(Chung Sung-Jun/Getty Images)
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  • domenica 5 Aprile 2020

Il metodo della Corea del Sud

Facendo moltissimi test e con una politica estensiva di "contact tracing" il paese sembra riuscito a fermare il contagio senza imponenti quarantene

(Chung Sung-Jun/Getty Images)

Quando alla fine di gennaio è divenuto chiaro in tutto il mondo che era in corso una pericolosa epidemia causata da un nuovo coronavirus estremamente contagioso, in molti pensarono che dopo la Cina, la vittima successiva sarebbe stata la Corea del Sud. I due paesi non condividono un confine terrestre, ma sono importanti partner commerciali e i cinesi costituiscono quasi la metà di tutti i turisti che arrivano in Corea del Sud. Nei primi giorni di febbraio la previsione sembrò realizzarsi: i casi di COVID-19 in Corea del Sud passarono in pochi giorni da qualche decina a oltre cinquemila.

Dalla fine di febbraio, però, la crescita dei contagi in Corea del Sud si è arrestata; da settimane il numero di casi di COVID-19 è stabile a poco meno di 10 mila (i morti causati dalla malattia sono stati 169). Dopo essere stata per settimane il paese più colpito dopo la Cina, oggi la Corea del Sud è stata superata per numero di contagi e morti da gran parte d’Europa e dagli Stati Uniti. Il paese sembra essere riuscito a contenere il contagio in una fase ancora iniziale, ed è riuscito a farlo senza imporre imponenti misure di quarantena ma grazie a un’estesa politica di tamponi e un sofisticato tracciamento dei contagi.

Gli sforzi per testare il numero più alto possibile di persone da parte della Corea del Sud e della Cina sono stati esplicitamente lodati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Al momento la Corea del Sud ha realizzato circa 431 mila test, circa uno ogni cento abitanti. Ma mentre in paesi come l’Italia i test vengono utilizzati per identificare e isolare i casi più gravi (nel nostro paese la politica ufficiale sarebbe invece di testare soltanto i sintomatici, e fino a poche settimane fa solo i plurisintomatici), in Corea del Sud si testano anche decine di migliaia di casi asintomatici e semplicemente sospetti.

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In un suo recente articolo, il Wall Street Journal ha descritto un episodio che nelle ultime settimane è divenuto piuttosto comune in Corea del Sud. A metà marzo Kang Min-kyung, un’impiegata di 30 anni che vive nella capitale Seul, tornando dal lavoro ha trovato un biglietto appeso alla sua porta: le autorità sanitarie locali le chiedevano di sottoporsi a un test, visto che uno dei suoi condomini si era rivelato positivo.

Questa pratica, individuare ed eventualmente sottoporre ai test tutte le persone che sono state esposte al contatto con una persona infetta, si chiama “contact tracing”, che significa grossomodo “tracciamento dei contatti” ed è la forma di contenimento più aggressiva che si possa mettere in atto contro una malattia infettiva (ed è anche quella raccomandata dall’OMS). Andando a cercare i casi positivi uno per uno, è possibile isolare rapidamente gli infetti, prima che abbiano il tempo di contagiare altre persone.

Il “contact tracing” inizia con la collaborazione delle persone infette, a cui, una volta identificate, viene chiesto quali luoghi hanno frequentato nei giorni precedenti, ma in Corea del Sud si avvale anche di leggi sulla tutela della privacy piuttosto deboli (e nelle quali nuove eccezioni sono state introdotte in queste settimane). Le autorità sanitarie possono usare le immagini delle telecamere di sicurezza, i dati delle carte di credito e quelli degli smartphone per ricostruire gli spostamenti effettuati dalle persone contagiate.

Le informazioni vengono poi rese pubbliche tramite un’apposita app per smartphone, in modo che chiunque si sia trovato a passare negli stessi posti nello stesso momento di un contagiato abbia la possibilità di farsi visitare. È una strategia costosa in termini di risorse che bisogna investire nel personale medico addetto ai tamponi e nella capacità di analisi dei laboratori. In poco tempo la Corea del Sud è arrivata a poter analizzare oltre 20 mila tamponi al giorno e impiega migliaia di operatori sanitari per realizzare i tamponi. Al momento, effettuare un test impiega dieci minuti e i risultati arrivano nel giro di sei ore.

I test vengono effettuati in centri appositi, dove si può ricevere un tampone senza scendere dalla propria automobile, oppure in una specie di cabina telefonica, in cui l’operatore sanitario rimane protetto dietro a un vetro.

Anche l’Italia ha effettuato un elevato numero di tamponi, oltre 600 mila secondo i dati ufficiali (è un numero che va preso con cautela visto che a differenza della Corea del Sud in Italia vengono contati anche i tamponi rifatti alle stesse persone per accertarsi che siano guarite), ma questa cifra è stata raggiunta più lentamente che in Corea del Sud e di fronte a un’epidemia molto più estesa: i contagi accertati in Italia sono oltre 110 mila – e quelli non accertati più di un milione – contro i poco meno dei 10 mila della Corea del Sud.

Altri due numeri aiutano a capire la particolarità della strategia coreana: in Italia circa un quinto dei test è risultato positivo, mentre in Corea la percentuale dei positivi sul totale dei test è di appena il 4 per cento. Inoltre in Corea del Sud quasi la metà dei casi positivi individuati ha meno di 40 anni, mentre in Italia la stessa fascia d’età rappresenta solo il 12 per cento del totale. Questo significa che nel nostro paese i tamponi hanno sostanzialmente confermato casi noti in persone in età a rischio, mentre in Corea del Sud i test sono stati fatti in maniera estesa e in moltissimi casi a persone che erano soltanto sospettate di essere entrate in contatto con fonti di contagio.

Anche grazie a questa strategia, la Corea del Sud ha potuto evitare di imporre pesanti misure di quarantena, come è avvenuto in Europa e negli Stati Uniti. Il governo ha raccomandato la chiusura di palestre, teatri, cinema, la sospensione delle funzioni religiose e ha consigliato alle aziende di incentivare il lavoro da casa. L’apertura delle scuole è stata rimandata al 6 aprile e sono stati imposti severi controlli agli aeroporti. Numerosi ristoranti e negozi hanno deciso di chiudere autonomamente e nei centri più colpiti, come la città di Daegu, il panorama non è molto diverso da quello che si può trovare in una qualsiasi città europea. Ma per il momento la chiusura generalizzata di tutte le attività non essenziali è stata evitata.

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Secondo molti il successo della Corea del Sud nel contenere l’epidemia si deve alla rapidità con cui il governo ha reagito, ma c’è anche una componente dovuta alla fortuna. Il primo focolaio sviluppatosi nel paese era concentrato tra gli aderenti a un gruppo religioso. Se questo all’inizio ha causato dei problemi (i membri del gruppo considerano la malattia un peccato e preferiscono nascondere il fatto che non si sentono bene), alla fine ha di fatto facilitato moltissimo il lavoro di contact tracing: circa 4 mila dei 10 mila coreani infetti sono risultati legati direttamente o indirettamente al gruppo religioso.

Ancora più importante è stato il fatto che la Corea del Sud, come molti altri paesi dell’Asia orientale, partiva con conoscenze e capacità su come affrontare epidemie di coronavirus molto superiori a quelle del resto del mondo. Nel 2003 Corea del Sud, Giappone, Taiwan e Singapore affrontarono la SARS, la prima epidemia causata da un coronavirus, e da allora hanno adottato numerosi protocolli e strutture sanitarie per combattere simili epidemie.

La Corea del Sud, poi, ha sperimentato una grave epidemia di MERS nel 2015. All’epoca la risposta del governo venne considerata fallimentare: 186 persone furono contagiate e 36 furono uccise dalla malattia. In risposta, i governi successivi hanno rafforzato le misure di sicurezza, hanno accumulato scorte di mascherine e altri dispositivi di protezione e potenziato gli strumenti che sarebbero stati necessari per effettuare il contact tracing.

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Grazie a tutti questi fattori, la Corea del Sud è divenuta un modello di contenimento alternativo, apparentemente altrettanto di successo rispetto a quello cinese. Dove questi ultimi hanno adottato un approccio massiccio e spesso brutale, con severe limitazioni alle libertà personali, i coreani hanno preferito una strategia più sofisticata e meno invasiva. Molti paesi in Occidente oggi guardano con interesse al modello coreano e alcuni, come la Germania, hanno iniziato a metterlo in atto, almeno per quanto riguarda la politica dei test estensivi. Serviranno ancora settimane e probabilmente mesi per capire se il successo coreano è destinato a durare anche nel medio e lungo termine e se i tentativi di esportarlo fuori dal paese avranno successo.