Una preghiera del venerdì a Peshawar, Pakistan, 10 aprile (AP Photo/Muhammad Sajjad)
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  • giovedì 23 Aprile 2020

In Pakistan, alla fine, comandano i religiosi

Diversi influenti imam hanno ottenuto dal governo di tenere aperte le moschee durante il Ramadan, nonostante i rischi legati all'epidemia da coronavirus

Una preghiera del venerdì a Peshawar, Pakistan, 10 aprile (AP Photo/Muhammad Sajjad)

Sabato scorso il governo del Pakistan ha ceduto alle richieste dei partiti religiosi e di alcuni degli imam più influenti del paese stabilendo che le moschee potranno rimanere aperte durante il Ramadan, nonostante le misure restrittive adottate su tutto il territorio nazionale per limitare la diffusione del coronavirus. Il Ramadan, che in Pakistan inizierà alla fine di questa settimana, è il mese sacro per la religione musulmana, quando milioni di persone vanno nelle moschee per pregare, prima di riunirsi con famiglie e amici dopo il tramonto per mangiare e festeggiare insieme. La decisione del governo è arrivata a seguito di grandi pressioni dei religiosi, che in Pakistan sono estremamente potenti e da decenni sono appoggiati dall’esercito.

Il governo ha stabilito venti regole che dovranno essere rispettate nelle moschee: per esempio i fedeli dovranno mantenere tra loro una distanza minima di circa due metri e dovranno portare i propri tappettini per la preghiera. Secondo i critici, però, le misure non sarebbero sufficienti: lasciare aperte le moschee potrebbe accelerare in maniera significativa l’epidemia nel paese, hanno scritto i giornalisti Maria Abi-Habib e Zia ur-Rehman sul New York Times.

Secondo i dati ufficiali diffusi dal governo, in Pakistan le persone contagiate dal coronavirus sono 10.100 e i morti 210; i numeri reali, però, potrebbero essere molto più alti.

Le pressioni da parte dei religiosi sul governo sono iniziate diverse settimane fa. Tra le misure adottate inizialmente, per esempio, c’era il divieto di andare in moschea per la preghiera del venerdì, ma diversi religiosi avevano convinto i fedeli a violare le regole, scontrandosi anche con le forze di sicurezza impiegate nelle strade di diverse città pakistane. A Karachi, la città più grande del Pakistan, i fedeli avevano tirato pietre contro i poliziotti che volevano bloccarli sulla strada per la moschea.

Nonostante le moschee siano un perfetto vettore per la diffusione del coronavirus, diversi imam pakistani continuano a sostenere che gli obblighi religiosi non debbano essere abbandonati. Il religioso Maulana Ataullah Hazravi, di Karachi, ha detto al New York Times che le moschee dipendono ampiamente dalle donazioni che i fedeli fanno durante il Ramadan, ed è anche per questo che molti leader religiosi si rifiutano di chiuderle. Husnul Amin, docente di Islam e politica a Islamabad, la capitale del Pakistan, ha detto: «I religiosi non vogliono perdere il controllo sociale e politico sulla società. Hanno paura che se i musulmani non vanno in moschea, loro perderanno quel potere, e quell’influenza».

L’estrema influenza dei religiosi sul potere politico è un tema di cui si discute da moltissimi anni in Pakistan.

I leader religiosi pakistani si rafforzarono molto durante gli anni Ottanta, quando l’esercito appoggiò lo sforzo delle moschee di indottrinare jihadisti da mandare a combattere la guerra che l’Afghanistan stava facendo contro l’Unione Sovietica, paese che occupava il territorio afghano dal 1979. Dopo la fine della guerra, diversi governi che avevano appoggiato l’Afghanistan cercarono di riportare i propri religiosi sotto controllo, riconoscendo il pericolo che avrebbero potuto rappresentare per lo stato. In Pakistan le cose andarono in maniera diversa: l’esercito continuò a usare i religiosi come strumento per aumentare la propria influenza sia nella politica interna che nella politica estera.

«L’esercito ha creato un mostro che non è più in grado di controllare», ha detto Husnul Amin.

L’influenza dei leader religiosi sul governo è stata di nuovo molto evidente fin dai primi giorni dell’insediamento a primo ministro di Imran Khan, leader del Movimento per la giustizia del Pakistan (PTI), partito centrista e islamista fondato nel 1996. Nel novembre 2018, per esempio, il governo di Khan fu molto criticato per avere raggiunto un accordo con un partito radicale islamista per fermare le proteste che andavano avanti da giorni relative a una sentenza della Corte suprema su un caso di blasfemia. Anche in quell’occasione, Khan fu accusato dai suoi critici di essersi arreso agli islamisti radicali.