Una bambina viene aiutata a indossare una mascherina all'aeroporto di Pechino, nei giorni della crisi sanitaria legata alla SARS, 22 aprile 2003 (Ken Liu/picture-alliance/dpa/AP Images)

Come andò con la SARS

La crisi sanitaria di 17 anni fa ha insegnato diverse cose alla Cina, e non solo, su come affrontare i rischi di un nuovo coronavirus

Una bambina viene aiutata a indossare una mascherina all'aeroporto di Pechino, nei giorni della crisi sanitaria legata alla SARS, 22 aprile 2003 (Ken Liu/picture-alliance/dpa/AP Images)

Il nuovo coronavirus (2019-nCoV) identificato nella città di Wuhan, nella Cina centrale, ha finora causato la morte di 41 persone su oltre 1350 casi confermati di pazienti infettati dal virus, spingendo le autorità sanitarie cinesi ad assumere misure radicali (e controverse) come l’isolamento di 18 città nelle quali vivono complessivamente quasi 60 milioni di persone. La vicenda – che viene seguita con grande attenzione dalle organizzazioni sanitarie di tutto il mondo – ha elementi in comune con la SARS, altra malattia apparsa in Cina 17 anni fa, ma con un tasso di mortalità molto più alto dell’attuale. All’epoca, il governo cinese fu duramente criticato per avere comunicato in ritardo i primi casi di contagio, complicando la risposta internazionale e portando a una rischiosa crisi sanitaria globale.

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L’epidemia di SARS
Tra il 2002 e il 2003, la sindrome respiratoria acuta grave (SARS, dall’inglese “Severe Acute Respiratory Syndrome”) causò la morte di 774 persone in 17 paesi, con oltre 8mila persone che si ammalarono in 26 nazioni dopo essere state contagiate dal coronavirus. La malattia interessò soprattutto la Cina meridionale e Hong Kong, con un tasso di mortalità che raggiunse il 10 per cento circa, molto alto rispetto ad altre malattie virali.

L’epidemia di SARS iniziò nella provincia del Guangdong nel novembre del 2002. Un paziente si presentò in ospedale con i sintomi classici dell’influenza, che peggiorarono rapidamente in una grave polmonite rivelatasi poi mortale. Al paziente non fu fatta una diagnosi completa per comprendere le cause della malattia e la vicenda passò quasi inosservata, senza segnalazioni verso l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

Nelle settimane seguenti, un sistema di analisi delle informazioni che circolano online sulle malattie contagiose, gestito dal Canada per conto dell’OMS, indicò un aumento insolito dei casi di influenza in Cina. Furono chiesti chiarimenti al governo cinese, ma senza ottenere molte informazioni chiare: nei mesi successivi divenne evidente che nel paese si era sviluppata una malattia con sintomi iniziali simili a quelli influenzali, ma che poteva portare a gravi complicazioni soprattutto per i polmoni.

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Reticenze
Nel febbraio del 2003 le autorità sanitarie cinesi segnalarono all’OMS di avere identificato almeno 300 casi di SARS. Alle aperture iniziali fece seguito un periodo di informazioni più scarse da parte della Cina, con le amministrazioni locali che cercavano di minimizzare il problema, dichiarando sotto controllo la situazione, anche se non lo era. C’era il timore che una crisi sanitaria potesse compromettere l’immagine della Cina, soprattutto in una fase in cui l’economia del paese stava crescendo velocemente.

A inizio aprile del 2003, il medico Jiang Yanyong, con una lunga storia da membro del Partito Comunista Cinese e da medico militare, fece forti pressioni presso il governo cinese per fornire all’OMS più informazioni sulla crisi sanitaria, e per fare divulgazione tra la popolazione per ridurre il rischio di nuovi contagi. Il governo consentì ai medici internazionali di svolgere indagini, dalle quali emersero le condizioni precarie di diversi ospedali e cliniche dove venivano trattati i pazienti ricoverati.

Carlo Urbani e la SARS
L’identificazione del coronavirus che causa la SARS, un passaggio fondamentale per comprendere meglio le caratteristiche della malattia, fu reso possibile grazie al medico italiano Carlo Urbani, chiamato nel febbraio del 2003 a occuparsi di Johnny Chen, un paziente statunitense che si era ammalato di quella che sembrava essere una brutta influenza. Urbani capì che Chen avesse qualcosa di molto più serio: una nuova malattia altamente contagiosa. Inviò all’OMS le sue osservazioni e diede un ulteriore contributo alla ricerca sulla malattia. Nelle settimane successive, Urbani si ammalò di SARS: morì il 29 marzo 2003, a 46 anni.

Lo studio del coronavirus
La caratteristiche genetiche (genoma) del coronavirus che causa la SARS furono identificate nell’aprile del 2003, con ulteriori conferme circa la sua responsabilità nello sviluppo della sindrome. Un mese dopo, analisi condotte su alcuni campioni raccolti da animali selvatici venduti in alcuni mercati locali nella provincia cinese del Guangdong evidenziarono la presenza del virus, poi mutato negli esseri umani, in specie animali come gli zibetti (che sembravano comunque essere portatori sani). Successivamente, il coronavirus sarebbe stato trovato anche in alcuni cani procione (Nyctereutes procyonoides) e nei tassi furetto (genere Melogale). Un paio di anni dopo, tipi di coronavirus con molte caratteristiche in comune con quello mutato negli umani furono poi trovati in alcune specie di pipistrelli.

Secondo le ricerche più condivise, il coronavirus della SARS ebbe probabilmente origine nei pipistrelli, poi si diffuse negli esseri umani attraverso contatti avvenuti nei mercati locali. I pipistrelli, come altre specie selvatiche, sono venduti vivi per alcuni piatti e preparazioni tradizionali, cosa che fa aumentare molto il rischio di un contagio tra specie diverse.

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Le critiche alla Cina
L’OMS dichiarò sotto controllo la SARS nell’estate del 2003, con appena quattro casi segnalati nell’anno seguente in Cina. Il contenimento fu reso possibile grazie a un rafforzamento dei controlli e a una comunicazione più attenta nei confronti della popolazione.

La Cina ricevette enormi critiche, dalla stessa OMS, per avere sottovalutato il problema e per aver cercato di nasconderlo, sperando di riuscire a risolverlo in autonomia e senza che potesse comportare danni d’immagine ed economici. Dopo le chiusure iniziali da parte cinese, il contenimento divenne più efficace e contribuì a evitare un’epidemia su grandissima scala in Cina e oltre i suoi confini.

A Hong Kong, che mantiene una relativa autonomia dal governo centrale di Pechino, furono diffuse numerose informazioni alla popolazione sul coronavirus e sulle buone pratiche igieniche. Oltre all’uso delle mascherine, fu spiegata l’importanza di lavarsi spesso le mani, di areare i luoghi affollati e di disinfettare gli oggetti di uso comune nei luoghi pubblici (come maniglie e tasti degli ascensori). Furono sospese le attività scolastiche e universitarie per alcuni giorni, e la televisione trasmise a ripetizione annunci con consigli e promemoria per l’igiene.

In Cina le cose furono un po’ più complicate, per lo meno all’inizio, con poche comunicazioni ufficiali e notizie non confermate. Nell’incertezza, si diffusero tra la popolazione consigli su rimedi del tutto inutili, come l’impiego di aceto negli umidificatori dei termosifoni per disinfettare l’aria.

Cos’è cambiato rispetto alla SARS
Rispetto a 17 anni fa, le cose sono sicuramente migliorate, sia nella gestione della crisi sia nella sua comunicazione. Dopo i primi casi identificati a fine anno a Wuhan, l’OMS ha ricevuto indicazioni sulle polmoniti sospette e la loro evoluzione. Complici i progressi nei sistemi di analisi, in pochi giorni è stato possibile isolare – da campioni prelevati dai pazienti – il nuovo coronavirus e le sue varianti, offrendo dati importanti ai ricercatori che vogliono comprendere quali rischi possa comportare e come stia evolvendo.

Il presidente cinese Xi Jinping ha detto apertamente che il virus deve essere combattuto velocemente e il governo ha chiesto alle amministrazioni locali di collaborare, ricordando che in caso contrario potranno esserci gravi conseguenze per gli amministratori: “Chiunque ritardi o nasconda deliberatamente informazioni sui contagi per proprio interesse personale sarà inchiodato al muro della vergogna per sempre”.

Rimane comunque il sospetto che il numero dei contagi sia molto più alto di quello ufficiale comunicato dal governo cinese, che fornisce solamente informazioni sui casi verificati e non su quelli sospetti. Il controllo su Internet è inoltre stato rafforzato rispetto ai tempi della SARS, con grandi limitazioni per i social network cinesi, dove sono state oscurate parole e hashtag come #WuhanSARS. Sui giornali cinesi si trovano comunque notizie sul nuovo coronavirus, anche se non sempre le informazioni sono complete (almeno per gli standard occidentali).

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Digitalizzazione
La SARS è servita soprattutto alla Cina per rivedere profondamente procedure e sistemi adottati nei suoi ospedali per le malattie contagiose. All’epoca di quella crisi, il personale sanitario doveva compilare moduli cartacei sui casi identificati, da inviare poi per posta o via fax agli uffici centrali. Ora il sistema è completamente centralizzato e digitale, con gli ospedali e gli ambulatori che possono fornire rapporti in tempo reale. È anche grazie a questi strumenti che si è venuti a conoscenza del nuovo coronavirus in tempi molto più rapidi rispetto alla SARS.

Prevenzione
Il sistema sanitario cinese è diventato più efficiente nel rilevare malattie contagiose che potrebbero portare a grandi epidemie, ma rimangono comunque altri problemi sul piano della prevenzione. Dopo la SARS, era stata raccomandata una revisione delle norme che permettono l’esistenza dei mercati in cui si vendono animali selvatici, ad alto rischio di contagi tra specie. La vendita di questi animali prosegue e in condizioni sanitarie poco raccomandabili, come suggerisce il fatto che il luogo sospettato del primo contagio da nuovo coronavirus sia un mercato del pesce di Wuhan, dove si vendevano anche animali diversi dalle specie ittiche.

Gli animali selvatici sono considerati una prelibatezza di alcune cucine locali cinesi, o in altri casi un ingrediente importante per le ricette della medicina tradizionale, e questo spiega perché continuano a esistere i mercati che li vendono. Sui social network sono comparsi hashtag che invitano alla messa al bando dei mercati di animali selvatici, diffusi da profili istituzionali e dalle amministrazioni locali, segnalando la loro pericolosità per la diffusione di nuovi virus.