• Cultura
  • mercoledì 27 Novembre 2019

Come si riceve una lettera in una favela

La storia dell'impresa di maggior successo fondata in una favela brasiliana, raccontata sul nuovo numero di The Passenger, la rivista sui viaggi di Iperborea

Il Brasile è il paese al centro del nuovo numero di The Passenger, il libro-magazine della casa editrice Iperborea dedicato ai viaggi: come al solito trovate infografiche con dati curiosi (è il secondo paese al mondo per spesa nei profumi), consigli di dischi e romanzi, servizi fotografici appositamente commissionati e saggi, articoli, reportage, commenti. Ci sono per esempio il racconto dell’ascesa al potere del presidente Jair Bolsonaro scritto dal giornalista del New Yorker Jon Lee Anderson; il successo del canale tv Rede Globo e della soap opera Avenida Brasil, seguita da 80 milioni di persone, raccontato dal giornalista di Bloomberg Alex Cuadros; un ritratto delle funkeiras, le cantanti nere del funk che stanno sovvertendo gli stereotipi sulle donne e i loro corpi, fatto dallo scrittore Alberto Riva; come stanno cambiando le scuole di samba secondo il giornalista brasiliano Aydano André Motta.

Tutte le fotografie del numero sono state realizzate dal fotoreporter brasiliano André Liohn, che ha lavorato con Der Spiegel, L’Espresso, Time, Le Monde e Veja, e che nel 2011 è stato il primo fotografo latino-americano a ricevere il premio “Robert Capa gold medal”, assegnato ogni anno al miglior reportage fotografico dall’estero, per il suo documentario nella guerra civile in Libia.

(André Liohn – Prospekt Photographers)

I numeri di The Passenger usciti finora hanno parlato di Berlino, Norvegia, Grecia, PortogalloIslanda, Paesi Bassi e Giappone. Oltre che sul sito, potete seguire la rivista su Instagram, Facebook e Twitter.

Di seguito il giornalista freelance Fabian Federl – che vive tra Berlino, Lisbona e Rio de Janeiro e collabora con i quotidiani tedeschi Süddeutsche Zeitung e Der Tagesspiegel e con il settimanale Die Zeit – racconta la storia di Carteiro Amigo, «l’impresa di maggior successo che sia mai stata fondata in una favela». È un servizio di consegna di lettere e pacchi nell’enorme favela di Rocinha, di fatto una città a sé, dove le strade non hanno nomi né numeri civici e dove la posta viene abbandonata e persa in cassette di legno comuni. Elaine Ramos Vieira da Silva, nata e cresciuta a Rocinha, ebbe l’idea di realizzare una mappa della favela e ora è la sua Carteiro Amigo a distribuire la posta a chi si abbona.

(André Liohn – Prospekt Photographers)

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C’è posta per la favela
di Fabian Federl
Traduzione di Luca Vitali

Nonostante il sole a picco di mezzogiorno nei vicoli della favela Rocinha, a Rio de Janeiro, è buio come di notte. A tratti un sottile raggio di sole penetra attraverso uno spazio aperto tra le costruzioni, in un labirinto di angoli, vicoli, cantoni, tunnel, oppure è la luce artificiale di una panetteria che illumina un buco, come si chiamano in portoghese gli stretti vicoli larghi a volta una spanna. C’è puzzo di sudicio, e tra le strade si propaga l’odore dei canali all’aperto, in cui corrono giù per la collina le acque degli scarichi di centinaia di migliaia di abitanti. Eliane Ramos Vieira da Silva, fine quaranta, capelli scuri lisci e lentiggini sparse, in questi becos ci è nata e cresciuta. Il vestito elegante che indossa, atipico per il luogo, camicetta e pantaloni larghi a pieghe, dà nell’occhio. Eliane ci conduce a passi rapidi attraverso i luoghi della sua infanzia. Al termine di un tunnel di case senza preavviso veniamo sputati fuori dal beco. Abbagliati dal chiarore improvviso ci fermiamo davanti a un campetto da calcio circondato da mura di cemento. Nelson José da Silva, l’accompagnatore di Eliane, ci fa segno di aspettare, e cammina in avanscoperta.
All’ingresso di un buco su due divani siedono una dozzina di giovani di 15, forse 16 anni, torso nudo, auricolari nelle orecchie e walkie-talkie infilati nell’elastico delle mutande. Controllano i paraggi per conti di uno dei boss della droga. Nelson si dirige verso uno di loro, fa un gesto di pace, quindi si gira, col pollice verso l’alto. I ragazzi si mettono in posa, apposta per noi, che siamo stranieri. Nelson ed Eliane non gli danno nessuna noia. Al contrario. Hanno bisogno di quei due, proprio come gran parte della popolazione di Rocinha. Nelson è il portalettere di una società di posta privata di Rocinha, Eliane il suo capo. E se è normale che la posta arrivi a Zurigo, Berlino o Parigi, che arrivi a Rocinha è straordinario: gli abitanti non hanno un indirizzo, i becos non hanno un nome, o ancora peggio, ne hanno tanti diversi. I numeri delle case vengono assegnati secondo criteri geografici o cronologici, oppure in maniera del tutto arbitraria. I vicoli cambiano, come un organismo: qualcuno costruisce una parete, un altro un tunnel o una scala, e questi alterano completamente il sistema delle strade. Il servizio postale nazionale non ci prova nemmeno a trovare una soluzione: gli abitanti di Rocinha semplicemente non ricevono posta. E questo significa niente carte di credito, niente cedola mensile per le pensioni, nessun modo legale per avere un allaccio alla corrente elettrica.

(André Liohn – Prospekt Photographers)

Eliane Ramos Vieira da Silva in tutta la sua vita non ha mai ricevuto una lettera, fino a quando non ha deciso che così non si poteva andare avanti. Ha fondato una ditta, insieme con suo marito e suo cugino. Carteiro amigo – «postino amico» – di colpo ha cambiato la vita di decine di migliaia di abitanti della favela: in cambio di una tariffa modesta, gli abbonati di Eliane ricevono regolarmente lettere e pacchetti, come gli altri abitanti dei quartieri normali di Rio de Janeiro. Nel giro di pochi anni Carteiro amigo si è allargato ad altre favelas, ed è oggi l’impresa di maggior successo che sia mai stata fondata in una favela. «Avere un indirizzo fa degli abitanti delle favelas dei cittadini. Ricevere la posta» dice Eliane «è un diritto fondamentale».

Rocinha, che in portoghese significa «piccola fattoria», si dispiega su una collina a sud di Rio, e con i suoi circa 250mila abitanti è una metropoli nella metropoli. La sua vista sulla spiaggia di São Conrado, sulle pareti di granito che si ergono all’improvviso dal bosco tropicale, sulla statua di Cristo redentore di spalle, è una delle più belle della città, se non del mondo. C’è una sola strada vera e propria che attraversa la favela, l’Estrada da Gávea, che con linee serpeggianti dalla stazione del metrò, vicino alla spiaggia, s’inerpica su per la foresta tropicale atlantica, fino in cima alla collina e nei quartieri benestanti del settore meridionale di Rio. Rocinha è suddivisa in molti quartieri più piccoli, che portano il nome dei vicoli che si allineano sull’Estrada da Gávea come le spine di una lisca di pesce. A volte in maniera pragmatica, portano nomi come rua 1, rua 2, rua Nova. Oppure nomi caratteristici: Roupa suja – «panni sporchi» – perché un tempo vi correva una conduttura con acqua pulita, oppure Valão – «grande tubo di scarico» – perché qui defluisce la canalizzazione. Rocinha, fondamentalmente, non ha una mappa. Google Maps conosce soltanto una manciata di strade, e i sistemi di navigazione dei taxi e degli altri mezzi arrivano solo fino al piede della collina o agli indirizzi lungo l’Estrada. Per questo la vita pubblica del quartiere si svolge tutta lì.

La copertina di The Passenger – Brasile