L'ex giocatore francese dei New York Knicks, Kevin Seraphin (AP Photo/Kathy Willens)
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  • giovedì 23 Gennaio 2020

La NBA ha bisogno di cambiare

Il campionato di basket più bello al mondo non è mai stato così popolare, eppure c'è un calo di spettatori che preoccupa la lega e impone dei cambiamenti

L'ex giocatore francese dei New York Knicks, Kevin Seraphin (AP Photo/Kathy Willens)

Venerdì sera Parigi ospiterà la prima partita ufficiale di NBA in Francia. All’AccorHotels Arena di Bercy gli Charlotte Hornets e i Milwaukee Bucks disputeranno la loro quarantacinquesima partita della stagione regolare. Per il suo debutto assoluto in Francia, la NBA ha curato nel dettaglio ogni aspetto organizzativo. I Bucks sono finora la miglior squadra del campionato, nonché la squadra per cui gioca il fenomeno greco di origini nigeriane Giannis Antetokounmpo. Gli Hornets invece sono stati l’ultima squadra in carriera di Tony Parker, il miglior cestista francese di sempre.

L’AccorHotels Arena durante il Masters di Parigi-Bercy (Dean Mouhtaropoulos/Getty Images)

Per l’occasione Nike, azienda fornitrice ufficiale della NBA e sponsor della squadra di calcio del Paris Saint-Germain, ha presentato una nuova linea di abbigliamento del marchio Jordan, che sponsorizza sia gli Hornets che i campioni francesi del PSG, le cui terze divise presentano il logo con la sagoma di Michael Jordan al posto dello swoosh (il famoso simbolo aziendale). Tutte queste iniziative commerciali lanciate per l’arrivo in Francia nascondono un progetto ben più ampio che nei prossimi anni potrebbe cambiare radicalmente il campionato di basket più spettacolare al mondo.

Prima della Francia, lo scorso anno la NBA aveva annunciato l’ingresso nella sua Summer League di una squadra cinese, per avvicinarsi al più grande mercato estero, e di una squadra croata, paese da cui provengono ben sette giocatori attualmente in NBA. Più del football americano e come il baseball, l’espansione verso mercato esteri è una strategia avviata da tempo dai dirigenti della lega per rimediare a un problema che preoccupa sempre di più, ossia il calo degli spettatori interni.

L’American Airlines Arena di Miami (Michael Reaves/Getty Images)

In un’epoca in cui la popolarità del basket nordamericano ha raggiunto un picco storico, tra coperture televisive, operazioni commerciali e visibilità dei suoi migliori giocatori, sembra impossibile che la lega sia preoccupata da qualcosa. Eppure, come raccontato di recente a ESPN dal commissario Adam Silver, il pubblico negli Stati Uniti sta lentamente diminuendo e la lega fa fatica soprattutto a raggiungere la fascia demografica compresa tra i 18 e i 34 anni che non segue le partite in nessun modo. Secondo gli studi commissionati e citati da Silver, chi è compreso in questa fascia si interessa sufficientemente di NBA, ma non ha l’abitudine di guardare le partite né in televisione né dal vivo e non è interessato a farlo almeno fino ai playoff, la fase più concitata della stagione che arriva sei mesi dopo l’inizio della stagione regolare.

In questa nuova annata si sono aggiunte inoltre delle dinamiche poco favorevoli. La prima riguarda il diciannovenne Zion Williamson, prima scelta di New Orleans nell’ultimo draft, considerato da molti un predestinato, su cui la lega punta proprio per riavvicinarsi ai tifosi tra i 18 e i 34 anni. Williamson però si è infortunato lo scorso ottobre e ha appena debuttato con i Pelicans nella stagione regolare. A questo si aggiunge il vicolo cieco in cui sono finiti i New York Knicks, squadra con un bacino d’utenza potenzialmente enorme ma per nulla competitivi e attualmente terza peggior squadra della stagione, e infine il fatto che campioni come LeBron James, Kawhi Leonard e Paul George si siano trasferiti sulla costa occidentale, finendo tutti a giocare le partite in seconda serata per gli spettatori della costa orientale, la fetta più grossa degli ascolti.

Zion Williamson in panchina con i Pelicans (Chris Graythen/Getty Images)

Non trovando soluzioni per avvicinare questa grossa fetta di tifosi disinteressati, la NBA sta cercando di rimediare al problema rivolgendosi all’estero. È per questi motivi che l’espansione globale del campionato sta continuando e continuerà ancora, nei limiti possibili per quanto riguarda gli aspetti logistici e le richieste di squadre e giocatori, che non possono essere caricati di troppi impegni.

Per il mercato interno, però, una soluzione dovrà saltare fuori. La più rivoluzionaria fra quelle in fase di studio l’ha spiegata a novembre il Washington Post. Si tratterebbe di un nuovo torneo, simile alle coppe nazionali del calcio europeo, da disputare nei primi mesi della stagione regolare, quindi in autunno. Questo torneo sarebbe strutturato con partite singole a eliminazione diretta – come i playoff di fine stagione ma più breve e immediato – e aperto a tutte le squadre del campionato. Il suo scopo sarebbe quello di creare un evento in un periodo della stagione poco movimentato e meno seguito, con i playoff lontani ancora diversi mesi. Ma le perplessità non mancano, dato che sarebbe il primo esperimento di questo tipo tra le quattro leghe sportive più popolari del Nord America.