(The Passenger)

Le vongole in Portogallo sono un pericolo

Un articolo sulla rivista The Passenger racconta gli affari della mafia attorno a una nuova specie invasiva arrivata nel fiume Tago

(The Passenger)

È uscito in libreria il quarto numero della rivista The Passenger: è dedicato al Portogallo, dopo quelli su Islanda, Paesi Bassi e Giappone. Tra le cose che si possono leggere c’è un ritratto del Portogallo contemporaneo di Nuno Artur Silva, scrittore, fumettista, giornalista e autore di stand-up comedy tra i più noti del Paese; un racconto di António Lobo Antunes, considerato il più importante scrittore portoghese di oggi; un articolo sulla potente famiglia Espírito Santo, fondata da un orfano e trasformatasi nell’aristocrazia finanziaria del Paese; e una rassegna sulla musica scritta e illustrata da Alexandra Kloboux, autrice, cantante, artista. Tutte le foto del numero sono state realizzate da Filippo Romano, fotografo documentarista e di architettura (trovate alcuni suoi lavori anche sul Postqui).

The Passenger è un progetto editoriale di Iperborea, la casa editrice dedicata alla letteratura nordica: è un libro-magazine che unisce il formato del libro alla periodicità e ai contenuti editoriali di una rivista, e racconta un paese e i suoi abitanti con articoli lunghi, inchieste, reportage letterari e saggi narrativi accompagnati da fotografie, infografiche, cartine e consigli di libri e film. I prossimi numeri parleranno di Grecia e Norvegia. Oltre che sul sito, potete seguire la rivista su Instagram, Facebook e Twitter.

(Filippo Romano-Prospekt per The Passenger)

Di seguito trovate l’inizio dell’inchiesta sulla mafia delle vongole, scritta dal giornalista Fabian Federl, che racconta come l’arrivo di una specie invasiva abbia trasformato «le acque del fiume Tago in una miniera di soldi e in un teatro di inseguimenti notturni tra sommozzatori improvvisati e imbarcazioni della polizia».

***

«La mafia delle vongole»
di Fabian Federl
Tradotto da Cristina Unterberger

Ancora non si intravede nulla del misfatto notturno, il Lago giace nero nel suo letto come un’oscura pellicola che nasconde un problema. Ma a breve i contorni saranno visibili. Neppure la notte riesce a occultare il problema. Ma a breve i contorni saranno visibili. Neppure la notte riesce a occultare il problema. Al centro degli oscuri flutti, a metà strada verso Lisbona, all’improvviso si accende un riflettore. Poi un secondo e ancora un terzo. Il riflettore acceso indica che è arrivata l’alta marea. Significa che stanno arrivando. Ci siamo. All’inizio un’unica silhouette nera che fuoriesce dall’acqua. Poi una seconda e una terza. E poi un’altra e un’altra ancora, quasi fosse un D-day sulla spiaggia di Samouco, un piccolo borgo sull’estuario del Tago, non lontano da Lisbona; sempre più uomini raggiungono la riva emergendo dalle acque. Rapidi, silenziosi ed esausti dalla caccia. Alcuni hanno in spalla delle reti di colore rosso, altri degli zaini, ansimando si sfilano velocemente le tute di neoprene. L’essenziale è non perdere tempo, nessuno deve vederli né coglierli in flagrante.

I loro complici sono già lì sulla spiaggia ad attenderli. Prendono i sacchi uno dopo l’altro, li caricano nelle auto parcheggiate nelle vicinanze e poi tornano dai sommozzatori gocciolanti a recuperare il carico successivo. Una muta catena che si dipana lungo la spiaggia, ogni gesto è calcolato. Ancora una manciata di minuti e tutto è finito. I sommozzatori e i loro complici sfrecciano con Il loro bottino incontro all’alba nascente. La spiaggia è nuovamente vuota, sulla sabbia rimane solo qualche bottiglia di plastica. E le barche che i cacciatori hanno portato a riva, muti testimoni che ora dondolano dolcemente. Fino alla prossima bassa marea tra dodici ore. Allora gli uomini ritorneranno. Non si immergono alla ricerca di tesori. Non trafficano droga e non sono neanche dei contrabbandieri. A centinaia ogni giorno e ogni notte si immergono nel fiume per raccogliere le vongole dai banchi di sabbia che con la bassa marea affiorano dal Tago. Per la precisione: solo una particolare specie di vongola. Quella invasiva. Chi vuole essere preciso la chiama con il suo nome scienti co, ruditapes philippinarum, falsa vongola verace o vongola filippina.

È lunga sei centimetri e pesa circa dodici grammi. I lati sono leggermente arrotondati e la superficie esterna (sopra e sotto) è marrone e giallastra a chiazze. Se la si apre a metà, all’interno pulsa la carne di colore bianco giallino, il suo sapore ricorda le nocciole, la terra e l’argilla, l’apporto energetico è di undici calorie, il 75 per cento di proteine. Condita con succo di lime e olio d’oliva è considerata una prelibatezza della cucina atlantica. E, in un’incredibile catena di eventi, ha dato origine a una quantità ancora più incredibile di problemi in tutta la regione. Problemi di natura economica, ecologica, sanitaria e politica.

Sulle sponde meridionali e settentrionali del Tago, a ovest dove sfocia nell’Atlantico e a est dove si estende la vasta insenatura chiamata Mar da Palha, «mare di paglia», perché con la bassa marea l’acqua si ritira a tal punto che è possibile scorgere l’alveo del fiume con le sue alghe ed erbe – e anche il suo più recente ospite, appunto quel tipo speciale di vongola oggetto dell’affannosa ricerca. Un ospite che qui è del tutto fuori posto. Uno dei problemi che questa vongola ha causato al Tago si chiama illegalità. In altre parole, mafia. O ancora: morte. Non tutti i sommozzatori che nottetempo si immergono nelle acque del Tago riaffiorano vivi. L’uomo che lotta contro tutto ciò e che ha fatto del mollusco il suo acerrimo nemico la chiama semplicemente «quella maledetta vongola». Alle sette del mattino dopo, quando i sommozzatori hanno ormai messo in vendita il loro bottino sulle bancarelle dei mercati, mentre le loro tute di neoprene si asciugano appese agli stipiti delle porte di casa, lui si sfila il giubbotto antiproiettile, ripone la pistola nel fodero e a grandi passi, scendendo dal molo, sale a bordo della Poseidon. João Manuel Teixeira da Oliveira è comandante dell’unità operativa della polizia marittima di Lisbona, una quercia d’uomo. Le molte operazioni a cui ha partecipato si contano sulle rughe che segnano il suo volto. Quattro anni di tagliente vento del Nord. Quattro anni di cocente sole d’estate. Uno che regge lo sguardo finché non sei tu a distoglierlo, che scandisce ogni frase come se la stesse dettando. Uno che qui viene chiamato solo Chefe Oliveira. Se si dovesse misurare il problema dalla dimensione del nemico, la vongola sarebbe un gigante.

La copertina del nuovo numero

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