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  • domenica 29 Marzo 2020

Storia di una criptovaluta di regime

E del programmatore che la creò in Venezuela, secondo lui per «liberare il popolo dal controllo del governo»: non è finita bene, racconta il New York Times

All’inizio del 2017 il valore di un bitcoin, l’unità della più popolare criptovaluta al mondo, era inferiore ai mille dollari. Alla fine del 2017 sfiorò i 20mila dollari: un aumento di quasi il duemila per cento. In Venezuela, sempre nel 2017, l’inflazione fu superiore al duemila per cento: ogni singolo giorno che passava il bolívar, la valuta nazionale, perdeva sempre più valore, e in certi casi si tornò addirittura al baratto.

Per questi due motivi, alla fine del 2017 il governo venezuelano guidato da Nicolás Maduro pensò che le criptovalute potessero essere una soluzione alla disastrosa situazione economica del paese. Decise quindi di creare una criptovaluta statale: il petro. Non sapendo quasi niente di criptovalute, per farlo il governo si affidò a un non ancora trentenne startupper e programmatore informatico: Gabriel Jiménez. I giornalisti Nathaniel Popper e Ana Vanessa Herrero hanno raccontato la sua storia sul New York Times. Come può intuire chi negli ultimi tre anni abbia seguito almeno un po’ le vicende del Venezuela o delle criptovalute, non è una storia che finisce bene. Una delle ragioni è che, come ha scritto il New York Times, parlare di «criptovaluta controllata dallo stato» è «quasi a un ossimoro».

Per scrivere l’articolo – dal titolo “Il programmatore e il dittatore” – i giornalisti del New York Times hanno scritto di aver avuto accesso a «centinaia di mail, messaggi di testo e documenti governativi» e di aver parlato con «decine di persone che hanno avuto a che fare con il petro», a cominciare da Jiménez, «un tipo smilzo, con grandi occhiali neri che stanno sul suo viso tra una barba trasandata e una stempiatura che avanza».

Nel 1998, quando il socialista Hugo Chávez prese il potere in Venezuela, Jiménez aveva otto anni. Nel 2013, quando Chávez morì e il suo posto fu preso dal vicepresidente Maduro, Jiménez era negli Stati Uniti, dove era andato a studiare e dove si era anche sposato. Il New York Times lo descrive come ostile, già da allora, alle politiche di Chávez e Maduro, e spiega che nei suoi anni negli Stati Uniti lavorò per un po’ con Ileana Ros-Lehtinen, deputata Repubblicana che criticò spesso Maduro.

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Nel 2015, quando alle elezioni parlamentari in Venezuela l’opposizione prese più voti del Partito socialista di Maduro, Jiménez decise di tornare in Venezuela insieme alla moglie. Trovò un paese in grandissima difficoltà, per via dell’inasprimento del controllo esercitato da Maduro e di tutte le gravi conseguenze dell’iperinflazione. Riuscì comunque a fondare The Social Us, una startup che metteva in contatto programmatori e designer venezuelani con aziende statunitensi: le aziende potevano trovare collaboratori che costavano poco, e i lavoratori potevano farsi pagare in dollari anziché in bolívar.

(EFE/Miguel Gutierrez)

Non tutto, però, in Venezuela si poteva comprare in dollari. Per questo motivo Jiménez iniziò a interessarsi sempre più alle criptovalute: tutte quelle valute basate su una moneta digitale che gli utenti conservano in portafogli virtuali e che sono fatte per funzionare in base a leggi matematiche e, nelle versioni più pure, in modo indipendente da ogni tipo di autorità centrale (come una banca o uno stato). Jiménez decise di pagare i suoi dipendenti in criptovalute perché, come ha scritto il New York Times, «sebbene avessero una notevole volatilità, erano comunque più stabili di un conto in una banca venezuelana, e poi non erano soggette alle decisioni del regime di Maduro». Anche altri venezuelani capirono l’utilità delle criptovalute, in quel particolare contesto, e in molti, tra chi poteva permetterselo, cercarono di prendersene almeno un po’, anche solo per piccole spese quotidiane.

In effetti le criptovalute erano indipendenti dal controllo di Maduro, il cui governo poteva solo limitare i prelievi di bolívar dalle banche, senza nessun controllo su eventuali conversioni di bolívar in bitcoin (o altre criptovalute) e su tutte le transazioni fatte in bitcoin. «All’inizio», ha scritto il New York Times, «il regime venezuelano vide i bitcoin come una minaccia». Poi qualcuno al governo pensò che avrebbe potuto sfruttare la cosa a suo vantaggio: i bitcoin potevano essere indipendenti dalle sanzioni imposte da altri stati nei confronti del Venezuela, per esempio.

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Il governo di Maduro pensò quindi di tenere quello che gli piaceva delle criptovalute (il fatto che fossero indipendenti dal controllo di stati e organizzazioni estere) provando a togliere quello che non gli piaceva (la libertà dal controllo dello stato venezuelano). Si pensò dunque di creare una criptovaluta statale che – andando contro uno dei principi alla base delle criptovalute – sarebbe dovuta essere in qualche modo dipendente dal valore delle grandi riserve venezuelane di petrolio.

maduro

Nicolás Maduro (Carolina Cabral/Getty Images)

Visto che non aveva in nessun modo le competenze necessarie per crearsi una criptovaluta (per di più una che già nelle sue premesse era «quasi un ossimoro») il governo si mise in contatto con Jiménez, perché qualcuno aveva letto un articolo, uscito il 10 ottobre 2017, in cui si parlava di lui.

Maduro mandò quindi un suo emissario – Carlos Vargas, l’uomo che aveva letto e menzionato l’articolo – negli uffici di The Social Us. Vargas spiegò a Jiménez che solo lui poteva fare quello che il governo aveva in mente e Jiménez pensò, in breve, che accettando la proposta sarebbe riuscito a lavorare per il governo facendo però qualcosa che, alla fine, sarebbe stato indipendente dal controllo di quello stesso governo. Vargas voleva che quel qualcosa si chiamasse Petro Global Coin; Jiménez propose un nome più semplice: petro. Jiménez fece avere al governo qualche dettaglio in più su quello che avrebbe potuto essere il petro, ma sembra che per diversi giorni non ci furono rilevanti interazioni tra lui e il governo. Poi, a inizio dicembre, mentre Jiménez era a una conferenza in Colombia, Maduro annunciò in tv che il Venezuela avrebbe lanciato la sua criptovaluta nazionale: il petro.

Dopo l’annuncio, Vargas disse a Jiménez di tornare appena possibile a Caracas per occuparsi a tempo pieno del progetto e Jiménez si trovò ad avere a che fare con i più importanti membri del governo venezuelano, in molti casi rendendosi conto di quanto poco sapessero delle criptovalute. Decise comunque di lavorare al progetto e, in un discorso ai dipendenti di The Social Us, pronunciato in piedi su una scrivania, disse: «Potremo liberare il popolo dal controllo del governo».

Qualcuno decise di credere nel progetto, qualcun altro se ne andò. Un suo amico e collaboratore provò a dissuaderlo – «Dovrai lavorare per loro e alla fine, quando non gli servirai più, ti sfileranno il progetto dalle mani» – ma lui rispose che non poteva succedere perché «nessun altro, in tutto il Venezuela, sarebbe capace di fare quello che farò».

All’inizio a Jiménez sembrò in effetti di avere il controllo. Il New York Times ha raccontato che le sue opinioni erano tenute in gran considerazione e che, per esempio, quando chiese che il progetto relativo al petro fosse presentato presso la sede della banca centrale venezuelana, così da dare credibilità al progetto, il governo si impegnò perché avvenisse. Per quanto riguarda i dettagli più tecnici, sembra che in generale Jiménez riuscì a fare quello che voleva, probabilmente perché nessuno, nel governo, capiva davvero cosa stava facendo.

A fine dicembre 2017 il progetto petro fu ufficialmente presentato presso la banca centrale venezuelana, alla presenza di alcuni esperti americani di criptovalute e con Vargas, appena nominato sovrintendente dei “crypto assets” venezuelani, che parlò della necessità di «trasformare l’intero sistema del paese per muoversi verso un nuovo sistema economico».

Dopo quella conferenza, Vargas, Jiménez e gli esperti americani furono invitati alla Roca, la residenza personale di Maduro. Seduto sul divano accanto alla moglie e circondato da alcuni alti funzionari della sua amministrazione, il presidente fece quattro chiacchiere con gli ospiti e, tra le altre cose, si congratulò con uno degli americani dicendogli che lo aveva da poco visto in un documentario di Netflix sui bitcoin.

Jiménez ha raccontato al New York Times che fu favorevolmente stupito dal fatto che il contesto alla Roca fosse piuttosto dimesso e totalmente privo di lusso e che Maduro chiese addirittura al suo vicepresidente di provare a sistemare un condizionatore che faceva troppo rumore. Parlando ai suoi ospiti Maduro aggiunse che, grazie all’annuncio sul petro, i bitcoin erano arrivati al loro massimo storico.

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Quell’incontro alla Roca fu anche il primo in cui Jiménez si rese conto di quanto distante fosse la sua idea da quella del governo. Fu lì, per esempio, che il ministro delle Finanze propose per la prima volta – presentando una serie di documenti preparati all’insaputa di Jiménez – di legare il petro alle riserve petrolifere venezuelane. Jiménez si oppose, capendo che era un modo per imbrigliare il valore del petro al volere del governo, ma ebbe ovviamente la meglio il ministro delle Finanze. Molto in breve, il petro si trasformò quindi in una specie di titolo di stato venezuelano. Di certo non qualcosa in grado di «liberare il popolo dal controllo del governo».

Nick Spanos, lo statunitense che Maduro aveva visto nel documentario, ha raccontato al New York Times che capì che Jiménez sarebbe diventato il capro espiatorio, e che gli disse: «Vorrei avere un tappeto volante per portarti via da qui». Jiménez riuscì a ottenere qualcosa, ma molte cose furono imposte dal governo.

Il segno finale della sconfitta di Jiménez fu una conversazione in cui, secondo la sua versione, chiedendogli l’accesso a un importante documento relativo al petro il ministro delle Finanze gli disse: «Devi capire che questo ora è un progetto dello stato. Se non mi fai avere il documento, non sarò responsabile di quello che ti succederà». Ci furono problemi anche per i dipendenti di The Social Us che avevano scelto di lavorare al progetto: si scoprì per esempio che il governo aveva compilato dei dossier su di loro, probabilmente per poterli eventualmente ricattare.

In una serie di vicende poco limpide, che passano anche da un possibile inserimento russo nel lavoro di preparazione necessario al lancio del petro, Jiménez dovette comunque continuare a occuparsi del progetto, perché in effetti era forse l’unico in grado di farlo davvero. Tra le altre cose dovette passare un’intera notte a scrivere codici necessari al funzionamento del petro, sorvegliato da persone armate.

Dopo quella notte lo portarono a Miraflores, il palazzo presidenziale di Maduro. Lì il presidente si comportò in modo gentile e, circondato da molti altri membri del suo governo, gli chiese come fossero andate le cose dai tempi del loro precedente incontro alla Roca. Jiménez mentì e rispose che era andato tutto bene. «Non sapevo chi erano i miei nemici», ha spiegato in seguito.

Jiménez, Maduro e gli altri funzionari si spostarono poi in un’altra stanza che era stata allestita a studio televisivo. Lì il 20 febbraio 2018 fu ufficialmente presentato il petro: a Jiménez fu messa in mano una penna con cui firmare un contratto che gli assegnava il ruolo di “agente di commercio” del petro. Un documento che, ha scritto il New York Times, «si era rifiutato di firmare per settimane». Quel giorno Maduro disse che erano già stati raccolti investimenti pari a oltre 700 milioni di dollari, ricordò il legame del petro con il petrolio del paese e ringraziò pubblicamente Jiménez e The Social Us per la collaborazione.

Nel 2018 l’economia del Venezuela andò persino peggio che nel 2017 e l’inflazione arrivò a numeri con sei zeri. Andarono male anche le criptovalute e un bitcoin arrivò a valere poco più di tremila dollari, dopo che alla fine del 2017 il valore era stato di quasi 20mila dollari. Il petro era stata quindi la cosa sbagliata, fatta nel modo sbagliato, al momento sbagliato e nel posto sbagliato. Meno di un mese dopo il suo lancio, gli Stati Uniti ne vietarono l’uso.

The Social Us – associata da molti al fallimento del petro – faticò a trovare nuovi clienti e lavori, e Jiménez fu oggetto di critiche e indagini in Venezuela e all’estero. Non potendo pagare l’affitto del suo appartamento, e visto che nel frattempo si era anche separato dalla moglie, tornò a vivere con la madre. L’ex moglie riuscì a convincerlo a lasciare il Venezuela prima che il governo potesse pensare di incriminarlo per qualcosa, e nell’aprile 2019 vendette la sua auto per comprarsi un biglietto per gli Stati Uniti. Andò a vivere dal padre, che però aspettava di scontare tre anni di carcere per il suo ruolo in una storia di riciclaggio di denaro legata a una banca caraibica (con la quale il figlio non aveva niente a che fare).

Ora il padre è in carcere e Jiménez ha ottenuto il diritto di poter restare negli Stati Uniti dimostrando che, per via del suo ruolo in petro, sarebbe a rischio se tornasse in Venezuela. Al New York Times ha detto di avere una «grande depressione» e di essere praticamente senza soldi, ma che sta collaborando con una startup dell’area di San Francisco che si occupa di criptovalute. «So di meritarmi di soffrire, ma credetemi, la vita mi sta dando molta sofferenza». Il petro è stato più volte inutilmente rilanciato ed è finito per essere una sorta di assegno dato ad alcuni pensionati, ormai senza più nessuna delle caratteristiche con cui era stato concepito.