell’Unione Europea, dove si radunano i ministri competenti per ciascun tema. Nelle ultime due sedi, in particolare, le regole europee prevedono che ogni misura più delicata sia approvata all’unanimità. Diversi osservatori sono convinti inoltre che il Fondo abbia una portata così rilevante che dovrà ricevere l’approvazione anche dei singoli parlamenti nazionali.

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In ognuno di questi passaggi la proposta della Commissione potrebbe subire importanti modifiche sui punti più delicati, sui quali si sta già discutendo da mesi: la disponibilità totale del Fondo, il modo con cui raccogliere i soldi e distribuirli e le condizioni da chiedere agli stati. «La convinzione più diffusa è che sulla strada dell’unanimità rimangano ostacoli enormi», ha commentato il Financial Times poche ore dopo l’annuncio della Commissione.

Nei giorni scorsi i paesi europei più conservatori dal punto di vista economico – Austria, Paesi Bassi, Danimarca e Svezia – avevano avanzato una proposta molto meno ambiziosa rispetto al compromesso raggiunto fra Francia e Germania, e dopo la proposta della Commissione hanno ribadito le proprie perplessità.

«C’è il rischio che la proposta comporti un aumento del contributo della Svezia al bilancio europeo», ha detto il primo ministro svedese Stefan Löfven. «Le posizioni sono molto distanti e occorre l’unanimità: i negoziati richiederanno tempo ed è difficile immaginare che questa proposta sarà quella definitiva», ha ipotizzato un diplomatico olandese parlando con Politico.

I paesi più conservatori chiedono inoltre che il Fondo abbia una disponibilità inferiore ai 750 miliardi previsti dalla Commissione, e che l’Unione Europea non raccolga i soldi sui mercati finanziari emettendo debito e non distribuisca i soldi raccolti a fondo perduto ma soltanto tramite prestiti, come invece prevede la proposta annunciata ieri. I quattro paesi sostengono inoltre che l’Unione Europea debba imporre precise limitazioni sull’utilizzo dei soldi del Fondo, e che i principali beneficiari si impegnino a misure di controllo del proprio bilancio.

È inevitabile che alcune di queste richieste verranno esaudite: per approvare il Fondo servono i voti di tutti, e la Commissione e i governi più coinvolti nei negoziati – Germania e Francia, per ora – potrebbero ridurre la disponibilità totale del Fondo, oppure introdurre stringenti meccanismi di sorveglianza sui paesi beneficiari. La proposta della Commissione contiene già alcune misure che piacciono molto ai paesi conservatori, come una proposta piuttosto contenuta per il budget pluriennale dell’Unione Europea e soprattutto la conservazione dei rebates, cioè in sostanza degli sconti sui contributi al bilancio comunitario pattuiti dai paesi del Nord.

Diversi osservatori sono convinti che la pressione esercitata dagli altri paesi per approvare il Fondo sarà così potente da convincere anche i più conservatori. Come in ogni negoziato europeo, però, ogni paese dovrà ottenere qualcosa da rivendicare davanti alla propria opinione pubblica, anche di simbolico. Il loro approccio non è causato da una particolare cattiveria ma da una storica diffidenza del proprio elettorato nei confronti dei paesi del Sud, accusati di spendere moltissimi soldi pubblici in costosi e inefficienti apparati statali: con qualche ragione, in alcuni casi.

Anche l’avanzo primario è stato rivisto al rialzo: è il valore che misura la differenza tra entrate e uscite dello Stato prima del pagamento degli interessi sul debito (misura in sostanza quante risorse uno stato “preleva” dall’economia per pagare il proprio debito pubblico).

Anche la Commissione Europea, inoltre, potrebbe imporre alcune condizioni ai principali beneficiari, di natura meno politica ma non per questo meno difficili da realizzare. Federico Fubini, vicedirettore del Corriere della Sera con un passato da corrispondente a Bruxelles, sostiene per esempio che la Commissione chiederà all’Italia «una giustizia civile certa nei tempi e negli esiti e un’amministrazione che venga messa in grado di funzionare», in modo da spendere nella maniera più efficiente i fondi che arriveranno.

Poi c’è la questione dei tempi. I governi nazionali dovrebbero discutere la proposta della Commissione nelle prossime settimane in modo da arrivare con una bozza di accordo al Consiglio Europeo del 19 giugno. Molti temono che ci vorrà più tempo per trovare un compromesso, e si parla già di un nuovo Consiglio da tenere a luglio.

Se anche la proposta verrà approvata nella forma chiesta dalla Commissione e nei tempi previsti, difficilmente i soldi del Fondo saranno distribuiti prima del 2021. «Il punto più debole del piano è l’assenza di soldi freschi per i paesi del Sud entro il 2020», ha commentato l’analista Mujtaba Rahman, che lavora per la società di consulenza Eurasia Group.

La proposta della Commissione ha legato il Fondo al nuovo bilancio pluriennale dell’Unione, che sarà in vigore dal 2021 e dal 2027 e deve ancora essere approvato. Per avviare il Fondo entro il 2020, come chiesto insistentemente da diversi paesi fra cui l’Italia, la Commissione ha proposto ai singoli paesi di anticipare 11,5 miliardi di euro dai contributi che verseranno entro il 2027. I governi nazionali sono sempre stati riluttanti ad anticipare o aumentare il proprio contributo all’Unione Europea, e difficilmente le cose cambieranno nel breve termine.

A prescindere da quando partirà il Fondo, infine, ci vorranno mesi e in alcuni casi anni perché i soldi arrivino a destinazione, a meno di procedure d’urgenza. Lo ha scritto sulla rivista La porta di vetro Daniele Viotti, ex parlamentare europeo del Partito Democratico che in passato si è occupato spesso di questioni di bilancio. «Dopo l’approvazione del bilancio pluriennale la Commissione Europea, con le sue Direzioni Generali, dovrà scrivere le regole e le norme per accedere a questi fondi, dovranno probabilmente essere fatti dei bandi, andrà lasciato tempo agli Stati, alle autorità locali, alle Università e alle imprese di scrivere le proprie proposte che poi dovranno essere valutate e finanziate».