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  • domenica 25 novembre 2018

Le donne giapponesi del periodo Shōwa

Come inizia uno dei saggi pubblicati sul terzo numero di The Passenger, il libro-rivista di Iperborea, tutto sul Giappone

La copertina del numero di The Passenger sul Giappone (©The Passenger 2018 – Foto: ©Laura Liverani – Prospekt)

È uscito in libreria il terzo numero della rivista The Passenger, dedicato al Giappone (il primo era sull’Islanda, il secondo sull’Olanda). Tra le cose che si possono leggere c’è un omaggio della scrittrice Banana Yoshimoto al quartiere di Shimokitazawa, dove ha abitato a lungo prima di traslocare; un racconto della decostruzione della famiglia tradizionale giapponese, dell’orientalista e traduttore Giorgio Amitrano; il reportage dello scrittore Brian Phillips sul più importante torneo di sumo; e un’analisi del saggista Ian Buruma sul perché in Giappone non abbia attecchito il populismo. Come per ogni numero, è stato commissionato un servizio a un fotografo inviato sul posto: per questo è stata scelta la documentarista Laura Liverani, che vive tra l’Italia e Tokyo e ha lavorato per D – La Repubblica, Benetton, il Washington Post e Japan Times.

The Passenger è un progetto editoriale di Iperborea, la casa editrice dedicata alla letteratura nordica: è un libro-magazine che unisce il formato del libro alla periodicità e ai contenuti editoriali di una rivista, e racconta un paese e i suoi abitanti con articoli lunghi, inchieste, reportage letterari e saggi narrativi accompagnati da fotografie, infografiche, cartine e consigli di libri e film. I prossimi numeri parleranno di Norvegia, Argentina e Portogallo. Oltre che sul sito, potete seguire la rivista su Instagram, Facebook e Twitter.

Un cartellone pubblicitario dell’epoca Shōwa (1926-1989) in una strada del quartiere di Minowabashi a Tokyo
(The Passenger)

Trovate di seguito l’inizio del racconto della poetessa Sekiguchi Ryōko, che vive a Parigi dal 1997 e scrive anche in francese occupandosi spesso di cucina. Qui ricorda la madre e più in generale le donne cresciute nel Dopoguerra che, come lei, non potevano lavorare e cercavano una via di espressione nei lavoretti a casa: dall’ikebana ai dolcetti, dal ricamo alle decorazioni. Sua mamma si ritagliò un po’ di libertà insegnando corsi di cucina, ma quando le venne proposto di collaborare a una rivista dovette rinunciare per l’opposizione del marito.

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Le donne del «fai da te»
di Sekiguchi Ryōko
Tradotto da Federica Lippi

La famiglia Kodka nel suo appartamento a Tokyo. A sinistra Masumi, con in braccio il figlio Kazusa, e a destra il marito Kazuki (©The Passenger 2018 – Foto: ©Laura Liverani – Prospekt)

A pensarci bene, le donne del periodo Shōwa (che corrisponde al regno dell’imperatore Hirohito, dal 1926 al 1989) erano sempre impegnate a fare qualcosa a mano. Se durante la guerra, spinte dalla necessità, si dedicavano alle attività più disparate come costruire oggetti di uso quotidiano e lavorare i campi, dopo si sono messe a «ricamare» la loro vita con l’ago e il filo, a dedicarsi alla pasticceria per i bambini, al giardinaggio, al lavoro a maglia per i mariti, insomma muovevano continuamente le mani.

Mia madre è nata nel 1945 e appartiene senza dubbio alla seconda generazione di donne di questo tipo, quella del dopoguerra. Andava a lavorare con gonne cucite a mano da sua madre, vale a dire mia nonna (gonne che poi io stessa ho ereditato e indossato al liceo), a casa si dedicava all’ikebana – l’arte della disposizione dei fiori – arrivando a conseguire il diploma di maestra, e a inizio estate aiutava mia nonna a essiccare gli umeboshi, le prugne giapponesi salate e fermentate, che si usano come condimento. Dopo il matrimonio mi ricamò i vestitini da neonata, mi preparava tutti i giorni il pranzo da portare all’asilo, passava il pomeriggio a ideare compitini illustrati per intrattenermi e infine cucinava la cena a mio padre, diversa da quella di noi figli.

Dopo il nostro inserimento a scuola, forse perché aveva troppo tempo libero, decise di mettere a frutto la sua manualità nell’arte di intrecciare ramoscelli di glicine. Ma la creazione di scatole e piccoli contenitori non era abbastanza per lei: arrivò a costruire un’enorme libreria di glicine e si mise a dare lezioni.

Negli anni Settanta erano moltissime le massaie, ovvero la maggioranza delle donne giapponesi, che frequentavano corsi del genere. Creazioni con la carta, realizzazione di bambole, ricamo, cucito… Rispetto alla generazione precedente avevano più tempo libero e per hobby decoravano la casa e la loro vita con gli oggetti più diversi, cimentandosi con passione. Io stessa, quando andavo a casa di amici da piccola, vedevo spesso coperte patchwork, bambole che troneggiavano sul pianoforte, centrini copritelefono, fodere per la carta igienica – tutto fatto a mano dalle mamme.

In seguito, visto che i dolcetti che preparava e offriva dopo le sue lezioni erano sempre molto apprezzati, mia madre decise di tenere anche un corso di cucina. Era la seconda metà degli anni Settanta. Il complesso di case popolari dove vivevamo era un ambiente che riuniva famiglie tutte più o meno della stessa età e fascia sociale, e per lei fu una vera fortuna. Per quei vicini, sui 35 anni, con un mutuo da pagare e i figli alle elementari, l’abilità culinaria di mia madre si rivelò una risorsa preziosa. Grazie a lei in famiglia le spese diminuivano e si avevano maggiori occasioni per passare del tempo insieme. Uscendo da scuola, a volte passavo dalla sala riunioni di zona che mia madre utilizzava ogni giorno per i suoi corsi, e facevo tranquillamente merenda lì.

(©The Passenger 2018 – Foto: ©Laura Liverani – Prospekt)

La copertina

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