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  • domenica 8 ottobre 2017

Cosa sono oggi le favelas di Rio

A quasi 10 anni dal controverso programma di "pacificazione" voluto dal governo, le cose non vanno bene e sono ricominciati gli scontri

Le luci nella favela di Rocinha (AP Photo/Silvia Izquierdo)

Rocinha è una delle 763 favelas di Rio de Janeiro. È un posto di cui si è parlato molto negli ultimi anni, in Brasile e non solo, soprattutto in occasione degli interventi della polizia precedenti e successivi ad alcuni grandi eventi sportivi organizzati nel paese – e in città – come la Confederations Cup, i Mondiali di calcio e le Olimpiadi. Nelle scorse settimane si è tornati a parlare delle favelas di Rio e in particolare di Rocinha: forse vi è capitato di vedere di nuovo le foto di alcuni suoi abitanti passare accanto ai soldati dell’esercito appostati lungo le strade, molto ben equipaggiati e dotati di fucili d’assalto pronti a sparare. La presenza dei soldati è stata richiesta dal ministro della Difesa, Raul Jungmann, dopo una settimana di scontri tra la polizia e i narcotrafficanti.

I primissimi scontri invece, quelli per cui era stato necessario l’intervento massiccio della polizia, erano avvenuti tra due gruppi di narcotrafficanti in guerra per il controllo della favela: da una parte gli uomini di Antônio Bonim Lopes, detto Nem, arrestato nel 2010, e dall’altra quelli del suo successore Rogério Avelino, detto Rogério 157. Nonostante sia in carcere, Nem ha organizzato l’invasione della favela perché scontento dell’operato di Rogerio e delle tasse da lui imposte agli abitanti della favela. La violenza ha raggiunto in poco tempo un livello tale da richiedere l’intervento della polizia e poi da renderlo insufficiente, facendo così arrivare l’esercito. Da sabato 30 settembre l’esercito è stato ritirato, ma a Rocinha, così come in altre favelas della città, continuano a esserci scontri tra la polizia militare e i narcotrafficanti.

Rocinha è la favela più grande del Brasile. Non si sa di preciso quante persone ci vivano, ma si stima che siano tra le 70 e le 200 mila dei sei milioni e mezzo abitanti di Rio. Si trova nella zona sud della città, la parte più ricca e anche quella più interessata dal cosiddetto programma di “pacificazione” avviato a partire dal 2008 dal governo dello stato di Rio de Janeiro guidato da Sergio Cabral (da poco condannato per corruzione nell’ambito del processo Lava Jato, in cui è indagato anche il presidente del Brasile Michel Temer).

Il programma aveva vari obiettivi: prima di tutto la ripresa del controllo statale dei territori occupati dalle fazioni criminali, e di conseguenza la diminuzione della violenza all’interno delle favelas e del narcotraffico; poi l’avviamento di progetti sociali ed educativi e il miglioramento delle infrastrutture per portare energia elettrica e acqua nelle case. Ma non si possono capire i meriti e i problemi di questo processo se non si conosce cosa sono le favelas e come sono nate.

Le favelas, dall’inizio

Favelas è il nome con cui si indicano le baraccopoli brasiliane costruite negli anni dentro molte grandi città del paese, ma soprattutto a Rio. Nel tempo alcune di queste sono diventate famose. A Santa Marta nel 1996 Michael Jackson girò parte del video di They don’t care about us diretto da Spike Lee, mentre nel 2002 uscì City of God, un film ambientato nella favela di Cidade de Deus tra la fine degli anni Sessanta alla metà degli anni Settanta: gli attori vennero scelti tra gli abitanti della favela e il film ottenne quattro candidature agli Oscar del 2004 (su Netflix c’è il documentario City of God – 10 years later, con le interviste ai protagonisti del film a dieci anni dalla sua uscita).

La favela più vecchia di Rio è quella di Morro da Providência, nella quale si iniziò a costruire intorno al 1897. La sua origine è dovuta a due ragioni storiche: l’abolizione della schiavitù e il ritorno in città dei soldati che avevano combattuto la Guerra di Canudos (nella quale si scontrarono l’esercito brasiliano e gli abitanti della zona di Canudos, nello stato di Bahia, che si rifiutavano di riconoscere l’autorità della neonata Repubblica Brasiliana).

Tutte queste persone si concentrarono a Rio: chi in cerca di lavoro, chi per ottenere una ricompensa dopo il servizio svolto. Proprio tra questi ultimi si formò la prima comunità: i soldati non ricevettero nessuna delle ricompense promesse prima dell’inizio della guerra e così occuparono la collina vicina alla sede dell’allora ministero dell’Esercito, il Morro (in italiano “collina”) da Providência. I terreni di quella zona erano liberi e di poco valore, essendo circondati da alcune fabbriche, un cimitero protestante, gli scavi per la costruzione di una grande rete viaria e una grande cava: il posto ideale perché la comunità si ampliasse con l’arrivo degli ex schiavi e delle famiglie più povere. All’inizio del Novecento il governo tentò più volte di rimuovere la favela, ma dopo una serie di scontri la situazione si stabilizzò e il governo rinunciò.

La violenza e il narcotraffico arrivarono molto dopo, verso la fine degli anni settanta, in corrispondenza della fine dell’epoca della dittatura militare, durante la quale polizia e governo erano soliti definire i poveri e i disoccupati come la “classe pericolosa”. Secondo lo storico Milton Teixeira ci furono una serie di fattori che spinsero il narcotraffico sulle colline della città di Rio e che ne favorirono il suo radicamento in corrispondenza delle numerose favelas che nel frattempo erano sorte. Per prima cosa la corruzione della polizia e il fatto che essa fosse principalmente concentrata a reprimere qualunque tipo di dissenso politico piuttosto che fronteggiare la criminalità. Teixeira trova ragioni anche legate alla situazione mondiale: era il periodo di massimo sviluppo del narcotraffico colombiano e anche quello in cui gli Stati Uniti iniziarono a chiudere le vie di accesso al loro paese. Cosa che invece non fece il Brasile, che divenne un posto ideale per la distribuzione della droga a causa della debolezza del suo governo, la corruzione generalizzata, la miseria e la presenza di zone, le favelas, in cui il governo non entrava.

La pacificazione

Solo a partire dal 2008 il governo brasiliano avviò un programma strutturato di intervento di polizia all’interno delle favelas, che negli anni si sono allargate ma non sono mai cambiate davvero, restando letteralmente delle baraccopoli. Il programma di “pacificazione” del 2008 previde l’insediamento sul territorio di una polizia speciale, le Unidade de Polícia Pacificadora, l’Upp, che a differenza di altre unità avrebbe dovuto instaurare un rapporto di fiducia e servizio nei confronti delle comunità della favela e non di contrasto, come era sempre avvenuto fino a quel momento. L’obiettivo principale da parte del governo era la riconquista dei territori occupati dalle fazioni criminali e la loro restituzione al potere statale, ma nel decreto si parlava anche di pace e sicurezza per gli abitanti, per permettere il pieno esercizio del loro diritto alla cittadinanza e quindi garantire lo sviluppo economico e sociale. Tutto questo anche in previsione di due appuntamenti importanti che avrebbero concentrato l’attenzione del mondo sul Brasile: i Mondiali di calcio del 2014 e le Olimpiadi del 2016.

Sergio Cabral e Dilma Rousseff in piedi al centro dell’auto durante la campagna elettorale per le presidenziali del 2010 che Rousseff vinse, diventando la prima presidente donna del Brasile (AP Photo/Felipe Dana)

Silvia Stefani, dottoranda in Sociologia che ha condotto la sua ricerca vivendo nella favela di Santa Marta per tutto il 2016, ha raccontato al Post che ogni favela ha una storia a sé, anche per quel che riguarda la cosiddetta “pacificazione”. Che il narcotraffico oggi sia più nascosto, per esempio, viene sottolineato come un aspetto positivo: le armi non sono più ostentate come un tempo e sebbene il traffico di droga continui a esserci, oggi ha un ruolo meno palese nel regolare e condizionare la vita delle persone. Inoltre, in un primo momento sono arrivati anche una serie di progetti sociali ed educativi (per i quali gli investimenti sono via via diminuiti), insieme alle strutture per la fornitura dell’acqua e della corrente elettrica. Ma anche quelli che possono sembrare miglioramenti non hanno sempre avuto solo conseguenze positive: l’arrivo dell’energia elettrica e dell’acqua corrente – dove sono arrivate: non dappertutto – ha anche significato dei nuovi costi per le famiglie, perché prima tutti gli impianti erano abusivi. Il costo della vita è aumentato ovunque: alcune favelas sono diventate zone “per turisti” e molti abitanti sono stati costretti ad andarsene.

Inoltre, la presenza dell’Upp ha militarizzato il territorio: in alcune favelas, come Rocinha, sono state installate molte telecamere, e le persone vengono spesso fermate dalla polizia per controlli e perquisizioni. I metodi utilizzati dall’Upp non sono stati diversi da quelli repressivi che la polizia ha sempre adottato nei confronti degli abitanti delle favelas: un retaggio del periodo militare. Un caso esemplare fu la sparizione del muratore Amarildo Dias de Souza, un abitante della favela di Rocinha. A luglio del 2013 Amarildo fu prelevato dall’Upp e condotto in una sede della polizia per dei controlli. La famiglia ne denunciò la sparizione due giorni dopo; lui non è mai stato trovato. Il caso suscitò molta indignazione e se ne parlò anche fuori dal Brasile come simbolo degli abusi e dei comportamenti violenti della polizia. Nell’ottobre del 2013, dopo tre mesi di indagini, 25 agenti della polizia militare vennero denunciati per la morte e la sparizione di Amarildo. Il processo si è concluso nel 2016 con la condanna di 13 poliziotti per i reati di tortura, occultamento di cadavere e frode processuale.

Il traffico di droga, infine, è diminuito in un primo momento ma ora è tornato molto intenso. Gli scontri tra l’esercito e i trafficanti, come quelli delle scorse settimane a Rocinha, sono comuni anche in molte altre favelas, dove al posto dell’esercito ci sono gli agenti dell’Upp. Già ad agosto, nella favela di Jacarezinho, gli agenti della polizia erano stati autorizzati a perquisire le abitazioni a tappeto, procedura criticata dalle organizzazioni per la tutela dei diritti umani e che è stata riutilizzata nelle scorse settimane a Rocinha. Nel frattempo sono stati interrotti gli investimenti nelle parti più costruttive e positive del progetto, il governo dello stato di Rio non ha i soldi per pagare gli stipendi dei poliziotti e Sérgio Cabral, che aveva avviato il programma nel 2008 ed è stato governatore fino al 2014, è stato condannato per corruzione a 45 anni e due mesi di carcere.