diplomazia-mascherine-cina
Un carico di forniture mandato all'aeroporto di Madrid dalla Cina, 5 aprile 2020 (Comunidad de Madrid via Getty Images)
  • Mondo
  • domenica 26 Aprile 2020

La diplomazia delle mascherine

Per rimediare al danno di immagine per la gestione iniziale dell'epidemia – e colmare il vuoto lasciato dagli Stati Uniti – ora la Cina si sta prodigando in aiuti internazionali

diplomazia-mascherine-cina
Un carico di forniture mandato all'aeroporto di Madrid dalla Cina, 5 aprile 2020 (Comunidad de Madrid via Getty Images)

Il concetto di soft power è molto noto grazie a Joseph Nye, il politologo statunitense che ne parlò per primo. Nel 1990 Nye scriveva: «Quando un paese convince gli altri paesi a volere le sue stesse cose si può parlare di soft power o potere di cooptare, in contrasto con hard power o command power, di cui si parla quando un paese ordina agli altri di fare ciò che il paese vuole». Secondo Nye si può arrivare a co-optare gli altri stati attraverso la diffusione dei propri valori culturali e politici, come fecero gli Stati Uniti durante la Guerra fredda attraverso aiuti economici, l’esportazione di film, programmi televisivi e beni di consumo, ma anche con vera e propria propaganda.

Negli ultimi decenni diversi altri paesi hanno provato a sfruttare questa particolare forma di potere, con l’obiettivo di estendere la loro influenza al di fuori dei propri confini. La Cina è uno dei paesi che sta investendo di più in questo senso – lo stesso Nye scrisse di «soft power cinese» già nel 2005 – e sta continuando a farlo anche durante l’attuale pandemia da coronavirus, peraltro iniziata proprio in Cina. Da quando il virus si è diffuso in tutto il mondo, la Cina si è attivata inviando attrezzature, dispositivi di sicurezza e assistenza medica a diversi paesi: questa propensione ad aiutare gli altri paesi è stata definita dai giornali e dagli analisti del settore face mask diplomacy, o “diplomazia delle mascherine”.

Cosa sta facendo la Cina

All’epoca dei primi contagi, a gennaio, le autorità della provincia dello Hubei – dove erano stati registrati i primi casi – sottostimarono le dimensioni dell’epidemia: come reazione il governo centrale di Pechino rimosse i capi locali del partito e criticò apertamente la gestione iniziale del contagio, ma in realtà, secondo quanto ricostruito dal Wall Street Journal, il presidente cinese Xi Jinping era informato almeno dal 7 gennaio su quanto stava accadendo e avrebbe una parte di responsabilità. Tutto questo ha suscitato diverse critiche nei confronti della Cina.

Per rimediare al danno di immagine, la Cina ha cominciato ad attuare un programma di aiuti e forniture verso i paesi di diversi continenti: dai vicini asiatici al Sud America, passando per molti paesi europei (compresa la stessa Unione Europea) e africani. Gli aiuti consistono nell’invio di macchinari per la respirazione, mascherine e kit per i tamponi, ma anche in esperti e personale medico per aiutare con il contenimento dei contagi nei vari paesi. In alcuni casi sono donazioni da parte di fondazioni – come quella del fondatore miliardario di Alibaba, Jack Ma – ma molto spesso sono semplici forniture da parte di imprese, acquistate da chi le riceve.

Carico di mascherine proveniente dalla Cina a Rho Fiera Milano (ANSA)

Non è una novità l’utilizzo della solidarietà come strumento diplomatico: in un certo senso è la stessa cosa che fecero gli americani con il Piano Marshall dopo la Seconda guerra mondiale, grazie al quale venne ricostruita mezza Europa e che allo stesso tempo evitò che il comunismo si diffondesse nei paesi dell’Europa occidentale. È anche la stessa cosa che fa Cuba con i medici che invia in diversi paesi del mondo.

– Leggi anche: In Pakistan, alla fine, comandano i religiosi

Inoltre, come dicevamo, la Cina da tempo lavora per estendere la sua influenza all’estero: il progetto più significativo di questa volontà è la Belt and Road Initiative (BRI), nota impropriamente come “nuova via della seta”, l’enorme piano di investimenti in infrastrutture e logistica che punta a unire più continenti. La BRI è il perno centrale di un piano di espansione che prevede la realizzazione di una rete di relazioni economiche dipendenti dalla Cina. Secondo i critici, questo piano consiste in una specie di “trappola del debito”, dato che gli investimenti e i prestiti della Cina, anche se fatti a condizioni agevolate, finiscono per indebitare gli stati riceventi e renderli subalterni e dipendenti dalla Cina.

Il risentimento nei confronti della Cina per come ha gestito la fase iniziale dell’epidemia di COVID-19, la malattia causata dal coronavirus, rischia di creare un terreno sfavorevole al piano di investimenti della BRI: la “diplomazia delle mascherine”, quindi, è un tentativo di migliorare la reputazione della Cina sia nelle società dei vari paesi che tra le élite politiche.

La risposta dell’Europa

Gli stati europei non hanno reagito in maniera uniforme agli aiuti cinesi. Alcuni paesi hanno rifiutato alcuni carichi perché non conformi ai loro standard di sicurezza: è successo in Spagna, Paesi Bassi e Turchia, con mascherine difettose e kit di tamponi ritenuti inefficaci nel riconoscere la presenza del coronavirus. Altri invece li hanno accolti con entusiasmo, ostentando riconoscenza verso il presidente cinese Xi Jinping: è il caso di paesi dell’Europa orientale come Serbia, Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca.

In particolare il presidente della Serbia, Aleksandar Vucic, ha sottolineato pubblicamente come gli aiuti cinesi siano stati più consistenti di quelli europei – non fornendo nessun dato – e ha definito Xi Jinping «un fratello». Al momento dell’arrivo delle forniture, Vucic è stato ripreso mentre baciava la bandiera serba e quella cinese. La Serbia non è membro dell’Unione Europea, ma è tra quei paesi che hanno chiesto di farne parte: le trattative sono in corso dal 2009.

Un atteggiamento simile l’hanno avuto l’Ungheria, notoriamente critica verso le istituzioni europee nonostante ne sia membro, e la Polonia. La Cina nega che ci siano scopi politici dietro le forniture, ma come scrive la rivista The Diplomat, uno degli obiettivi della “diplomazia delle mascherine” sembra essere attrarre i paesi meno coinvolti nella NATO e critici verso l’Unione Europea, cioè i paesi del cosiddetto “gruppo di Visegrad” e in generale gli stati dell’Est Europa.

All’inizio di aprile la Cina ha mandato aiuti anche all’Unione Europea, che li ha dirottati verso l’Italia: erano 2 milioni di mascherine chirurgiche, 200mila mascherine modello N95 e 50mila kit di tamponi. In quel caso il commissario europeo per la gestione della crisi, Janez Lenarcic, aveva espresso gratitudine per la generosità cinese. Tuttavia, ci sono stati anche messaggi meno morbidi nei confronti della Cina: a fine marzo l’Alto rappresentante della politica estera europea Josep Borrell ha criticato i detrattori dell’Unione Europea, parlando anche della Cina. In un post sul suo blog ufficiale, ha scritto che la Cina sta «promuovendo con forza il messaggio secondo cui, a differenza degli Stati Uniti, sarebbe un partner affidabile e responsabile. Nella battaglia tra le narrazioni, abbiamo visto anche tentativi di screditare l’Unione stessa». Borrell ha anche aggiunto che l’Europa deve essere consapevole del fatto che c’è «una lotta per l’influenza attraverso la propaganda e la “politica della generosità”».

Il vuoto lasciato dagli Stati Uniti

In parte la “diplomazia delle mascherine” della Cina è possibile grazie al ridimensionamento del ruolo degli Stati Uniti sul piano internazionale, un processo in corso da quando l’Unione Sovietica collassò nel 1991 stravolgendo l’equilibrio vigente fino a quel momento, e che è accelerato negli ultimi due decenni, a seguito delle disastrose campagne militari in Afghanistan e in Medio-Oriente.

La situazione si è complicata ancora di più con la presidenza di Donald Trump: nonostante sia difficile individuare una linea coerente della sua politica estera, Trump ha più volte dimostrato di volersi disimpegnare dal tradizionale coinvolgimento degli Stati Uniti in Europa e nella NATO. Anche se spesso manda messaggi contraddittori e torna su alcune sue idee, nel corso del suo mandato Trump ha dato prova di grande discontinuità rispetto al passato: un esempio di tutto ciò è un comunicato che fece due anni fa, una specie di manifesto della sua politica estera, imperniato solo sulla difesa degli interessi statunitensi.

– Leggi anche: Trump vuole iniettare il disinfettante ai malati per sconfiggere il coronavirus

Le relazioni tra Stati Uniti e Cina, peraltro, erano tese già prima dell’epidemia, ma dopo sono se possibile peggiorate. Entrambi i paesi si sono accusati a vicenda: il vicepresidente Mike Pence ha detto che gli Stati Uniti – che ora sono il paese con il più alto numero di contagi al mondo – avrebbero gestito meglio l’epidemia se la Cina fosse stata più collaborativa; la portavoce del ministero degli Esteri cinese, Hua Chunying, ha risposto sottolineando che gli americani chiusero i confini con la Cina a inizio febbraio: «cosa hanno fatto gli Stati Uniti nei due mesi successivi?», ha aggiunto.

Come hanno risposto gli altri paesi

I paesi dell’Asia come le Filippine, il Giappone, il Myanmar e il Pakistan hanno accolto con favore gli aiuti cinesi e non ne hanno criticato la politica estera. Molti di questi paesi hanno sviluppato una dipendenza dal commercio con la Cina e dalle forniture, quindi non hanno alcun interesse a criticarla per come ha gestito inizialmente l’epidemia. Piuttosto, hanno cercato di evidenziare lo sforzo di aver messo in isolamento decine di milioni di persone.

Tra i paesi asiatici in cui la “diplomazia delle mascherine” della Cina non sembra aver fatto presa, però, c’è l’India. Ufficialmente il governo indiano non ha espresso nessun dissenso nei confronti della politica estera cinese, ma un sondaggio riportato dalla rivista The Atlantic indica che il 65 per cento degli indiani partecipanti non credono al fatto che la COVID-19 in Cina sia stata contenuta del tutto, né ritengono attendibili le dimensioni dell’epidemia comunicate dalla Cina.

– Leggi anche: Perché non ci sono vaccini contro i coronavirus

In ogni caso, anche l’India si trova in una situazione di dipendenza dagli aiuti cinesi, perciò il governo non mostra apertamente scetticismo o diffidenza verso la politica estera della Cina.

E l’Italia?

L’Italia è stato il primo paese europeo a chiudere il traffico aereo da e per la Cina, quando ancora i contagi in Europa non erano diffusi. Inoltre, sempre quando l’epidemia era circoscritta nello Hubei, non è stata tra i primi paesi a inviare aiuti alla Cina.

Nonostante questo, la Cina ha cominciato già a metà marzo a inviare le prime forniture di attrezzature, dispositivi di sicurezza ed esperti a supporto, annunciandolo attraverso le agenzie di stampa e l’ambasciata di Pechino in Italia. Successivamente le forniture sono proseguite: si trattava perlopiù di normali vendite di macchinari, mascherine e kit per i tamponi, ma in alcuni casi erano effettivamente donazioni, come quella avvenuta alla Croce Rossa Italiana. 14 milioni di mascherine sono state trasportate con aerei passeggeri da Alitalia, che lo ha a sua volta raccontato in un video promozionale.

Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, di fronte alle forniture e alle donazioni della Cina, si è espresso con gratitudine, dedicando loro diversi post su Facebook e video in diretta dai toni entusiasti, cosa che gli ha attirato le critiche di una parte del partito con cui Di Maio è attualmente al governo, il Partito Democratico, che lo ha accusato di essere troppo morbido nei confronti della Cina e di fare gli interessi di Pechino che vorrebbe «dividere l’Occidente».