I font preferiti dagli scrittori italiani

Baricco usa solo il Garamond, Cognetti e Siti fanno la prima stesura a mano, Ciabatti usa quello che c'è

Quasi tutti i libri italiani sono stampati in Simoncini Garamond, un carattere disegnato dal tipografo francese Claude Garamond nel Cinquecento, ed è forse uno dei motivi per cui è uno dei font preferiti dagli scrittori italiani per scrivere i loro libri, seguito dal Times New Roman, più moderno e onnipresente sui giornali e online.

I font sono tra i pochi strumenti da lavoro di uno scrittore e sapere che sulla pagina si srotolerà quello giusto – in un pacchetto che include grandezza, spaziatura e impaginazione del testo – può essere rassicurante, se non una condizione necessaria per scrivere, come ha confermato la maggior parte degli scrittori con cui abbiamo parlato. Tra loro c’è chi scrive sempre con lo stesso carattere, come Alessandro Baricco, chi lo ha cambiato nel tempo come Giorgio Fontana, chi usa il Times New Roman per romanzi, articoli e racconti come Valeria Parrella e chi lo detesta come Antonella Lattanzi;  Walter Siti e Paolo Cognetti scrivono la prima stesura a mano, Teresa Ciabatti apre il foglio di testo e usa quello che c’è.

 

«Garamond. Sempre. Non posso scrivere con altro font. Testo allineato a sinistra, non giustificato».

Alessandro Baricco, nato a Torino nel 1958, è uno dei più famosi scrittori italiani contemporanei. Tra i suoi libri più noti ci sono Oceano Mare, il monologo Novecento da cui Giuseppe Tornatore trasse La leggenda del pianista sull’oceano e i saggi che spiegano il mondo di oggi: I Barbari, nel 2006, e The Game del 2018.

 

«Io uso sempre Times New Roman 14, interlinea 1.5 rientro 1.5 giustificato ovviamente rientro a sinistra 1.5 e a destra lo stesso. Perché così mi viene una cartella da 1800 battute più o meno e questo lo uso per i libri, per gli articoli di giornale e per tutto, perché sono capricorno ascendente capricorno. No questa è una stronzata, però sono una proprio precisa e mi piace avere le cose precise.
Prendo pochissimi appunti, a penna quasi mai, e scrivo solo al computer, sostanzialmente. Non prendo mai appunti sul telefonino, qualche cosa mi capita di prendere a penna ma è veramente rarissimo, piuttosto leggendo altri libri mi può capitare di utilizzare le ultime pagine per scrivermi qualcosa che mi viene in mente leggendo libri di altri».

Valeria Parrella, nata a Torre del Greco nel 1974, ha scritto racconti, romanzi e opere teatrali che sono stati tradotti in inglese, francese, spagnolo, tedesco e altre lingue ancora. Il suo esordio è del 2003 con la raccolta di sei racconti Mosca più balena, per cui vinse il premio Campiello opera prima; nel 2005 un’altra raccolta di racconti, Per grazia ricevuta, arrivò in cinquina al premio Strega, il più importante premio letterario italiano; nel 2008 pubblicò il suo primo romanzo, Lo spazio bianco, da cui Francesca Comencini trasse l’omonimo film. Il suo ultimo romanzo, Almarina, è uscito nel 2019. Collabora con giornali e riviste come Repubblica e l’Espresso.

 

«Il mio metodo non è mai lo stesso, ma posso dirti che in questo periodo uso i quaderni soprattutto in montagna, quando vado a camminare, per registrare idee, frasi o descrizioni del paesaggio dal vivo (quest’ultima cosa è molto importante per me, è una specie di scrittura-fotografia. Infatti non faccio foto). Sono quaderni bianchi, senza righe né quadretti. Alla carta bianca preferisco il grigio o marroncino di quella riciclata. Ne uso moltissimi e sono le uniche cose che conservo del passato (sono uno che per il resto butta via tutto). Sulle penne non ho preferenze, purché siano nere e scrivano. Ne finisco e ne perdo tante e sono pieno di penne degli alberghi.

Al computer, più che essere copiati in bella, questi appunti e queste frasi della montagna cercano una forma. Ho scritto Le otto montagne in Baskerville, ora sto usando il Century. Cambiare carattere da un libro all’altro mi sembra quasi necessario, come cambiare riti».

Paolo Cognetti è nato nel 1978 a Milano. Nel 2017 ha vinto il premio Strega con il romanzo Le otto montagne, uscito l’anno prima e tradotto in trenta paesi (qui avevamo parlato con la sua editor, Angela Rastelli di Einaudi). Tra gli altri suoi libri ci sono Sofia si veste sempre di nero, la personale guida New York è una finestra senza tempo e l’antologia New York Stories. Il suo ultimo libro è il racconto Senza mai arrivare in cima, del 2018, sempre legato al mondo della montagna, dove vive.

 

«Io uso il Garamond 12, perché è il più simile a quello usato nei libri che ho sempre letto e amato. Mi fa sentire accolta, e mi piace moltissimo. Il Times New Roman lo trovo freddo e severo, per esempio, e anche un po’ sciatto. Considerando che la scrittura di un libro è sempre un atto di forza tra te, la tua volontà, il tuo desiderio, il tuo amore e la tua speranza, avere un font che senti amico è davvero confortante.

E poi è bello vedere le pagine scritte così».

Antonella Lattanzi, nata a Bari nel 1979, è scrittrice, sceneggiatrice e traduttrice. Il suo primo libro è la raccolta di racconti Col culo scomodo, del 2004, il suo primo romanzo, Devozione, uscì nel 2010, seguito da Prima che tu mi tradisca nel 2013 e da Una storia nera nel 2018, che è stato tradotto in dieci paesi. Ha collaborato con le Invasioni Barbariche e sceneggiato i film Fiore, 2night e Il campione. Collabora con TuttoLibri, il supplemento culturale della Stampa dedicato all’editoria, e con Vanity Fair.

 

«Times New Roman corpo 14, interlinea minima valore 21, rientro prima riga 0,25 cm, rientro a destra 2,4 cm, allineamento giustificato. È tutto collegato, non è solo il corpo o il font».

Nicola Lagioia, nato a Bari nel 1973, ha vinto il Premio Strega nel 2015 con il romanzo La ferocia (2014), un noir contemporaneo ambientato in Puglia per cui vinse anche il premio Mondello. Dal 2016 è direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino. Tra gli altri suoi libri ci sono il romanzo Occidente per principianti (2004) e Riportando tutto a casa (2009). Ha diretto nichel, la collana di letteratura italiana della casa editrice minimum fax, ed è tra i conduttori di Pagina3, la rassegna culturale di Rai Radio 3.

 

«Allora, è molto semplice: ho scritto l’inizio della mia tesi di laurea (1993) con una Olivetti portatile, che mi ero portato anche in Russia.
Ho finito (1995) con il computer e non sono più tornato alla macchina da scrivere, non so nemmeno dov’è.

Quando ho cominciato a scrivere dei libri (1996) ho usato il carattere Times New Roman corpo 14, che uso ancora, tranne che in un caso, un romanzo in terza persona, un giallo, abbastanza diverso dalle cose che ho scritto negli anni precedenti, che dovrebbe essere il primo di una serie, che ho cominciato a scrivere nel 2018 e che uscirà a fine aprile per Salani (si intitola Che dispiacere). Per quello ho usato America Typewriter (corpo 14), che credo di usare anche per i successivi di questa serie.

Ho un sacco di quaderni, grandi e piccoli, mi piace molto scrivere a mano, prendere appunti, non mi piace scrivere sul telefono, mi piacciono i taccuini, le penne, è un’altra cosa, ho l’impressione che la qualità del gesto determini il fatto che l’appunto poi viene meglio, lo so che mi sbaglio e mi piace sbagliarmi».

Paolo Nori, nato a Parma nel 1963, è scrittore e traduttore, collabora con molti giornali e riviste, ha un blog personale e uno anche sul Post. È un esperto di letteratura russa: ha tradotto Lermontov, Gogol, Turgenev, Tolstoj e molti altri. Ha scritto moltissimi libri, romanzi, fiabe, racconti, discorsi e curato Repertori di matti di varie città (tra cui Milano, Roma e Bologna); organizza seminari, viaggi letterari in Russia e legge spesso – con uno stile peculiare e con molti estimatori – libri e articoli suoi e di altri. Il suo primo libro è Le cose non sono le cose, uscito nel 1999; l’ultimo è il saggio La grande Russia portatile, del 2018. Nori è anche direttore di Qualcosa, un book-magazine che si definisce l’organo ufficioso del gruppo dei sapodisti, parola emiliana che significa “se potessi” e che indica tutti quegli artisti, intellettuali e scrittori che “se potessero” farebbero grandi cose.

 

«Nel 2010 scrivevo il mio primo romanzo (Mia madre è un fiume) con la biro blu su quaderni ad anelli che avevano in copertina l’intestazione dell’Università di Chieti, dove frequentavo un corso di perfezionamento in ortodonzia. Un computer non sapevo neanche accenderlo. Poi il mio compagno mi ha regalato un portatile e insegnato a trascrivere quelle pagine. Così è cominciata l’avventura. Ho imparato il minimo indispensabile: usare Word, copia e incolla, la posta elettronica. Come carattere ho sempre preferito Helvetica, ma nella stesura del romanzo a cui sto lavorando adesso sono passata improvvisamente a Garamond. Lo trovo più suggestivo sulla pagina».

Donatella Di Pietrantonio è nata ad Arsita, in provincia di Teramo, nel 1963; da tempo vive in provincia di Pescara, dove lavora come dentista pediatrica. Nel 2011 pubblicò il suo primo romanzo, Mia madre è un fiume, che è ambientato in Abruzzo così come anche Bella mia (2013), dedicato a L’Aquila, e L’Arminuta (2017), che in un solo anno ha venduto più di 170 mila copie, è stato tradotto in una quindicina di paesi e ha vinto il premio Campiello; nel 2019 il Teatro Stabile d’Abruzzo ne ha tratto uno spettacolo teatrale.

 

«Naturalmente scrivo in Garamond, pt14».

Nato a Milano nel 1968, Giacomo Papi è scrittore, giornalista e autore televisivo. Nel 2004 fu tra i fondatori della casa editrice ISBN Edizioni, di cui fu anche direttore editoriale; dopo averla lasciata, nel 2008, ha fatto l’editor da Einaudi e poi l’autore per la tv; dal 2017 è il direttore della scuola di scrittura milanese Belleville e della piattaforma di scrittura e lettura TYPEE. Ha collaborato con il Post dove tiene anche un blog. Il suo primo libro, Era una notte buia e tempestosa. 1430 modi per iniziare un romanzo è del 1993. Tra gli altri suoi libri ci sono I primi tornarono a nuoto (2012), Inventario sentimentale (2013), I fratelli Kristmas (2015), La compagnia dell’acqua (2017) e Il censimento dei radical chic (2019), di cui potete leggere due capitoli qui.

 

«A computer uso rigorosamente il Palatino Linotype in corpo 12 per il testo; un corpo più ampio, tendenzialmente il 16, per la numerazione dei capitoli; e uno ancora più ampio per le eventuali parti. Comunque, Palatino Linotype da ormai tanti anni: prima invece usavo il Book Antiqua, che in ogni caso gli somiglia. Detesto il Times New Roman.
Per gli appunti quando sono in giro uso quaderni e bloc notes di varie dimensioni e normali penne a sfera nere o blu».

Giorgio Fontana è uno scrittore, giornalista, sceneggiatore; nato a Saronno nel 1981 ora vive a Milano. Nel 2014 ha vinto il premio Campiello con il romanzo Morte di un uomo felice, ambientato a Milano nei primi anni Ottanta ai tempi del terrorismo; è stato tradotto in Francia, Germania, Paesi Bassi, Spagna e altri paesi. Nel 2016 è uscito Un solo paradiso, una storia d’amore e autodistruzione, e nel gennaio 2020 Prima di noi, una lunga saga familiare ambientata in Friuli e poi a Milano, a cui lo scrittore lavora da più di dieci anni e che ha scritto negli ultimi quattro.

 

«Sono passata per la trafila formativa del font, quindi mi sono fatta il Verdana (che ora odio), il Times New Roman (fino al secondo romanzo), e il Simoncini Garamond nella fase pretenziosa. Ora scrivo serenamente in Cambria, interlinea singola e testo giustificato. Scrivo in word, nella fase pretenziosa avevo provato anche altri programmi di scrittura, quelli che simulano il foglio completamente bianco come se da tanta immacolatezza dovesse scaturire l’ispirazione, ma non mi sono mai abituata.

Quando abbiamo scritto “Le Bambinacce” con Marco Rossari usavamo tutti e due il Cambria, quindi nessun problema di uniformazione. Però quando abbiamo scritto insieme un articolo rimpallandocelo, lui stava in fissa con i rientri e non riusciva proprio a trattenersi dal rimandarmi la mia parte elegantemente modificata».

Veronica Raimo è nata a Roma nel 1978, è scrittrice, traduttrice e collabora con giornali e riviste. Ha tradotto insieme a Luca Dresda e a Christian Raimo il complicato romanzo in versi Golden Gate di Vikram Seth, uscito in capitoli su Nazione Indiana e poi pubblicato da Fandango e da Guanda. Il suo primo libro è Il dolore secondo Matteo del 2007; nel 2018 ha pubblicato Miden, un romanzo ambientato in una democrazia dispotica che affronta i temi del consenso, degli abusi sessuali e del tradimento. Nel 2019 ha pubblicato insieme allo scrittore e traduttore Marco Rossari Le Bambinacce, una raccolta di poesie erotiche e giocose.

 

«Scrivo sempre in type Garamond grandezza 13, foglio elettronico di Word ritagliato in 14,5 centimetri per 21 centimetri; 0,5 di rientranza ogni paragrafo».

Marco Missiroli è nato a Rimini nel 1981. Il suo primo romanzo, Senza coda (2005), vinse il premio Campiello Opera prima, e nel 2015 ebbe grande successo con Atti osceni in luogo privato, che racconta un’educazione erotico-sentimentale. Nel 2019 entrò in cinquina al Premio Strega con Fedeltà, che accompagna la storia di una giovane coppia che vive a Milano districandosi tra tradimenti, desideri immobiliari, genitori, figli ed ex amanti a cui badare; il romanzo ha vinto lo Strega Giovani, è stato tradotto in 30 paesi e diventerà una serie tv su Netflix.

 

«La mia formattazione è sempre la stessa: Baskerville corpo 14, interlinea 1.1 giustificato su entrambi i lati. Ma da sei anni scrivo la prima stesura a mano. Quaderno a righe di grande formato, a spirale, senza margini, con un sistema abbastanza complicato di asterischi per i rimandi interni. Roller nero. cancellature a penna.

Quando ricopio, strappo le pagine man mano e le butto».

Paolo Giordano è scrittore e fisico, nato a Torino nel 1982. Nel 2008 La solitudine dei numeri primi, il suo romanzo d’esordio, vinse il premio Campiello opera prima e il premio Strega; Giordano aveva 26 anni, lo scrittore più giovane ad aver mai vinto lo Strega. Secondo Tuttolibri nel 2008 fu il libro più venduto in Italia con oltre un milione di copie; venne tradotto in una quarantina di paesi e nel 2010 uscì l’omonimo film diretto da Saverio Costanzo, con Alba Rohrwacher e Isabella Rossellini. Tra gli altri suoi libri ci sono Il corpo umano (2012) e Divorare il cielo (2018).

 

«In Times New Roman e Calibri»

Stefania Auci, nata nel 1974 a Trapani, fa l’insegnante di sostegno in un istituto del quartiere Zen di Palermo e ha scritto uno dei casi letterari del 2019: I leoni di Sicilia. È un romanzo storico dedicato ai Florio, una potente e ricca famiglia di industriali di origini calabresi; Auci ha impiegato tre anni per scriverlo, anche per via dell’imponente lavoro di ricerca. Nel 2019 ha venduto circa 300 mila copie ed è stato tradotto negli Stati Uniti, nei Paesi Bassi, in Spagna, Francia, Germania.

 

«Se non uso il palatino 14 non riesco proprio a scrivere e ho difficoltà pure col times new roman, credo derivi dal mio passato da disgrafico e dislessico. A mano non so scrivere neppure la firma e a volte penso che finirò per firmare con la croce».

Antonio Pascale è nato a Napoli nel 1966, è cresciuto a Caserta e ora vive a Roma, dove collabora con il ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali. È scrittore, blogger, giornalista, divulgatore scientifico, autore televisivo, teatrale e radiofonico, e ha un blog sul Post. Il suo esordio letterario è del 1999 con La città distratta, un reportage narrativo su Caserta. Nel 2003 esce la raccolta di racconti La manutenzione degli affetti; il suo ultimo libro è Pane e pace, del 2012. I suoi libri sono tradotti in Francia, Spagna e Portogallo.

 

«La prima redazione la scrivo su quaderni Monocromo con pennarelli neri TrattoPen a punta fine. La sera butto sul computer quello che ho scritto: font Times New Roman 12».

Walter Siti è nato a Modena nel 1947 ed è uno dei più importanti scrittori italiani, oltre che poeta e critico letterario. Ha insegnato nelle università di Pisa, Cosenza e L’Aquila, ha curato l’opera omnia di Pier Paolo Pasolini, ha pubblicato due volumi di critica letteraria e collabora con molte riviste letterarie italiane. Dagli anni Novanta pubblica soprattutto romanzi, con cui ha vinto numerosi premi tra cui lo Strega, nel 2013, con Resistere non serve a niente (trovate un estratto qui). Nel 2018 è stato al centro di una polemica per il suo romanzo Bruciare tutto, che ha per protagonista un prete pedofilo.

 

«Io ho sempre usato il predefinito trovato sul primo computer. Anche l’impaginazione e l’intervallo tra le righe. Scrivo tutto appiccicato, perché poi alla fine ho la sorpresa: in genere 100 pagine mie corrispondono a 200 di libro».

Teresa Ciabatti è nata nel 1972 a Orbetello, è scrittrice e sceneggiatrice. Nel 2002 pubblicò il suo primo romanzo, Adelmo, torna da me, da cui venne tratto il film L’estate del mio primo bacio di Carlo Virzì. Ha scritto altri romanzi e racconti, tra cui I giorni felici, del 2008, e La più amata, dove racconta il rapporto con il padre e ricostruisce la storia della sua famiglia. Il libro arrivò in cinquina al premio Strega che però venne vinto da Le otto montagne di Paolo Cognetti, come ha raccontato la stessa Ciabatti. Il suo ultimo libro è del 2018, Matrigna.

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