(Mattia Vacca – Prospekt Photographers)
  • Cultura
  • mercoledì 18 settembre 2019

La grande comunità vietnamita di Berlino

Nata quando la Germania e il Vietnam si riflettevano nella stessa divisione e cambiata dopo la riunificazione, come racconta il nuovo numero di The Passenger

(Mattia Vacca – Prospekt Photographers)

Il 18 settembre esce il nuovo numero di The Passenger, il libro-magazine della casa editrice Iperborea dedicato ai viaggi: per la prima volta non racconta un paese ma una città, Berlino, prima protagonista di un nuovo filone che proseguirà nel 2020 con un numero su Parigi. Il modello della rivista è sempre lo stesso, con analisi, saggi, reportage, grafici e fotografie che esplorano punti di vista e angoli inediti di un luogo. In questo numero per esempio, la giornalista Juliane Löffler racconta una notte al KitKat, il sex club più trasgressivo di Berlino; lo scrittore Peter Schneider ricorda com’era Potsdamer Platz quand’era un deserto che simboleggiava ancora la guerra e non il nuovo corso della città; Annett Gröschner, autrice di molti libri su Berlino, mostra come la speculazione immobiliare ha cambiato il quartiere di Prenzlauer Berg, mentre Christine Kensche scrive un ritratto di Ellen Allien, cantante, musicista, produttrice discografica fondamentale nel mondo della techno.

(Mattia Vacca – Prospekt Photographers)

Tutte le fotografie del numero sono state realizzate dal fotografo Mattia Vaccca, a lungo collaboratore con il Corriere della Sera, che nel 2018 aveva pubblicato il libro fotografico Confine, sulla nascita di un campo profughi a Como. Dal 2018 fa parte dell’agenzia Prospekt Photographers. Collabora con giornali e riviste come il Guardian, Telegraph, Wired, Esquire, L’Espresso e Público.

I numeri di The Passenger usciti finora hanno parlato di Norvegia, Grecia, PortogalloIslanda, Paesi Bassi e Giappone. Oltre che sul sito, potete seguire la rivista su Instagram, Facebook e Twitter.

Di seguito Alisa Anh Kotmair, regista e autrice statunitense di origini vietnamite, racconta la storia della comunità vietnamita in Germania, che iniziò quando entrambi i Paesi erano divisi, con i nordvietnamiti che vivevano nella parte socialista e i sudvietnamiti a Berlino Ovest. Dopo la riunificazione i vietnamiti sono diventati sempre più visibili, hanno aperto negozi, scuole e molti ristoranti frequentati un po’ da tutti nella Chinatown di Berlino Ovest e nella Little Hanoi di Berlino Est.

I resti della facciata della vecchia stazione Anhalter Bahnhof, demolita nel 1960
(Mattia Vacca – Prospekt Photographers)

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Una Little Vietnam a Berlino
di Alisa Anh Kotmair
Traduzione di Silvia Rota Sperti

Est-Ovest Nord-Sud
Con una popolazione di 3,5 milioni di abitanti, Berlino ospita gente da ogni angolo del mondo, eppure c’è un gruppo etnico che spicca su tutti gli altri: i vietnamiti. I ristoranti vietnamiti stanno spuntando come funghi in ogni angolo della città, e la loro popolarità fa pensare che aumenteranno ancora. I tedeschi amano i fiori, e quasi non esiste fermata del treno o della metropolitana che non abbia un chiosco di fiori gestito da vietnamiti. E mentre nella zona Ovest della città molti piccoli alimentari e negozi aperti fino a tardi sono gestiti da immigrati turchi o arabi, nella zona Est sono i vietnamiti a farla da padroni. Questo fenomeno può essere fatto risalire al singolare rapporto che lega il Vietnam alla Germania, e al loro passato relativamente recente di divisione e riunificazione. Se la Germania e la sua capitale erano divise in Est e Ovest, in una zona comunista e una capitalista, il Vietnam era diviso in Nord e Sud secondo gli stessi criteri ideologici. Questi paralleli si riflettono nella popolazione vietnamita della città.

Una breve storia di migrazioni
I primi immigrati vietnamiti arrivarono in Germania quando entrambi i paesi erano ancora divisi. Negli anni Sessanta, gli studenti dell’ex Repubblica del Vietnam del Sud venivano a studiare nella Germania Ovest. A causa della guerra del Vietnam, la maggior parte di loro rimase in Germania, trovando poi degli impieghi altamente qualificati. Nella Germania Est, i primi vietnamiti arrivarono verso la metà degli anni Cinquanta dall’ex Repubblica democratica del Vietnam del Nord. Erano un gruppo di bambini di un’età compresa tra i dieci e i quattordici anni, e tornarono in Vietnam una volta finite le scuole superiori. Tra gli anni Sessanta e Settanta, dal Vietnam del Nord arrivarono anche circa 50mila studenti universitari e tirocinanti. Molti di loro fecero ritorno in Vietnam, altri riuscirono a fermarsi o a tornare successivamente in Germania grazie a opportunità di lavoro. Secondo le stime, all’indomani della guerra del Vietnam mezzo milione di vietnamiti fuggirono dal paese, molti via mare. Tra la fine degli anni Settanta e la metà degli Ottanta, la Germania Ovest accolse circa 40mila di questi profughi, i cosiddetti boat people, alloggiandone molti a Berlino Ovest e in Baviera. Il governo diede loro permessi di soggiorno e di lavoro, corsi di lingua, accesso all’istruzione e formazione professionale, oltre ad appoggi economici e sociali per aiutarli a integrarsi nella società. Dall’altra parte della Germania, dopo la guerra, la Ddr rinsaldò i rapporti con la neonata Repubblica socialista del Vietnam. Come la Germania Ovest con i gastarbeiter, i «lavoratori ospiti» reclutati tra gli anni Cinquanta e Settanta da Italia, Spagna, Grecia, Marocco, Portogallo, Tunisia, Iugoslavia e Turchia, negli anni Sessanta la Ddr avviò un programma per assumere «lavoratori a contratto» temporanei dai paesi socialisti e comunisti: Polonia, Ungheria, Corea del Nord, Angola, Mozambico, Cuba e, a partire dagli anni Ottanta, anche il Vietnam. Tra il 1980 e il 1989 circa 70mila vietnamiti entrarono nella Ddr in questo modo, andando a costituire i due terzi di tutti i lavoratori a contratto della Germania Est, molti dei quali residenti a Berlino. Venivano alloggiati in dormitori separati per uomini e donne e dissuasi dall’avere contatti con i tedeschi al di fuori dell’orario di lavoro. Le donne incinte venivano costrette ad abortire oppure deportate. L’obiettivo non era l’integrazione: queste persone dovevano fermarsi alcuni anni e poi tornare nel loro paese.

Orto urbano Allmende-Kontor nell’aeroporto di Tempelhof di Berlino
(Mattia Vacca – Prospekt Photographers)

Con la caduta del Muro di Berlino, nel 1989, i lavoratori a contratto si ritrovarono in una zona grigia, non sapendo bene se potevano restare legalmente nella Germania unificata. Essendo facilmente riconoscibili come stranieri, i vietnamiti diventarono sempre più spesso oggetto di aggressioni xenofobe. Ciò nonostante, circa la metà degli ex lavoratori a contratto vietnamiti decisero di restare e tentare la fortuna in Germania. La maggior parte si mise in proprio, aprendo chioschetti di cibo o piccoli ristoranti, bancarelle di vestiti nei mercati, negozi di fiori, piccoli alimentari, sartorie o saloni di bellezza. Con il tempo, e grazie alla loro perseveranza, queste attività indipendenti nel settore terziario hanno contribuito a plasmare il panorama tedesco, soprattutto quello di Berlino.

La copertina del numero

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