Berlino, Germania (AP Photo/Michael Sohn)
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  • martedì 24 Marzo 2020

Perché il tasso di letalità in Germania è così basso

Non c'entra il modo in cui si contano i decessi, bensì l'età media delle persone contagiate: secondo gli epidemiologi comunque le cose cambieranno con l'avanzare dell'epidemia

Berlino, Germania (AP Photo/Michael Sohn)

Dall’inizio dell’epidemia da coronavirus, in Germania sono stati segnalati quasi 30mila casi positivi e 119 morti. La percentuale di decessi tra le persone malate (tasso di letalità) è intorno allo 0,41 per cento ed è tra le più basse in tutto il mondo per la COVID-19, la malattia causata dal coronavirus. In Italia il tasso è al 9,51 per cento, mentre in Cina – dove è iniziata l’epidemia a fine 2019 – il tasso di letalità si sta assestando intorno al 4 per cento. La differenza rispetto alla Germania è notevole, e secondo le analisi svolte finora deriva da numerosi fattori: a cominciare dalla fascia di età più interessata dalla malattia nel paese.

Attualmente la Germania è il quinto paese per numero di casi positivi rilevati, preceduta da Spagna, Stati Uniti, Italia e Cina. Secondo gli epidemiologi, la posizione piuttosto in alto nella classifica deriva dall’alto numero di test che sono stati eseguiti finora dalla popolazione. Le stime più recenti parlano di circa 200mila test condotti in poche settimane, in un paese in cui l’epidemia è iniziata più tardi rispetto all’Italia ed è quindi probabilmente ancora indietro con il numero di contagi. Nel nostro paese finora sono stati svolti 275mila test, in proporzione una quantità inferiore rispetto alla Germania, se rapportiamo il dato al numero di casi positivi rilevati.

Il tasso di letalità esprime la percentuale di persone malate che muoiono a causa di una malattia: se il numero di malati rilevati è molto alto rispetto ai decessi, il tasso di letalità si riduce. Questo spiega in parte lo 0,41 per cento tedesco: l’alto numero di test ha permesso di rilevare molti più casi positivi. In Italia i test sono eseguiti per lo più su pazienti che mostrano già sintomi evidenti, e questo ha fatto sì che i dati ufficiali siano sicuramente in difetto rispetto all’effettiva diffusione del contagio. Lo ha ammesso lo stesso capo della Protezione Civile, Angelo Borrelli, dicendo che «il rapporto di un malato certificato ogni dieci censiti è credibile» (se fosse così, il tasso di letalità in Italia sarebbe inferiore all’1 per cento).

Al di là del metodo con cui sono raccolti i dati, ci sono altri fattori che spiegano la bassa letalità finora in Germania. L’età mediana della popolazione contagiata in Germania è di 47 anni, mentre in Italia è di 63 anni. La differenza è dipesa dalle caratteristiche demografiche dei due paesi e dalle modalità del contagio.

In Germania il coronavirus si è iniziato a diffondere a metà febbraio, soprattutto con il turismo di andata e ritorno da mete nel paese e all’estero dove si tenevano feste per il carnevale, o in luoghi di villeggiatura per la stagione sciistica. Al contagio hanno anche contribuito alcune gite scolastiche, con ragazzini e adolescenti che hanno contratto il coronavirus senza sviluppare particolari sintomi, ma contagiando genitori, familiari e amici. La diffusione della malattia ha quindi interessato una fascia della popolazione più giovane e attiva, almeno nella sua fase iniziale, e questo spiega perché l’età dei malati sia mediamente più bassa e perché ci siano meno decessi: gli individui giovani e adulti sono a minor rischio rispetto agli anziani.

Più test implica che ci siano più informazioni sulle persone infette e che poi guariscono dalla malattia. In molti ospedali tedeschi i pazienti con sintomi influenzali vengono sottoposti da subito al test per il coronavirus, in modo da ricostruire la loro eventuale catena del contagio e interromperla. Anche i medici di base hanno la possibilità di fare i prelievi con i tamponi, quando ritengono che sia utile testare un loro paziente. In Italia i test sono eseguiti con maggiori difficoltà e con tempi più lunghi.

C’è poi probabilmente un fattore sociale legato al modo in cui sono gestiti i rapporti tra le generazioni. In Germania le persone più anziane hanno minori relazioni sociali e orientate per lo più ai rapporti con i coetanei, mentre in Italia c’è un rapporto più stretto tra generazioni diverse. Oltre a essere culturale, è una condizione dettata da altre esigenze, per esempio quella di avere meno asili e strutture dove si possano tenere i figli piccoli, con un maggior ricorso delle coppie ai loro genitori per badare ai propri nipoti.

Italia e Germania non hanno particolari differenze per quanto riguarda la qualità dei rispettivi servizi sanitari, anche se nel nostro paese le differenze tra regione e regione sono più marcate (soprattutto tra nord e sud). In Germania la disponibilità di posti letto procapite in terapia intensiva è più alta rispetto alla media europea e questo potrebbe fare la differenza nelle prossime settimane, con l’aumentare dei casi e quindi la maggior richiesta di ricoveri per i malati gravi.

Sembra non essere invece un fattore il modo diverso di calcolare i decessi, come era stato ipotizzato nei giorni scorsi. L’Istituto Robert Koch – responsabile per il controllo e la prevenzione delle malattie infettive in Germania – ha chiarito che tutte le persone che risultano affette da COVID-19 e che poi muoiono sono indicate come decessi da coronavirus, anche se avevano altre malattie. Il criterio è lo stesso adottato dall’Istituto Superiore di Sanità nei suoi rapporti, e ancora prima dalla Protezione Civile quando comunica i dati in attesa di conferma. Lo stesso criterio viene adottato negli altri paesi dell’Unione Europea.

La differenza si spiega infine con il fatto che l’epidemia in Germania è iniziata dopo rispetto all’Italia, e che quindi potrebbe comportare un aumento significativo dei contagi nei prossimi giorni. Gli epidemiologi stimano che con l’incremento si assisterà a una maggiore diffusione della malattia anche tra le fasce di età più alte, facendo aumentare la letalità.